Trump “pigliatutto”, gli Usa acquistano tutte le scorte di remdesivir lasciando le briciole a Uk e Ue

Come descritto dal Guardian la Casa Bianca ha dato mandato per acquistare più di 500 mila dosi. In soldoni, tutta la produzione di Gilead per luglio e il 90% per i due mesi successivi

Trump contro Pfizer

A dispetto delle cure universali, il presidente statunitense Donald Trump ha ordinato l’acquisto dell’antivirale remdesivir come terapia potenziale anti-Covid. Già esaurite le prime 140 mila scorte in tutto il mondo, la Casa Bianca ha dato mandato per acquistarne più di 500 mila. In soldoni, tutta la produzione di Gilead per luglio e il 90% per i due mesi successivi. Agli altri non rimangono che le briciole.

Niente per gli altri

A dare la notizia è stato il Guardian che ha riportato anche le parole del Segretario per la salute statunitense Alex Azar: “Per quanto possibile, vogliamo garantire che qualsiasi paziente americano che abbia bisogno di remdesivir possa ottenerlo. L’amministrazione Trump sta facendo tutto quello che può per garantirne l’accesso al popola americano”. Si sollevano cori di sdegno e disapprovazione dall’altra parte dell’Atlantico e Andrew Hill, dell’università di Liverpool ha dichiarato che “hanno avuto accesso a tutte le scorte del farmaco. Non c’è rimasto niente per l’Europa”.

Situazione fuori controllo

Che gli Usa siano diventati il focolaio principale dell’infezione da Sars-Cov-2 è risaputo. Nelle ultime 24 ore ci sono stati 42 mila contagi e 1200 morti (per un totale di oltre due milioni di ammalati). Anthony Fauci, uno dei maggiori esperti al mondo di malattie infettive (e che con Trump si è scontrato più volte, anche duramente) teme che di questo passo si possa arrivare ai 100 mila casi al giorno. Motivo, questo, per arraffare tutte le scorte di un farmaco potenzialmente salvavita? Nella logica predatoria della Casa Bianca sì e poco importa se un trattamento di sei dosi il costo del medicinale si aggira intorno ai 3200 dollari. E poco male se le aziende farmaceutiche, in questo caso Gilead, sbandierano a destra e sinistra la fantomatica accessibilità globale al farmaco quando poi stringono accordi così sbilanciati verso un unico compratore, lasciando il resto del mondo a bocca asciutta.

America first

“Make America great again” era il motto di Trump durante la campagna elettorale nel 2016. Uno slogan che gli ha portato bene aprendogli le porte della Casa Bianca. Al di là dei proclami, è un dato di fatto che l’atteggiamento Usa si sia fatto molto meno diplomatico rispetto al passato, privilegiando apertamente il perseguimento dei propri obiettivi. I rapporti bilaterali con l’Ue, tra l’altro, non sono idilliaci, visto il nervosismo che è trapelato da Washington a seguito della decisione Ue di non riaprire le frontiere comunitarie ai passeggeri e ai turisti a stelle e strisce. Insomma Bruxelles, dopo il caso Sanofi avvicinata proprio dall’establishment di Trump per poter avere prima degli altri il suo vaccino, si ritrova ancora una volta a rincorrere.

Chi controlla la salute controlla il mondo?

A questo punto sarebbe necessario rispondere a una domanda precisa. Chi controlla la salute (permenttendosi quindi le terapie più avanzate) controlla il mondo? Su questo tema AboutPharma ha coinvolto Roberto Esposito, filosofo e professore ordinario di Filosofia Teoretica presso la Scuola Normale Superiore (la cui intervista per integrale sarà disponibile sul numero 180 del magazine). “È difficile evitare questa trasposizione dal piano medico-sanitario a quello economico-politico, dal momento che la stagione biopolitica che attualmente viviamo, e che tende ad intensificarsi sempre di più, poggia proprio su questa interdipendenza immediata tra politica e vita biologica. Anche l’economia converge verso questa interrelazione, dal momento che la gestione della salute, pubblica e privata, è diventata essa stessa questione intrinsecamente politica e dunque biopolitica. Visto che non si può regredire a una fase precedente, che non è possibile saltare all’indietro, bisognerebbe aprire una stagione di biopolitica affermativa, dopo quella negativa, o addirittura “tanatopolitica”, che abbiamo conosciuto soprattutto, ma non esclusivamente, nella prima metà del Novecento. Cosa può essere una biopolitica affermativa? Cosa si dovrebbe mettere al suo centro?”. Aggiunge ancora Esposito che servirebbe “una battaglia contro le grandi industrie farmaceutiche per abbattere il costo di medicinali, protetti dai brevetti, soprattutto nelle aree più povere, in Africa e in Asia, dove la mortalità per malattie contagiose resta altissima. Ma anche costruire nuove strutture ospedaliere pubbliche gratuite, che nell’attuale situazione pandemica sono apparse assolutamente insufficienti”.

Geopolitica della salute

“I processi di medicalizzazione hanno assunto una valenza anche geo-politica nel confronto e nello scontro tra grandi potenze continentali. La corsa al vaccino, soprattutto tra Usa e Cina, ma anche in altre parti del mondo, è significativa di questa implicazione. Già gli Stati Uniti – continua Esposito – si sono dichiarati disposti a comprare il vaccino da chi lo avesse prodotto per primo, usandolo anche come strumento di egemonia politica. E la Cina, se ne avesse la possibilità, farebbe probabilmente altrettanto, e con una trasparenza ancora minore. Ma anche in Europa si è già scatenata una competizione non soltanto economica tra gli Stati, e addirittura all’interno di essi, per il controllo delle risorse sanitarie. Tutto questo non può non avere effetti di disuguaglianza che preoccupano in una fase in cui sarebbe invece auspicabile mettere in comune gli sforzi di tutti”.

Autoisolamento

Armando Sanguini, ambasciatore italiano e Senior scientific advisor dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), intervistato sempre da AboutPharma (le cui argomentazioni saranno sempre approfondite sul prossimo numero del magazine), ritiene che l’atteggiamento eccessivamente aggressivo degli Usa sia in parte controproducente. “Se qualche Paese si arrocca in questo suo sovranismo vaccinale, alla fine si autoisolerà. La vera molla sarà il confronto con l’altro e l’accettazione di un’interdipendenza sul piano della salute pubblica”.