Export nazionale: male il 2020 (-11,3%), ma c’è ottimismo per la ripresa nel 2021

Presentati i risultati del rapporto sulle esportazioni italiane realizzato da Sace. Su quest'anno pesa lo scenario pandemico. Ma per il 2021 si intravede una ripresa, con una crescita che si attesta al 9,3%. Tra i settori a maggior potenziale: farmaceutica negli Stati Uniti, apparecchiature mediche in Germania, sanità in Russia

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Sarà un anno di forte contrazione per l’export italiano, causata soprattutto dalla pandemia da Covid-19, ma già dal 2021 le cifre delle esportazioni dovrebbero tornare a crescere. Ad accendere un faro di ottimismo sul futuro è l’ultimo rapporto export di Sace, dal titolo Open (again), presentato giovedì 10 settembre e giunto alla sua XIV edizione.

I risultati

Secondo i risultati del rapporto, fatto salvo un clima di incertezza ereditato dal 2019, unitamente allo scenario pandemico verificatosi nei primi mesi dell’anno, le esportazioni alla fine del 2020 si attesteranno intorno al -11,3%. Si tratta, si legge nel rapporto, del ritmo di crescita dell’export più basso dal 2009, anno in cui le nostre vendite oltreconfine avevano registrato un -20,9% e che riporterà le esportazioni italiane intorno ai 422 miliardi di euro, un livello poco superiore a quello registrato nel 2016.

Ottimismo per il 2021

Eppure, nonostante la severità dello shock, Sace prevede una ripresa relativamente rapida già dal 2021 per le esportazioni italiane (+9,3%), caratterizzata anche da una componente di “rimbalzo statistico”, con una crescita media nei due anni successivi del 5,1%: un ritmo non trascurabile se si confronta con il 3% medio annuo registrato tra il 2012 e il 2019 e che permetterà alle nostre vendite di beni all’estero di raggiungere quota 510 miliardi di euro alla fine dell’orizzonte di previsione. Secondo queste previsioni, nel 2021 le esportazioni italiane di beni arriveranno al 97% circa del valore segnato nel 2019, un recupero pressoché totale dopo la caduta nel 2020.

“Anche quest’anno, in un contesto di complessità straordinaria, il rapporto export di Sace offre alle imprese italiane una bussola per orientarsi, selezionare le migliori opportunità e approcciare con maggior consapevolezza i mercati esteri – ha dichiarato Alessandro Terzulli, chief economist di Sace –. In un momento in cui è necessario ridefinire le strategie di posizionamento internazionale per dare nuovo slancio al business, il presidio dei mercati esteri, specie quelli geograficamente e culturalmente più distanti, rappresenterà sempre più un fondamentale fattore di vantaggio competitivo per le nostre imprese”.

Ripresa eterogenea

La ripartenza presenterà un certo grado di eterogeneità, tanto per aree geografiche quanto per settori. Europa avanzata e Nord America – che insieme rappresentano oltre il 60% delle vendite estere italiane – subiranno quest’anno la contrazione più marcata (con una flessione media dei Paesi europei dell’11,4% e di Stati Uniti e Canada del 9,8%) e un rimbalzo che, seppur rilevante, non permetterà di superare i livelli pre-crisi prima del 2022. Tra i settori a maggior potenziale: farmaceutica e alimentari e bevande negli Stati Uniti, primo mercato farmaceutico del mondo nonché secondo mercato di sbocco per alimentari e bevande italiani; apparecchiature mediche in Germania, uno dei mercati più dinamici in Europa occidentale; energie rinnovabili nel Nord Europa, dove il tema della sostenibilità è molto sentito.

Reattiva la risalita dell’export italiano di beni verso l’Europa emergente e l’area Csi dove, grazie anche a una flessione relativamente contenuta nell’anno in corso (-8,1%), le nostre vendite riusciranno a raggiungere e finanche a superare i livelli del 2019 già l’anno prossimo. E, come settori, vale la pena di menzionare quello degli apparecchi elettrici in Polonia, la cui ricerca di maggiore efficienza energetica sarà uno degli obiettivi del Governo entro il 2030; sanità in Russia, dato che il Cremlino continuerà a investire per garantire il benessere della popolazione; meccanica e infrastrutture in Ucraina e Uzbekistan.

Medio Oriente, Africa e Asia

Ripresa più celere per il nostro export verso l’area Medio Oriente e Nord Africa – nonostante il calo del prezzo del petrolio – con un recupero pressoché totale già dal prossimo anno (+9,5%). Tra le opportunità settoriali nell’area: sanità in Arabia Saudita, dove sono stati pianificati ingenti investimenti in questo comparto; Oil&Gas in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar; infrastrutture negli Emirati Arabi Uniti, che vi investono ingenti risorse, energie rinnovabili in Marocco, che continua a puntare sul settore.

L’Africa Subsahariana segnerà un arretramento nel 2020 che non risparmierà alcun settore a parte quello dei mezzi di trasporto, ma tra i comparti a maggior potenziale vi sono: energia elettrica e rinnovabili in Sudafrica; infrastrutture in Senegal; infrastrutture di trasporto in Ghana; meccanica strumentale in Kenya; agribusiness in Angola.

In Asia i venti della ripartenza soffiano ma con non poche difficoltà: le previsioni dell’export nel 2020 sono negative (-10,9%) e riflettono le stime sull’andamento del Pil della regione, che interromperà due decenni di forte crescita. Nonostante lo shock, si prevede un ritorno alla crescita per i Paesi asiatici già nel 2021, e un aumento dell’export italiano verso l’area del 9%. Le imprese che guardano a questi mercati, possono puntare su settori come salute e farmaceutico in Cina; food processing in India, dato che la trasformazione dei prodotti alimentari è una delle più grandi industrie del Paese; energie rinnovabili in Thailandia, per via degli incentivi nel settore; e alimentari e bevande in Giappone, Paese di consumatori dai gusti sofisticati e da una delle più alte capacità di spesa pro capite al mondo.

America Latina

In America latina, nel 2020 le esportazioni verso le sei più grandi economie caleranno in media dell’8,2% ma nel 2021 è prevista una ripresa media del 7,5%. Si segnalano life science in Brasile, poiché cresce l’interesse in farmaci e dispositivi medicali innovativi; infrastrutture in Messico, per dare una scossa agli investimenti pubblici e privati; trasformazione alimentare in Cile, che rappresenta già oggi un quarto dell’economia del paese andino; agribusiness in Perù che punta allo svolgimento interno di sempre più processi di trasformazione dei prodotti; energie rinnovabili in Colombia, dove il Governo sta puntando su solare ed eolico.