La geopolitica al tempo di Covid: tra alleanze e isolazionismo a caccia di una terapia 

I rapporti di forza tra gli Stati stanno cambiando e la corsa al vaccino sta allargando il solco diplomatico tra Usa e Cina. Ma la partita tra le superpotenze si gioca anche in seno all’Oms. *Dal numero 180 del magazine

la geopolitica al tempo di covid

Nuovi accordi, nuove politiche e nuovi orizzonti internazionali a cui guardare. Il detto gattopardiano “tutto cambi affinché nulla cambi” forse stavolta potrebbe perdere il suo senso, perché gli Stati di mezzo mondo, coinvolti dalla sfida sanitaria da coronavirus, potrebbero mettere in campo alleanze e sinergie mai viste prima. La triade Ue-Usa-Cina sta catalizzando gli investimenti per accedere a un vaccino e ci si muove sempre più nei consessi internazionali all’insegna dell’unità. Le cancellerie del globo hanno capito che in questa necessità mondiale si devono trovare solidi alleati o rinforzare le intese già in essere. Da soli non si va lontano. È il caso dell’Ue che ha programmato una serie di investimenti per rendere il vaccino disponibile a tutti i 27 bypassando (pare) le velleità nazionali e locali dei suoi membri. Troppi, tanti soldi e gli investimenti insostenibili impongono approcci nuovi alla gara internazionale contro Covid-19.

In un’intervista rilasciata il 14 giugno a Jacopo Tondini su “Gli Stati generali”, il banchiere ed esperto di economia internazionale Pietro Modiano fa una riflessione interessante. Rispetto alle altre epidemie del passato, come la Hong Kong del 1969, nonostante le migliaia di morti, i Paesi occidentali non hanno reagito con la stessa prontezza. Forse perché ha contato la percezione della lontananza geografica dell’emergenza. Inoltre, altro elemento che sottolinea Modiano, è che Covid-19 minaccia soprattutto una classe dirigente anziana che guida una società anziana e quindi i governi si sono sentiti chiamati direttamente in causa. Poi una suggestione drammatica. Cosa sarebbe successo se questa epidemia avesse colpito i giovani?

Secondo alcune ipotesi citate da Modiano nell’intervista, la reazione sarebbe stata ben diversa, forse meno drastica. Covid-19 ha messo in moto un processo a questo punto ineludibile. La consapevolezza che l’attuale stato delle cose appaia come “finito” e non “indefinito” nel tempo, ha messo in crisi la società moderna. Qualcuno mette in discussione i meccanismi capitalistici della nostra economia, altri la prontezza di riflessi della sanità, altri della solidità della gerarchia geopolitica del mondo. Le certezze che arrivavano dall’Organizzazione mondiale della sanità stanno scricchiolando e anche i mostri sacri dell’editoria scientifica di primo livello come The Lancet hanno commesso passi falsi (si veda il caso clorochina). In tutto ciò la corsa al vaccino è al momento l’unica certezza seppur all’interno di un contesto internazionale magmatico in cui ogni potenza cerca di approfittare delle proprie capacità finanziarie e tecnologiche per arrivare prima degli altri.

La corsa alla nuova atomica, come ha profetizzato qualche anno fa il magnate Bill Gates, sta avendo ripercussioni politiche importanti e la sensazione è che la scienza, declinata nella cura contro l’infezione da Sars-Cov-2, possa assurgere a nuova ambizione di potere e decisionalità nelle sedi internazionali che contano. Per fare un quadro della situazione AboutPharma ha coinvolto Armando Sanguini, ambasciatore italiano e Senior scientific advisor dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi).

La corsa a un vaccino si fa sempre più serrata. A suo avviso l’ottenimento di una terapia contro Covid-19 potrà diventare uno strumento di potere da parte di uno Stato in un contesto geopolitico globale? 

Non c’è dubbio che chi per primo arriverà in fondo a questa competizione riceverà una buona dose di gratitudine e prestigio e avrà diritto a essere ricompensato per i costi affrontati per l’ottenimento di questo risultato e perché no, l’effetto di questo sforzo sarà tale da avere un poderoso effetto calmierante dei costi una volta che il prodotto sarà reso disponibile. Ma bisogna fare una distinzione all’interno del concetto di potere.

Che distinzione?

Innanzitutto bisogna prendere in considerazione il potere che nasce dal basso e si forma sul riconoscimento che uno Stato, o un ente non statale, ottiene una volta che sarà scoperto un vaccino. Dall’altra c’è un potere con un significato più tradizionale che si basa sulla subordinazione di qualcun altro. Se si dovesse concretizzare quest’ultimo concetto saranno guai.

Intravede questo rischio?

A mio avviso il rischio è piuttosto basso. In questo contesto geopolitico interconnesso, la buona competizione non si fermerà al primo esito positivo. Magari ne emergeranno altri migliori. Bisogna guardare forse più al potere inteso come ottenimento di prestigio e gratitudine che non quello fondato sull’influenza e l’obbedienza.

Ha citato enti non statali. Si riferisce quindi alle multinazionali impegnate nella ricerca?

Sì. Generalmente si è soliti ridurre i rapporti internazionali a un’attività esclusiva tra Stati, ma oggi ci sono multinazionali il cui potere economico e di influenza, abbinato alla strumentazione tecnologica, sono tali da superare non pochi Stati.

Multinazionali che, anche alla luce dei recenti accordi con i governi, stanno proponendo nuove forme di collaborazione…

In questa corsa al vaccino abbiamo visto nuove forme di collaborazione tra laboratori e centri di ricerca e speriamo che questa logica sia seguita anche dagli Stati stessi tra di loro. Non sarebbe male.

Si parla però di “nazionalismo del vaccino”. All’interno di queste logiche di partnership come la vede?

Il pericolo c’è e bisogna esserne consapevoli. Ma se qualche Paese si arrocca in questo suo sovranismo vaccinale, alla fine si autoisolerà. La vera molla sarà il confronto con l’altro e l’accettazione di un’interdipendenza sul piano della salute pubblica. L’Unione europea, per esempio, si sta muovendo bene in questo senso.

Ecco, qualche parola sull’Ue. Date le croniche divisioni in seno all’Unione europea, può essere questo un elemento che farà da collante tra gli Stati, oppure assisteremo alle consuete frizioni interne in cui ognuno cercherà di far propria (per primo) una terapia valida? 

L’Unione europea è un attore molto importante in questo contesto e l’Italia stessa è in prima fila. Basti pensare all’accordo tra Italia, Germania, Francia e Olanda o anche a quello con l’Università di Oxford e le aziende produttrici di vaccini. L’Italia è fra i primi Paesi che hanno risposto all’appello del segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Gutierrez per combattere la disinformazione al tempo del coronavirus e la stessa Italia è co-presidente, insieme al Regno Unito, della Cop-26 per il cambiamento climatico. C’è un versante su cui il nostro Paese gioca un ruolo di rilievo e che supera gli stereotipi di rivalità a favore di una sana competizione.

Intese tra Stati e isolazionismo. Gli Usa stanno giocando una partita importante per la propria egemonia e il tema della salute pubblica e della ricerca sul vaccino è in cima all’agenda del presidente Donald Trump. Cosa ne pensa anche in virtù degli scontri con Pechino e con l’Oms?

Trump, nella sua logica d’attacco senza scrupoli, ha pensato che prendersela con la Cina potesse essere redditizio sul piano elettorale. Secondo me è pronto a cambiare rotta quando si profilerà una compensazione in chiave commerciale. Trump sa bene che l’opinione pubblica, in generale, non vede di buon occhio la Cina, però ha capito che la Cina stessa appare più collaborativa. In questa battaglia per la supremazia globale, questo attacco a testa bassa non finirà a giocare in suo favore. Pechino saprà rispondere. Basti pensare a quante nazioni hanno avuto il sostegno da parte cinese. Il vantaggio elettorale (le elezioni presidenziali saranno a novembre prossimo n.d.r.) non è garantito a meno che non si arrivi a una serie di compromessi commerciali che la comunità americana reputerà redditizi. Tra l’altro con le grandi donazioni di dispositivi di protezione individuale, di cui ci siamo avvalsi anche noi a inizio epidemia, la Cina ha espanso la propria influenza, a dispetto invece di una ritirata Usa. Pechino si è resa più disponibile di Washington. Anche perché ha compreso prima di tutti come affrontare la crisi sanitaria.

In che modo?

Da parte cinese ci sono stati ritardi e omissioni, questo è fuori discussione. Detto ciò, sappiamo come la Cina ha affrontato e sta affrontando tuttora la pandemia cercando di compensare i ritardi con un ventaglio molto ampio di collaborazioni concrete.

La Cina ha lavorato molto sulla sua immagine all’estero. Ma alcuni governi in giro per il mondo tra cui quello brasiliano, statunitense o britannico (per citarne alcuni), sottovalutano pubblicamente l’emergenza e sono restii a pubblicare i dati delle infezioni. Ne va dell’immagine pubblica di un Paese? Si può trovare un equilibrio tra trasparenza e necessità di tutelare la propria immagine?

Partiamo dall’inizio. La Cina, quando si è vista scoppiare l’emergenza in casa, prima di accettare il fatto di essere la culla di un disastro di questo tipo ci ha pensato a lungo. In parte è comprensibile. Quando poi il fenomeno si è ampliato ha saputo affrontare il problema. C’è poi Jair Bolsonaro in Brasile che è l’esempio peggiore, non avendo capito prima e rifiutando di capire poi. Dico così perché è evidente quanto succede in Sud America e la sua politica è sbagliata, ai limiti del criminale. In Europa Boris Johnson (premier britannico, n.d.r.) ha cercato di fare il primo della classe sottovalutando il problema con una gestione dell’emergenza con manica larga, ma lui stesso ha contratto l’infezione e ha poi aggiustato il tiro in maniera vigorosa. Così come la Svezia, che con le sue politiche poco restrittive si è ritrovata ad avere il tasso di mortalità pro capite più alto al mondo. Infine Trump negli Stati Uniti, invece, come detto, si gioca le elezioni tra interessi economici e pandemici. E lo fa nella sua maniera erratica.

Non possiamo dimenticare l’Organizzazione mondiale della sanità e i suoi legami con gli Stati. Che sta succedendo? 

L’Oms si è presentata nella maniera più fragile possibile, perché ha oscillato in una maniera difficilmente accettabile, ma soprattutto ha assunto nel tempo posizioni abbastanza diversificate e contraddittorie.

Quindi?

Una volta l’Oms aveva una sua autorevolezza che si è andata perdendo. Con la crisi dell’Ebola, per esempio, l’Organizzazione aveva una sua statura riconosciuta. Oggi no. Quando è scoppiata la pandemia, i piani di risposta pandemica li avevano in pochi. L’Oms si è quindi fatta avanti dichiarando l’emergenza globale cercando di fornire una metodologia da seguire. Come dicevo, la sensazione oggi è che pochi vogliano, però, affidarsi all’Oms.

 

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La fine della sanità nazionale

Ormai la sanità è globale. “La dottrina si è spesso interrogata sull’effetto erosivo che le forze della globalizzazione esercitano sulla sovranità degli Stati anche rispetto al governo della salute pubblica”, scriveva Stefania Negri, docente associato di Diritto internazionale e direttore dell’Osservatorio sui diritti umani, bioetica, salute, ambiente nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Salerno. Il lavoro di Negri risale al 2013, quando una pandemia come quella attuale s’era vista solo nei film di fantascienza. Si legge tra le righe. “L’impatto della globalizzazione nel settore della sanità pubblica ha dunque generato due cambiamenti importanti: il superamento del concetto di salute pubblica nazionale, oggi sostituito da quello di salute globale, e una crescente ‘internazionalizzazione del rischio’, che ha richiesto un approccio multilaterale alla gestione delle crisi sanitarie transnazionali. Le nuove o emergenti minacce sanitarie internazionali – continua Negri col suo lavoro “La tutela della salute pubblica internazionale tra governance globale, ‘sovranità sanitaria’ e diritti fondamentali” – hanno, infatti, dimostrato come gli Stati non possano efficacemente gestirne gli effetti agendo individualmente ed in totale isolamento; il consequenziale ricorso a meccanismi multilaterali di prevenzione e risposta rapida ha contribuito a trasformare l’interesse generale dello Stato alla propria sicurezza sanitaria in un obiettivo di global concern”.

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Italia, Germania, Francia e Olanda si accordano con AstraZeneca

Sabato 13 giugno, in un post sulla sua pagina Facebook, il ministro della Salute Roberto Speranza ha annunciato la firma dell’accordo con il gruppo anglo-svedese per la distribuzione del candidato vaccino di Oxford. “Una notizia molto bella e importante”, scrive Speranza. “Insieme ai ministri della Salute di Germania, Francia e Olanda, ho sottoscritto un contratto con AstraZeneca per l’approvvigionamento fino a 400 milioni di dosi di vaccino da destinare a tutta la popolazione europea. Il candidato vaccino nasce dagli studi dell’Università di Oxford e coinvolgerà nella fase di sviluppo anche importanti realtà italiane. L’impegno – si legge nel post – prevede che il percorso di sperimentazione, già in stato avanzato, si concluda in autunno con la distribuzione della prima tranche di dosi entro la fine dell’anno.”