La lunga strada della Brand reputation

L'industria Life science ambisce a un riconoscimento pubblico per gli sforzi che compie, tuttavia il percorso è irto di insidie costringendo le società a nuovi approcci per avvicinarsi di più a pazienti e clienti. Di questo e molto altro si è parlato all'edizione 2020 degli AboutFuture Leaders' Talks. L'editoriale del numero 180 del magazine

la reputazione di big pharma

Dare salute, produrre salute, aiutare le persone a vivere a lungo e nel miglior modo possibile. Forte dell’antica missione, mai apparsa così strategica dalla scoperta degli antibiotici in poi; certa del proprio ruolo, a baluardo del più importante tra i diritti, l’industria life science ambisce al definitivo riconoscimento pubblico. Ora che il mondo ha capito che senza vaccini, cure efficaci, sistemi assistenziali efficienti etc. si rischia il ritorno all’età della pietra, logica vorrebbe che istituzioni e cittadini avessero solo parole di elogio e comportamenti conseguenti. Si attende un “salto” reputazionale, insomma, che nelle speranze delle imprese potrebbe legarsi in modo interdipendente a politiche congrue da parte dei governi di tutto il mondo. Leggi e norme, per farla breve, che al di là di abusati proclami considerassero la salute “un investimento e non un costo”.

Il caso Italia

Limitandosi all’Italia, ad esempio, l’auspicato pubblico consenso potrebbe traslarsi nella richiesta di accesso al Meccanismo europeo di stabilità (Mes), altrettanto noto come Fondo salva Stati, e ai suoi 37 miliardi di euro destinati alla ristrutturazione del sistema sanitario. Ma le medaglie al valore – anche quelle – hanno sempre due facce. Da un lato è certamente vivida l’ammirazione per chi ricerca e sviluppa tecnologie che aiuteranno l’umanità a uscire dalla palude di Covid-19 come a sopravvivere e cronicizzare perfino il cancro; a riparare e sostituire sempre meglio organi e funzioni perdute; a diagnosticare precocemente lesioni invisibili; ad abbattere le infezioni ospedaliere e a risolvere grandi e piccoli problemi, nella speranza non dichiarata dell’immortalità.

Tra profitto e filantropia

Dall’altro lato resiste lo stigma su un sistema che trae profitto (anzi lucra, il che suona peggio) dalla salute della gente. Lo esercita chi giudica male l’alto prezzo delle medicine e la finanziarizzazione della white economy, usando con spregio la parola lobby per definire l’industria della salute e i suoi addentellati. Questa visione resiste eccome pure di questi tempi. Certo non aiuta che la R&D industriale si presti, non gratis, a essere strumento di “egemonia politica” in mano alle superpotenze mondiali, laddove test, farmaci, vaccinie dispositivi vengono resi disponibili solo nelle aree più ricche del mondo (e nemmeno in tutte) pur essendo per giunta sperimentate ai quattro angoli del globo: una vecchia storia di cui parla il filosofo Roberto Esposito nell’intervista rilasciata al nostro giornale. Lo stesso Esposito, poche righe più giù, invoca “una battaglia contro le grandi industrie farmaceutiche per abbattere il costo di medicinali, protetti dai brevetti, soprattutto nelle aree più povere”. Se questa è l’opinione non dell’ultimo no-vax ma di uno dei massimi pensatori italiani (insegna Filosofia Teoretica alla Normale di Pisa) si capisce quale e quanto sia complesso il dibattito sul tema. Nemmeno i filosofi, però, hanno la soluzione facendo risalire il problema – sono ancora parole di Esposito– all’intera “macchina produttiva capitalistica, in cui anche il settore della salute deve prima di tutto generare profitti”, ben sapendo che “un comparto predisposto a generare innanzitutto profitti è naturalmente portato a generare disuguaglianza” e che“al momento nessuno è in grado di proporre un modello alternativo di sviluppo sociale”.

La posizione dell’industria e gli AboutFuture Leaders’ Talks

La reputazione dell’industria, peraltro, è protagonista indiscussa del servizio di copertina dedicato agli AboutFuture Leaders’ Talks 2020. I top manager intervenuti all’ormai tradizionale dibattito organizzato dal nostro giornale– video registrato e visibile integralmente online sui canali di AboutPharma and Medical Devices – sono ben consapevoli del peso raggiunto dalla brand reputation nei bilanci aziendali e di quali siano i fattori che la influenzano. La prova sta nei grandi sforzi profusi nella Corporate social responsibility e anche nel lessico utilizzato dalle organizzazioni che da qualche anno infilano dappertutto la parola Patient, considerandone l’oggetto (sic!) come fine, mezzo e snodo di ogni attività (patient centricity, patient engagement, patient advocacy etc.) La novità, emersa dalla discussione, è che ormai anche i potenziali dipendenti dell’industria life science – in particolare i veri o presunti talenti di cui le imprese vanno a caccia – propongono preferibilmente la propria candidatura a quelle aziende che almeno alla prova google mostrino un volto particolarmente etico, green o comunque socialmente impegnato. Motivo in più per spendersi, accorciare le distanze e tradurre le forme in sostanza.