A sud del farmaceutico, l’industria regge a Covid e prepara il rilancio

I numeri del settore nel Mezzogiorno confermano una notevole vitalità come testimonia un rapporto curato da Farmindustria e dal centro studi Srm (gruppo Intesa-Sanpaolo). Il ministro Gaetano Manfredi annuncia un grande piano di sviluppo con al centro l'innovazione ed enfatizza la connessione tra ricerca, impresa e servizi. *Dal numero 180 del magazine

farmaceutico covid-19

“Dobbiamo fare come in un Gran Premio automobilistico, tutti dietro alla safety car: pronti a scattare appena possibile. Dopo una crisi come questa, anche chi parte da posizioni più arretrate può avere la sua occasione. Che potrebbe essere l’ultima…”. L’immagine evocata dal ministro dell’Università e della Ricerca Gaetano Manfredi ben si presta a fotografare la condizione dell’industria e dell’economia italiana in una sperabile fase post Covid. Conditio sine qua non, va da sé, è puntare sull’innovazione. L’esempio da cogliere? L’industria del farmaco. L’opportunità da cogliere? Certo, per tutti, ma soprattutto per il Mezzogiorno. Che carte da giocare ne ha più di qualcuna.

I numeri in sintesi

Tutto sommato sono segnali incoraggianti quelli emersi durante un recente webinar per la presentazione della ricerca. “I nuovi scenari economici di fronte alla sfida del Covid-19: la filiera farmaceutica e l’impatto nel Mezzogiorno” curato da Srm, il centro studi collegato al gruppo Intesa Sanpaolo, e da Farmindustria.

Come dimostrano i numeri contenuti in un rapporto di 36 pagine – alla cui diffusione hanno preso parte tra gli altri lo stesso Manfredi e il presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi – in costanza di pandemia, l’industria farmaceutica italiana regge e cresce ancora e anche il Sud si sta ritagliando un ruolo di tutto rispetto. I numeri dicono che già nel primo trimestre 2020 (tutto marzo compreso, dunque) l’anticiclicità tipica del settore è stata confermata da un export cresciuto di oltre il 24% su base annua per l’Italia e del 14,9% per il Sud.

il fatturato delle imprese è in crescita dello 0,8% nel Mezzogiorno e dello 0,6% in Italia. Va detto che anche in uno scenario più pessimistico (si parla pur sempre di stime) il calo non supera rispettivamente lo 0,4% e lo 0,2%. Secondo gli analisti di Srm sale anche il valore aggiunto prodotto: +1,4% per l’Italia (-0,3% e -0,2% se il quadro cambiasse in negativo).

Aumentano anche il numero delle imprese (+0,4% in Italia e + 0,8% al Sud). Nel Mezzogiorno sono 124 le presenze industriali del farma (il 16,6% del totale Italia) e 5520 gli addetti (il 9% del dato nazionale).

In particolare, il valore aggiunto prodotto dal settore farmaceutico al sud è di oltre 650 milioni di euro (il 7% del totale nazionale) mentre quello delle esportazioni raggiunge i 3,1 miliardi di euro (circa il 10% rispetto all’Italia).

Dati da far conoscere

Ha spiegato Massimo Scaccabarozzi: “Il solo Sud è al livello dei primi quindici paesi esportatori europei e se aggiungiamo anche la Regione Lazio entra nella top ten. Sono dati che bisogna far conoscere: nel Mezzogiorno per ogni 100 euro investiti in produzione farmaceutica se ne attivano complessivamente 671, mentre la media del manifatturiero è di 493 euro”. Al Sud esistono realtà industriali variegate che alternano grandi gruppi multinazionali a capitale italiano o straniero (es. Sanofi, Novartis, Merck, Pfizer, Dompé etc.) a numerose Pmi.

“Tutte accomunate dall’impiego di risorse umane straordinarie, che tradizionalmente rappresentano la leva principale per attrarre gli investimenti dall’estero. Quando agli investitori chiediamo qual è la leva che li fa investire in Italia, al primo posto mettono sempre la qualità delle risorse umane. Altro aspetto importante è che nel territorio c’è un indotto di eccellenza, che lavora a stretto contatto con l’industria del farmaco”, aggiunge Scaccabarozzi. Il presidente di Farmindustria rammenta l’importanza delle sinergie a tutti i livelli (università istituti centri di ricerca, startup).

“La presenza nel Sud è importante, oltre 550 aziende 124 unità locali. Siamo un settore strategico, abbiamo legami con tutti i settori dell’economia, un dato estremamente interessante è com’è cresciuta la produzione farmaceutica negli ultimi anni (22%) a fronte di un’industria manifatturiera che segnava -14%. Se tutta l’industria italiana, per assurdo, fosse stata farmaceutica non avremmo conosciuto le crisi”.

Un esempio per il Paese

Un concetto sposato anche dal ministro Manfredi: “Il settore farmaceutico ha sentito meno la crisi, però abbiamo anche avuto la conferma di una cosa che gli addetti ai lavori sapevano, quanto l’industria farmaceutica sia importante in Italia e nel Mezzogiorno. Oggi c’è sempre più la necessità di una strettissima connessione tra capacità di ricerca, produzione, ricerca traslazionale, per l’arrivo nuovi farmaci e terapie nel sistema sanitario. Lo si è visto drammaticamente con Covid.

I risultati raggiunti dalla filiera farmaceutica rappresentano un’ottima esemplificazione di quello che dobbiamo fare nel Paese, confermando quanto sia necessaria, in Italia e al Sud, la fortissima connessione tra ricerca, innovazione, produzione e traslazione nei servizi (in questo caso di farmaci e terapie nel Ssn). Sicuramente vanno rivisti e perfezionati i modelli: la qualità della ricerca è fattore di attrazione per nuovi investimenti. In Italia abbiamo una ricerca molto solida, siti importanti e buone collaborazioni ma dobbiamo qualificare ancora i livelli di produzione e R&D, agendo anche sulla formazione”.

Ora o mai più

Manfredi ha annunciato la presentazione a breve grande piano per la ricerca e l’innovazione con un capitolo speciale dedicato al Mezzogiorno. “Sono state fatte tantissime analisi ma ora servono strumenti. Il Recovery fund è ultima occasione: servono investimenti in infrastrutture materiali e immateriali, per la formazione e l’innovazione e la creazione di poli tecnologici. Le leve da usare sono anche i vantaggi fiscali per favorire gli investimenti. C’è aria nuova, che punta alla tutela dell’ambiente, alla ricerca di altri spazi. Ma dobbiamo agire subito. Ora o mai più”.

Le prospettive

In precedenza era toccato a Massimo Deandreis, direttore generale di Srm, descrivere lo scenario in cui si muove il Paese focalizzandosi proprio sulla forza dell’innovazione per il rilancio del Mezzogiorno: “Qui c’è un pezzo importante dell’economia del Paese, non solo numericamente ma anche qualitativamente. Ma occorre farlo conoscere. Esiste un Sud che innova e produce ed è capace di essere eccellenza. È questa la strada per ridurre strutturalmente il gap con il Nord e aiutare l’Italia ad essere leader in Europa. La vera sfida è trasformare questa crisi in occasione di ripresa durevole e sostenibile”.

… E le premesse

Si parte dalla considerazione che le principali stime sull’impatto Covid- 19 prevedono per l’Italia un inevitabile calo del Pil per il 2020, configurando – come è noto – la peggiore recessione dalla fine della seconda guerra mondiale. Secondo elaborazioni Srm su dati tratti dalle ricerche di Banca d’Italia, Csc, Prometeia, Svimez, Fmi, Oxford Economics, nel primo trimestre del 2020 il Pil italiano è sceso del 5,3% rispetto al trimestre precedente (Francia -5,8%; Spagna – 5,2 %) mente nel secondo trimestre si stima un calo dell’8-9%. In linea con ciò per il Mezzogiorno si prevede un calo nel 2020 tra il – 6% e -9%.

Come uscirne? Secondo Deandreis la filiera dell’innovazione è tra le chiavi di volta per il rilancio del tessuto economico e sociale: “Formazione, ricerca, trasferimento tecnologico e innovazione sono i fattori su cui investire risorse economiche e umane, come forse mai fatto in precedenza. Strettamente connesso a tali fattori è anche il tema della sostenibilità ambientale.

Mai come in questo caso si può contare su una rilevante disponibilità finanziaria: sono rilevanti gli impegni nazionali e le policy di supporto europee, sia quelle pregresse (Horizon Europe 2021/27, Digital Europe 2021-27, Green New Deal) che nuove (Next Generation EU)”.

Il gap c’è eccome. Deandreis rammenta che l’Italia, nello European Innovation Scoreboard, è inserita nella categoria dei Moderate Innovators (84,9) e che a buoni risultati in termini di output della ricerca di base, corrispondono livelli di spesa in R&S molto bassi oltre a limitate predisposizione a brevettare e diffusione delle tecnologie Ict.

Anche al sud va così

Considerate vecchie e nuove condizioni, il direttore generale di Srm spiega perché innovare nel Mezzogiorno sia “ancora più rilevante” per il rilancio della competitività post Covid: “Le regioni meridionali si collocano nella fascia medio bassa del gruppo dei ‘moderati’. Si evidenzia ancora una distanza sia nella domanda che nell’offerta d’innovazione rispetto alla media nazionale, oltre che distanze maggiori nello stock di innovazione e distanze minori negli indicatori di vitalità e di nuova imprenditorialità. Al Sud, infatti, non mancano le capacità e la voglia di innovare e si intravedono alcuni segnali incoraggianti sia nell’offerta che nella domanda d’innovazione”.

I cinque indicatori positivi del Mezzogiorno

La ricerca prodotta da Srm passa in rassegna gli elementi favorevoli su cui puntare per il rilancio. Eccoli:

  • accentuata voglia d’impresa: il Sud è la prima area in Italia per numero di iscrizioni di nuove imprese (117.127 nel 2019, il 33% dell’Italia);
  • rilevante contributo dell’imprenditoria giovanile: il Sud è primo per numero di imprese giovanili (198.086 nel 2019, oltre il 40% dell’Italia);
  • presenza crescente di Pmi innovative e start up: ad oggi sono rispettivamente 332 (21,4% dell’Italia) e 2.717 (quasi il 25% dell’Italia). Tuttavia gli investimenti sono ancora molto limitati: soltanto il 2,2% degli investimenti privati in start up italiane (dati di Zephiro Investments);
  • presenza di poli tecnologici: 24 mila unità locali e 114 mila addetti (rispettivamente il 21% ed il 16% del dato nazionale);
  • interessanti risultati anche per la ricerca pubblica. Circa un quarto degli spin-off accademici e universitari nazionali sono stati fondati dagli atenei delle regioni meridionali

Ma non basta. A favore del Sud si annoverano anche presenze qualificate e di grande dimensione. Dice Deandreis: “Oltre 60 unità produttive hanno dai 500 addetti in su e oltre 104 mila addetti nel Mezzogiorno sono inseriti in grandi imprese. Inoltre si assiste a una lenta convergenza con il Nord del Paese circa il rapporto tra imprese innovative e totale imprese. Se al Nord tale rapporto è superiore al 50%, al Sud è prossimo al 40% (si contano 12.646 unità innovative). Ciò significa che le imprese che hanno svolto una qualche attività innovativa superano quelle che, invece, non l’hanno realizzata”.

La spesa per innovazione è stata di 2,1 mld di euro con un valore per addetto pari a 6.500 euro. “Rispetto al biennio precedente – prosegue Deandreis – si evidenzia una lenta convergenza alla media nazionale. In particolare si assiste alla crescita delle imprese innovative +22,4% (Italia 12,7%); all’aumento del peso delle imprese innovative sulle totali +4,5% (Italia +4,1%) oltre che a un incremento della spesa per addetto che tocca i 1.800 euro (Italia 1.600)”.

L’innovazione fa crescere il fatturato

Quanto alla pandemia, gli analisti di Srm affermano il valore centrale della ricerca come fattore strategico, tanto che le imprese innovative risultano essere più competitive ribaltando la posizione del Mezzogiorno nel confronto delle imprese italiane. “Investire in innovazione – dice Deandreis – conduce in media più che a triplicare il fatturato e quindi la capacità di penetrazione e competizione sul mercato”. I numeri confermano che tra il 2012 e il 2018 il fatturato medio manifatturiero al Sud è salito da 4944 miliardi a 10957.

E genera più ricchezza diffusa

E poi c’è l’impatto che l’innovazione ha sul territorio, misurato sulla ricchezza “endogena” per ogni 100 euro di investimento nel Mezzogiorno. “Nel settore manifatturiero tradizionale – dice Deandreis – 100 euro investiti al Sud generano una ricaduta aggiuntiva di 42 euro e di 58 euro nel resto d’Italia. Considerati i settori innovativi, però, gli stessi 100 euro generano un impatto più elevato pari a 50,6 euro, ossia il 20% in più. Investire in innovazione e ricerca conviene sia dal punto di vista delle performance delle imprese che per il territorio nel suo insieme”.

L’esempio dell’industria farmaceutica

Può forse apparire scontato, ma è fuor di dubbio che durante la pandemia il settore farmaceutico sia stato in prima linea “dimostrando la sua rilevanza per il Paese e registrando dati in totale controtendenza rispetto all’andamento negativo dell’economia nel suo insieme. Confortano i dati del primo trimestre del 2020 e le stime di impatto complessivo” ricorda Massimo Deandreis. Il farmaceutico è probabilmente il territorio in cui con maggiore efficacia interagiscono industria, ricerca, università e innovazione (questo il “mantra” ripetuto da tutti i partecipanti al webinar, con in testa il ministro Manfredi). “Una combinazione vincente che deve diventare il perno anche di altri settori industriali” conclude Deandreis.

Nella ricerca condotta da Srm e Farmindustria sono ricapitolati i punti di forza della filiera del farmaco. Spiccano i 3 miliardi di euro investiti in innovazione, dei quali 1,7 in R&S, pari al 7% del totale in Italia (il farmaceutico è il terzo settore per valore degli investimenti) e al 17% del valore aggiunto che supera di oltre 10 volte la media Italia (1,4%). Tali investimenti sono cresciuti del 35% negli ultimi 5 anni, più della media Ue (+20%) e anche il numero degli addetti alla R&S è aumentato dell’11% dal 2013 a oggi (6.600 persone).

Le partnership e non solo

Un altro capitolo fondamentale riguarda la “vitalità” della partnership con gli altri attori dell’ecosistema, segnatamente – rileva la ricerca – per quanto attiene la specializzazione di prodotti e terapie avanzate in partnership con centri della conoscenza, mondo produttivo e terzo settore, pubblico e privato.

I dati contenuti nel rapporto attestano che la ricerca in partnership è cresciuta del 95% negli ultimi 10 anni e che l’industria farmaceutica è prima in Italia per numero di imprese con accordi di cooperazione per l’innovazione (sono circa 300 farmaci biotech in sviluppo).

Inoltre, come sanno anche i muri, la farmaceutica italiana ha una posizione rilevante in ambito internazionale. “Gli ultimi dati di Farmindustria – aggiunge Deandreis – sottolineano per l’Italia un ruolo di leadership per produzione di medicinali (32,2 miliardi, l’80% destinato all’export); la più alta crescita dell’export (nell’ultimo decennio +117% rispetto a +81% media Ue); la più alta crescita degli investimenti in R&S (dal 2013 +35% vs +20% media Ue)”.

Farmaceutico asset strategico per l’Italia

Anno dopo anno si rafforza il concetto che l’industria italiana dei medicinali rappresenti qualcosa di più di un esempio economico per il Paese. Si sa che rappresenta il settore con la più alta crescita nell’ultimo decennio sia in termini di produzione (+22% contro il -14% della media manifatturiera) che dell’export (+117% contro +27% della media).

Inoltre dal 2014 al 2019 è il settore che ha fatto registrare il maggior aumento occupazionale (+10% contro il +5% del totale dell’economia). Inoltre il 90% delle imprese farma sta adottando l’innovazione 4.0 nella produzione e ha sposato la linea green: in dieci anni sono molto diminuiti sia i consumi energetici (-54% contro -26% della media manifatturiera) sia le emissioni di gas climalteranti (-74% contro -13%).

Il focus al sud

La descrizione della consistenza, dei difetti e delle potenzialità che caratterizzano l’industria del farmaco nel Mezzogiorno è affidata a Salvio Capasso, responsabile del servizio imprese e territorio di Srm: “La filiera al Sud è concentrata su alcuni cluster appartenenti soprattutto a regioni del Centro Nord. Nel Mezzogiorno esistono alcuni poli, con una presenza comunque significativa abruzzese, napoletana-salernitana, barese/brindisina e nella Sicilia orientale.

La dimensione media delle aziende meridionali è sicuramente da potenziare (44,5 addetti contro una media italiana di 82) e sono ancora significative le differenze negli investimenti in R&S, ma con significativi progetti in corso che vanno nella giusta direzione”.

Alcune caratteristiche critiche della filiera farmaceutica meridionale

A oggi, nelle otto regioni del Sud si conta circa il 20% delle strutture di imprese produttrici di farmaci biotech italiano. Ma in generale la componente di R&S è ancora non soddisfacente sul territorio”. Esistono fattori di debolezza che contraddistinguono questa presenza industriale, che appare “a varia densità” numerica di aziende e produzioni nelle singole regioni e ancora non offre numeri importanti (“ma la significatività è senz’altro crescente” dice Capasso).

Soprattutto, dalla ricerca emerge che non esiste ancora “una sufficiente capacità di fare sistema che riesca a trasformare il sistema produttivo dell’area da un insieme di presenze spesso puntiformi ed isolate (anche se singolarmente rilevanti) a sistemi integrati di produzione e di ricerca in grado di dare una forte impronta sulla sua struttura produttiva e sulle sue direzioni di ricerca ed innovazione tecnologica”.

Vantaggi e prospettive

L’industria farmaceutica al Sud è oggettivamente “aperta” agli scambi internazionali ed è attiva anche negli scambi interregionali. Spiega Capasso: “Il Mezzogiorno raggiunge 118 Paesi del Mondo, circa i due terzi di quelli raggiunti dall’export nazionale che ammontano a 178. Inoltre il Sud ripercorre in lungo e in largo l’Italia: come il Nord-Est, risulta importatore netto di prodotti farmaceutici, presentando un saldo di -6.060 milioni di euro. Anche l’export interregionale risulta rilevante, toccando quota 1.270 milioni di euro e per 100 euro che vanno all’estero se ne aggiungono 60 destinati al resto d’Italia”.

Alcune previsioni per il 2020

Come accennato in apertura, dai dati elaborati nella ricerca si stima che la filiera farmaceutica meridionale potrebbe far registrare nel 2020 una variazione di fatturato compresa tra lo -0,4% ed il +0,8%, mentre a livello nazionale la variazione sarebbe tra il -0,2% e +0,6%. Quanto al valore aggiunto si calcola una variazione compresa tra il -0,3% ed il +1,3%, mentre a livello nazionale il range di riferimento sarebbe compreso tra -0,1% e +1,4%.

L’impatto del Covid-19 sul settore

Nelle conclusioni di Capasso (e dello studio di Srm) si rileva quanto l’intera filiera biofarmaceutica abbia mostrato una discreta resilienza: “Ha assicurato la continuità operativa, sia per le procedure messe in atto dalle aziende per coniugare attività e tutela della sicurezza dei lavoratori, sia per i provvedimenti che sono stati adottati nella riorganizzazione dei processi. Va inoltre citato il ruolo molto importante contro Covid-19 degli studi clinici (soprattutto quelli svolti in Campania) oltre che il sostegno all’economia nazionale da parte delle imprese con donazioni in farmaci, finanziarie o in kind, pari complessivamente a più di 40 milioni”.

A conferma di tale resilienza lo studio tira in ballo l’andamento dell’occupazione. La farmaceutica è il settore con la minore riduzione delle ore lavorate, “un calo oggi generato prevalentemente dalla minore attività nella rete esterna – si legge nel report – decisa per motivi oggettivi di tutela della salute di addetti, medici e pazienti dalle aziende, che sono già impegnate perché riparta prima possibile con adeguati standard di sicurezza”.

Quanto all’attività produttiva vera e propria nella farmaceutica non si è registrata un’inversione di tendenza rispetto al trimestre precedente (anzi: +1,1% il dato del primo trimestre 2020 rispetto all’ultimo del 2019, secondo l’Istat), in cui la produzione era stata in aumento rispetto all’anno scorso, ancora una volta grazie alla performance delle esportazioni (+24% nei primi tre mesi del 2020).