Tocilizumab contro Covid: studio italiano esclude benefici nella fase precoce

Promosso dall’Ausl-Irccs di Reggio Emilia e condotto in collaborazione con 24 centri. Nessun vantaggio in termini di minore aggravamento o sopravvivenza, almeno nei pazienti in fase di malattia meno avanzata

tocilizumab contro covid

Tocilizumab contro Covid? Nessun beneficio né in termini di aggravamento (ingresso in terapia intensiva) né per quanto riguarda la sopravvivenza. Lo afferma l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) comunicando i risultati di uno studio clinico randomizzato italiano promosso dall’Ausl-Irccs di Reggio Emilia e condotto in collaborazione con 24 centri. Si tratta del primo studio randomizzato concluso a livello internazionale su tocilizumab, interamente realizzato in Italia.

Tocilizumab contro Covid: lo studio

Lo studio (principal investigator i professori Carlo Salvarani e Massimo Costantini) si è concluso in anticipo, dopo l’arruolamento di 126 pazienti, un terzo della casistica prevista. L’obiettivo era valutare l’efficacia del tocilizumab, somministrato in fase precoce, nei confronti della terapia standard in pazienti affetti da polmonite da Covid-19 di recente insorgenza che richiedevano assistenza ospedaliera, ma non procedure di ventilazione meccanica invasiva o semi-invasiva. “In questa popolazione di pazienti in una fase meno avanzata di malattia – sottolinea Aifa – lo studio può considerarsi importante e conclusivo, mentre in pazienti di maggiore gravità si attendono i risultati di altri studi tuttora in corso.

I dati

Su 126 pazienti randomizzati, tre sono stati esclusi dalle analisi perché hanno ritirato il consenso. Nel complesso,  i dati mostrano una percentuale simile di aggravamenti nelle prime due settimane nei pazienti randomizzati a ricevere tocilizumab e nei pazienti randomizzati a ricevere la terapia standard (28.3% vs 27.0%). Nessuna differenza significativa è stata osservata nel numero totale di accessi alla terapia intensiva (10.0% verso il 7.9%) e nella mortalità a 30 giorni (3.3% vs. 3.2%).

LO STUDIO IN SINTESI

L’opinione di Ascierto

“Sarei cauto nell’affermare che questo farmaco non funziona – ha spiegato all’Adnkronos salute Paolo Ascierto, direttore dell’Unità di oncologia melanoma, immunoterapia oncologica e terapie innovative dell’Istituto tumori Irccs Fondazione Pascale di Napoli – a causa di una serie di limitazioni che riguardano lo studio in questione, che è giunto a conclusioni già note, su pazienti non gravi. Nei pazienti con forma più severa, il tocilizumab funziona e noi lo stiamo dimostrando”.  Ascierto è stato il primo a utilizzare a Napoli il farmaco anti-artrite reumatoide tocilizumab nel trattamento della polmonite interstiziale da Covid-19.

“I dati che vengono fuori dallo studio emiliano – continua – non fanno altro che confermare risultati già noti. E c’è una serie di punti da notare: innanzitutto parliamo di due studi, il nostro ‘Tocivid-19’ e quest’ultimo, che arruolano due categorie di pazienti diversi. Nel trial emiliano i pazienti vengono trattati in una fase precoce e in una situazione più lieve, rispetto allo studio Tocivid-19. Ancora, nello studio emiliano per definire la risposta infiammatoria il paziente doveva corrispondere a una sola di queste tre situazioni: una misurazione della febbre al di sopra di 38° C negli ultimi 2 giorni, l’incremento della Pcr di almeno due volte il valore basale, oppure una Pcr sierica maggiore o uguale a 10 mg/dl. In pratica il paziente poteva anche solo avere avuto la febbre. Infine, i risultati riguardano 123 pazienti (anzi, la metà sono quelli effettivamente trattati essendo uno studio randomizzato): una coorte di sicuro piccola rispetto al Tocivid-19, che viene condotto su 330 pazienti, ma con una coorte osservazionale di oltre 2.500 pazienti”.

La chiave di tutto, secondo l’esperto – è solo nella tempesta citochinica. Se non c’è, il farmaco non funziona. Tocilizumab in fondo, viene studiato proprio per trattare questa complicanza e non serve per prevenirla. “Ci sono altri farmaci che, somministrati in fase precoce, possono avere effetto per prevenire – conclude – come i Jak inibitori, che vengono dati attualmente insieme al cortisone: hanno l’abilità di non scatenare la tempesta citochinica. Infine, nel report Aifa c’è scritto chiaramente che è possibile che selezionati sottogruppi di pazienti possano avere una migliore risposta al farmaco. Gli studi di fase 3 in corso ci daranno informazioni in più”.