E Covid-19 riapre questioni razziali (quasi) dimenticate

La differente mortalità da coronavirus riscontrata tra diversi gruppi etnici, porta tradizionalmente alcuni ricercatori a ipotizzare, tra le cause, anche differenze genetiche. E sebbene una predisposizione biologica sia possibile, niente ha a che vedere con le classificazioni da noi inventate nell’Ottocento. La “scienza della razza” potrebbe non essere mai sparita, come denuncia la giornalista britannica Angela Saini. DAL NUMERO 180 DEL MAGAZINE

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Il 56% delle donne in gravidan­za ricoverate negli ospedali del Regno Unito per aver contratto Covid-19 proveniva da gruppi et­nici neri, asiatici o minori (black, asian or minority ethnic, “Bame”). Lo ha dimostrato uno studio condot­to tra il primo marzo e il 14 aprile e pubblicato sul Bmj (Characteristics and outcomes of pregnant women admitted to hospital with confirmed Sars-CoV-2 infection in UK: natio­nal population based cohort study). Secondo tale studio tra le 427 donne in gravidanza 233 provenivano da ambienti Bame e in particolare 103 erano di provenienza asiatica e 90 era­no nere.

Un rapporto del Public Heal­th England, pubblicato lo scorso giu­gno, ha rivelato che i neri hanno una probabilità di ricevere una diagnosi di Covid-19, due-tre volte maggiore rispetto ai bianchi e che i tassi di mor­talità per Covid-19 sono più alti tra le persone appartenenti a gruppi etnici neri e asiatici.

Spostandosi negli Stati Uniti, il 7 aprile nella città di Chicago, era stato registrato quasi il 70% delle morti per Covid-19 tra la popo­lazione nera, che nella città si attesta intorno al 30% del totale. Mentre sempre negli Stati Uniti, a partire dal 27 maggio, il tasso di mortalità com­plessivo registrato, da Covid-19 è 2,4 volte maggiore per gli afroamericani rispetto ai bianchi, come ha rivelato un’indagine dell’Apm research lab, un ente no profit statunitense. I dati a riprova di una maggiore suscettibili­tà di alcuni gruppi etnici a Sars-Cov2 non sono mancati in questi mesi, ma qual è la spiegazione?

Le speculazioni sui geni

I motivi potrebbero essere in larga parte spiegati con le disuguaglianze socioeconomiche e ambientali tra i diversi gruppi demografici. Eppure, come ha denunciato sulle pagine di The Lancet, la giornalista scientifica britannica Angela Saini, autrice del libro “Superior: The Return of Race Science” (HarperCollins Publishers, 2019), “sono state offerte anche altre spiegazioni molto più speculative: alcuni ricercatori hanno sollevato la possibilità che innate differenze genetiche tra i gruppi razziali, sia­no la causa del fatto che Sars-Cov2 colpisca qualcuno in maggior misu­ra rispetto ad altri”.

In effetti, come conferma anche Clarence Gravlee, antropologo dell’Università della Florida esperto in disuguaglianze sociali, con un articolo pubblicato su Scientific American, sono state anche portate avanti teorie in base alle quali la diversa vulnerabilità dei neri americani al virus sarebbe do­vuta a geni non ancora chiaramente identificati. Gravlee scrive che il se­natore della Louisiana Bill Cassidy (ex medico) in un’intervista alla Npr, ha affermato che tra gli altri fattori, anche le “ragioni genetiche” alla base del maggior rischio di diabete per gli afroamericani, erano di conseguenza uno dei motivi per cui questo grup­po era più suscettibile a contrarre l’infezione. Il tutto senza fornire prove.

Allo stesso modo, sempre sen­ za prove, un gruppo di scienziati ha scritto su The Lancet (Ethnicity and COVID-19: an urgent public health research priority), che le disparità etniche nella mortalità Covid-19 po­trebbero essere in parte attribuibili alla “composizione genetica” delle et­nie (nonostante forse, i buoni propo­siti del lavoro di voler indagare sulla differente mortalità da Covid-19) e speculato su una “risposta genomica­mente determinata ai patogeni vira­li”. Infine come riporta ancora Gra­vlee, un gruppo di epidemiologi ha scritto su Health Affairs che “potreb­bero esserci alcuni fattori genetici o biologici sconosciuti o non misurati che aumentano la gravità di questa malattia per gli afroamericani”.

Un quadro complesso

“Naturalmente è possibile che ci possa essere una predisposizione biologica al Covid-19, come succede per molte altre malattie – ha commentato a pro­posito Guido Barbujani, professore di Genetica all’Università di Ferrara e autore del saggio “L’invenzione delle razze” (Bompiani, 2018) –ma niente ha a che fare con le distinzioni razziali che ci immaginavamo nell’Ottocento e qualcuno continua ancora a imma­ginarsi”.

“Possono esserci popolazioni con una diversa sensibilità al virus o qualunque agente patogeno. I finlan­desi per esempio – continua Barbuja­ni – hanno il complesso delle malattie genetiche ‘finlandesi’ che sono diverse da quelle del resto degli europei. Ma ciò che trovo inaccettabile è che non si capisca, dopo oltre 50 anni che la scienza l’ha chiarito, che queste diffe­renze esistono fra tutte le popolazioni e non hanno niente a che vedere con i cataloghi razziali dell’Ottocento. Questi sono stati fatti quando non si avevano conoscenze biologiche preci­se e ci si basava sul colore della pelle o le dimensioni del cranio; oggi che conosciamo i nostri genomi non ha senso utilizzarli, perché sappiamo che non è un modo ragionevole di classifi­care le persone”.

Barbujani ricorda poi come il caso di Covid-19 sia ancora più comples­so, perché oltre a una predisposizio­ne genetica, sono tantissimi i fattori coinvolti che potrebbero avere un ruolo nell’insorgenza della patolo­gia. Per esempio il ceppo virale: si sa praticamente per certo che esistono diversi ceppi di Sars-Cov2 in circola­zione per il mondo (si veda articolo a pagina 74), anche se ancora non è noto che implicazioni questo pos­sa avere clinicamente per gli esseri umani. Possono pesare anche le con­dizioni ambientali, come l’inquina­mento e un altro fattore noto sono le condizioni sociali ed economiche: per esempio il luogo in cui si vive, il lavoro che si fa, o i mezzi che si usano per spostarsi. Saini per esempio ri­corda su The Lancet, che il 44% degli operatori sanitari del National heal­th service, in prima linea alla lotta al Covid, non sono bianchi. Mentre a Londra, una delle zone del Regno Unito più colpite dalla pandemia, i britannici bianchi sono in minoran­za secondo un censimento del 2011.

Il ritorno della “scienza della razza”

D’altra parte, come ha ricordato Bar­bujani, la scienza ha dimostrato da tempo, già alle soglie degli anni ’70, che le razze umane non esistono e che gli esseri umani mostrano variazioni genetiche notevolmente ridotte ri­spetto ad altri primati. Lo studio del 1972 di Richard Lewontin per pri­mo (The Apportionment of Human Diversity), e a seguire quelli condotti negli anni ’80 dal genetista Luca Ca­valli Sforza, per citare i più importan­ti, hanno dimostrato che le maggiori variazioni genetiche umane non sono tanto quelle di gruppo, quanto quelle individuali: la diversità genetica cioè, è maggiore all’interno di una popola­zione, che tra popolazioni differenti.

“Noi esseri umani abbiamo in comu­ne il 99,9% del nostro Dna con ogni sconosciuto” precisa Barbujani. “Il restante uno per mille rappresenta le differenze che ci rendono tutti diver­si, ma sono differenze tra individui. C’è una grande variabilità all’interno delle stesse popolazioni, che le rende biologicamente non omogenee”. A tal proposito Barbujani cita un famoso studio condotto su svedesi e giappo­nesi, per confrontarne il metabolismo dei farmaci a opera del citocromo P450 2D6 (CYP2D6). I ricercatori hanno scoperto una grande variabili­tà tra i partecipanti, con persone che metabolizzavano i farmaci lentamen­te e altri molto velocemente, ma in entrambe le popolazioni. “Le nostre differenze stanno all’interno di una popolazione non tra una popola­zione e l’altra” aggiunge il genetista. “Quell’uno per mille di differenza fa sì che il nostro vicino di casa possa es­sere, certe volte, più diverso da noi di un coreano”.

Nonostante tutto e nonostante le prove fornite dalla scienza in questi decenni, secondo Saini la “scien­za della razza” non è mai del tutto scomparsa. Anche dopo l’apice degli  anni ’30 del Novecento – quando i ricercatori in accordo con i nazisti fe­cero del loro meglio per dimostrare la presunta superiorità della razza aria­na – dopo il quale si pensava che teo­rie di questo tipo fossero state messe da parte una volta per tutte. Secondo la giornalista invece sarebbe anco­ra viva in alcuni circoli intellettuali l’idea della supremazia della razza bianca ed esisterebbe una rete ben coordinata di persone che cercano di riportare tali ideologie nell’accade­mia e nella politica tradizionali.

Il caso dell’ipertensione

Tornando alle differenze di mortalità ricontratte in corso di pandemia da Covid-19, una delle spiegazioni più spesso citate dai ricercatori per giu­stificare le differenze biologiche tra i diversi gruppi riguardava l’ipertensio­ne, una malattia da tempo considerata “nera”. I neri di origine afro-caraibica nel Regno Unito e negli Stati Uniti hanno infatti notoriamente un mag­gior rischio di ipertensione rispetto ai bianchi. E negli anni sono state diver­se le teorie a riguardo e gli studi con­dotti per cercare di individuare i geni responsabili della patologia.

Nel 1983 Clarence Grim introdusse la “slavery hypertension hypothesis”, secondo cui ci sarebbe stata una selezione na­turale dei neri d’Africa, trasportati come schiavi negli Stati uniti, favo­rendo la sopravvivenza degli individui che sulle navi, riuscivano a conservare più sodio. Nonostante le numerose ri­cerche questa ipotesi non è stata mai dimostrata. L’ipertensione è un esem­pio di malattia “razzializzata” scrive Saini. “Per molto tempo i ricercatori hanno sostenuto la teoria che l’iper­tensione avesse una base genetica, per spiegare per esempio perché fosse più frequente tra i neri”.

Ma la soluzione più semplice è probabilmente legata alla dieta – un fattore di rischio do­minante e in particolare il consumo di sale – così come allo stile di vita e allo stress. La dieta negli Stati Uniti del sud, tradizionalmente associati a afro-americani è ricca di sale e grassi, proprio come in Finlandia, un altro paese dove molte persone soffrono di ipertensione. Mentre un altro studio ha rivelato un collegamento tra l’iper­tensione e il basso tasso di scolarità. Un’ulteriore prova che i fattori coin­volti non siano tanto biologici, quanto ambientali e sociali.

L’idea che l’ipertensione sia una ma­lattia “nera” è stata così ampiamente accettata, che le linee guida del Na­tional Institute for Health and Care Excellence del Regno Unito racco­mandano che ai pazienti neri di età inferiore ai 55 anni con ipertensione vengano somministrati calcio-anta­gonisti anziché inibitori dell’enzi­ma di conversione dell’angiotensina (Ace), invece indicati per i pazienti non neri di età inferiore a 55 anni. In realtà però nessuno studio dimostra che gli Ace-inibitori, funzionino più sui bianchi che sui neri. Jay Kaufman, epidemiologo della McGill Univer­sity in Canada e Richard Cooper, cardiologo ed esperto globale di iper­tensione presso la Loyola University di Chicago negli Stati Uniti, hanno provato ad analizzare tutta la lettera­tura disponibile, a conferma di una maggior efficacia di un farmaco a di­spetto di un altro, a seconda del grup­po etnico di appartenenza, senza però trovare prove.

L’anemia falciforme

Un altro esempio di malattia consi­derata “nera” è l’anemia falciforme, perché particolarmente frequente tra le persone nere. Oggi è noto che que­sta malattia è tipica di alcune zone del mondo in cui vi sono stati e vi sono molti casi di malaria, perché l’anemia falciforme in realtà fornisce una resi­stenza ad essa. È un vantaggio selet­tivo rispetto alla malaria, perché un rischio supera l’altro. Il che significa che si tratta di una differenza dettata dalla geografia e dalle condizioni am­bientali e non razziale. È prevalente in alcune parti dell’Africa, ma non in tutte, ed esiste in altre parti del mondo al di fuori dell’Africa, dove le persone non hanno la pelle nera.

Sono un esempio anche la Sardegna e la Sicilia, regioni dove la malaria fu molto diffusa. Il motivo per cui sem­bra una malattia legata alla “razza” è dovuta al fatto che negli Stati Uniti molti bianchi sono di origine europea e molti neri, a causa della storia del­la schiavitù, sono di origine africana occidentale. Ciò significa che negli Stati Uniti, nella popolazione nera si osservano tassi molto più alti di cellu­le falciformi rispetto alla popolazione bianca. Ma a livello globale questa as­sociazione non si riscontra.

“Questo discorso vale per molte altre malat­tie che pensiamo siano razzializzate” sottolinea Saini. “I neri americani hanno più probabilità di morire per qualunque causa rispetto ai bianchi americani. L’aspettativa di vita di un americano nero è inferiore a quella di un americano bianco. È perverso supporre che esista una base geneti­ca per spiegarlo. Gli americani neri sono così geneticamente svantaggiati che persino la mortalità infantile sa­rebbe più alta? Non ha alcun senso. Nel Regno Unito, dove vivo, vediamo questo divario nell’aspettativa di vita tra ricchi e poveri. È esattamente lo stesso in America, ma in America è trattato come razziale perché le cir­costanze socioeconomiche corrono lungo linee razziali”.

Colpa del razzismo non della razza

Secondo Camara Phyllis Jones epi­demiologa e medico di famiglia negli Usa, che per 14 anni ha lavorato pres­so i Centers for Disease Control and Prevention, è stato il razzismo a por­tare le persone di colore a essere più esposte e meno protette dal Covid-19, gravandole di malattie croniche. Jo­nes – che come presidente dell’Ame­rican Public Health Association nel 2016, ha condotto una campagna per nominare esplicitamente il razzi­smo come una minaccia diretta alla salute pubblica – ha riferito a Scien­tific American, che il Sars-Cov2 ha infettato in prevalenza le persone di colore perché sono più esposte per via dei lavori che fanno (spesso in prima linea, come aiuti sanitari a domicilio, impiegati delle poste, magazzinieri ecc.) o per via dei quartieri in cui vi­vono, in genere più piccoli e angusti e più densamente popolati.

Una volta infettati hanno inoltre più alte pro­babilità di morire, perché portano un carico maggiore di malattie croniche: i neri hanno infatti il 60% in più di diabete e il 40% in più di ipertensio­ne come già ricordato. Onere dovuto a diversi motivi, tra cui il minor ac­cesso alle cure sanitarie e il contesto in cui vivono per esempio. Nono­stante tutto però, spesso si preferisce cercare una spiegazione biologica in risposta ai divari riscontrati in medi­cina. Come scrive Saini in Superior, “gli svantaggi sociali e un’assistenza medica inadeguata sono strettamente legati a salute e sopravvivenza. Anche se nel caso dei neri americani questi fattori vengono spesso trascurati dai ricercatori, come dimostra anche un lavoro pubblicato su The Lancet nel 2017: gli scienziati tendono più spes­so a cercare una prova nella biologia piuttosto che rispondere alla doman­da con le disuguaglianze sociali”.

Rivedere la ricerca clinica

Non da ultimo secondo Saini, an­drebbe rivalutato il modo in cui le classificazioni demografiche vengono usate nella ricerca medica. Se infatti da una parte il metodo può anche avere dei vantaggi, perché per esem­pio consente di tracciare eventuali di­sparità di trattamento o individuare eventuali modelli ambientali o socia­li che influenzano la prevalenza della malattia, come nel caso di Covid-19, dall’altra il rischio è di dimenticare che queste distinzioni siano solo so­ciali e non abbiano basi biologiche. Spesso infatti vengono ancora usate di routine nella ricerca medica e nella pratica clinica, per guidare la ricerca, la diagnosi e il trattamento in modi che, nonostante le buone intenzioni, sono inappropriati.

“La persistente abitudine di essenzializzare grandi gruppi di persone in medicina, deve essere interrogata” precisa Saini. “Se la razza deve essere usata come varia­bile di ricerca o strumento diagnosti­co, i motivi devono essere chiaramen­te articolati e giustificati, per evitare di fare affidamento sugli stereotipi piuttosto che sui fatti”. Il fatto che le classificazioni vengano usate ancora in medicina, a volte in maniera im­propria, secondo Barbujani dimostra che “molte aree della medicina non sono aree della scienza e la ricerca clinica subisce dei gravissimi ritardi”.

Le spiegazioni di fondo secondo il genetista sono due: la prima è che il nostro cervello è portato a semplifica­re, “si è evoluto per trovare soluzioni semplici e ancora lo fa” precisa. “Ma questo schema è pericoloso, è una len­te deformante, che non ci permette di capire le nostre realtà biologiche”. La seconda spiegazione che dà, è che il razzismo e queste categorizzazioni permangono perché convengono a molte persone. “Sono uno strumento molto spendibile nella vita politica e nei conflitti sociali – conclude – c’è tanta gente che ha interesse a mante­nere le barriere, sebbene dal punto di vista biologico non abbiano senso”.