Capitalismo biopolitico: adesso si punta al dominio scientifico-tecnologico

La pandemia ha accelerato processi già in atto e uno di questi è la corsa al digitale mai come oggi al centro delle strategie dei Paesi più industrializzati per avere vantaggi sui propri avversari (e alleati) sia in termini scientifici che geopolitici. In questo contesto giocano un ruolo di primo piano le biotecnologie. *Dal numero 180 del magazine

Fino a ieri si doveva seguire le pipeline per trovare gli equilibri mondiali: non quelle delle aziende pharma ma quelle del petrolio. In tempi di pace armata, la competizione tra Paesi girava sulla tecnologia atomica. Qualcosa è cambiato. Non si cacciano più spie che trafficano piani segreti di armi di distruzione, vedi James Bond. Ora la competizione per il predominio politico è tutta sulla tecnologia civile. E con la pandemia, sempre più sulle bio-tecnologie.

La globalizzazione è stata una corsa sfrenata dal 1989, iniziata simbolicamente con la caduta del Muro, contrappuntata fino a oggi da innumerevoli episodi tra cui l’arresto di Ms. Wanzhou di Huawei. Tutto ciò con la tremenda accelerazione data dall’ingresso nel World Trade Organization della China. Correva l’anno 2001.

Da circa due anni siamo entrati nell’era della de-globalization e la pandemia ha impresso il cambio di marcia alle potenze primarie e secondarie che si chiudono e competono per la supremazia nella tecnologia, digital e biotech.

Usa vs Germania: il caso CureVac

Un esempio è stato il teatro di scontro tra Usa e Germania per il controllo di CureVac AG. Avere il vaccino per Covid-19 vuol dire vincere la competizione, a favore di uno e contro l’altro. Come ha riportato il Financial Times, pare che Trump abbia messo sul piatto un miliardo di dollari per possedere la tecnologia “tedesca” di CureVac. Angela Merkel ha alzato le barricate e, di recente, lo Stato tedesco tramite la propria Banca pubblica KFW, la loro Cassa depositi e prestiti (Cdp) e non certo tramite la comunitaria Banca europea degli investimenti (Bei), ha investito in CureVac 300 milioni di euro. Lo Stato diventa quindi azionista al 23% “garantendo di non intromettersi nella gestione aziendale”. Certo. La tecnologia è mia e guai a chi la porta via.

Protezionismo per le startup

La trincea nord americana si chiama Committee on foreign investment in the United States (Cfius): se non sei americano, e soprattutto se sei cinese ma anche italiano, non investi in start-up biotech a meno del permesso della Casa Bianca.

Alla JP Morgan Healthcare Conference del gennaio 2019 si parlava solo di quanti capitali cinesi fossero affluiti nelle start-up biotech made in Usa, ben oltre un quarto di tutti gli investimenti di venture capital. Miliardi di dollari. Quest’anno, alla stessa conferenza, si raccontava del contrario. E ciò non certo perché i cinesi avevano finito le munizioni ma per i tweet di Trump.

In questo scenario da nuove guerre stellari per il dominio di vaccini, terapie, farmaci, gene editing, dove si colloca l’incompiuta Europa e suoi Paesi membri, tra cui l’Italia?

E l’Italia?

Leggendo le interviste e il libro pubblicato qualche mese fa “Le potenze del capitalismo politico” di Alessandro Aresu, giornalista della rivista di geopolitica di Limes, ben si comprende che l’Europa, dalla retrocessione in secondo piano nel dopoguerra, è arretrata da soggetto a oggetto della partita per l’egemonia globale. La nostra Europa soffre di una marginalizzazione economica a causa della sua debolezza tecnologica. Però si legge anche: “La possibilità che i Paesi europei creino aziende come Google o Amazon è vicina a zero. La possibilità che le aziende automobilistiche europee siano protagoniste dell’elettrico è scarsa. È diverso, per esempio, il discorso delle scienze della vita, dove ci sono importanti capacità europee e su cui la crisi in atto può essere un acceleratore, anche attraverso operazioni su scala continentale dei vari fondi sull’innovazione”.

La “vocazione” francese

Come sottolinea Aresu, in particolare, il capitalismo politico francese ha un certo spazio “perché nell’ambito europeo la Francia ha sempre presidiato quest’idea, perché c’è la consapevolezza della guerra economica. Sono cose che loro hanno sempre studiato e fatto e che tendono a ripetere”.

Ebbene, in questo nuovo ordine mondiale come abbiamo gestito la politica economica a favore di una risorsa non così scarsa per il nostro Paese, la scienza e la ricerca nel settore delle biotecnologie? Abbiamo una produzione scientifica prossima alla Francia e non molto inferiore alla Germania. Ma non abbiamo fondi di venture capital nazionali e le start-up che sviluppano prodotti terapeutici sono una frazioncina dei paesi menzionati.

Tra il 2014 e il 2017 il Fondo italiano investimento (Fil), partecipato dallo Stato tramite la Cdp, ha investito in fondi di venture capital francesi dedicati al biotech che hanno investito in start-up non italiane. Nel 2018 i capitali di ITAtech, un fondo di investimento finanziato da Cdp e da Fondo europeo degli investimenti (Fei) ha dato in gestione i capitali per investire nel nostro trasferimento tecnologico legato alle biotecnologie sempre a un operatore francese. Poco importa se è sempre lo stesso. Molto spesso poi i fondi di venture capital biotech francesi sono ampiamente sostenuti dalla loro Caisse des Dépôts.

Tutto ciò merita una riflessione. Non vorremmo mai che una delle “operazioni su scala continentale” teorizzata da Aresu per dare dignità competitiva al Life Science europeo sia proprio un’acquisizione della nostra scienza da parte di un partner europeo. E rischiamo il paradosso visto che tale operazione sarebbe finanziata con capitali pubblici italiani.