Se Roma si candida per l’Agenzia biomedicale europea

Il sindaco della capitale Virginia Raggi scrive al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e propone la sua città come possibile sede della futura Barda europea. Una richiesta che arriva a pochi giorni dall'annuncio della Presidente della Commissione Ue von der Leyen sulla possibilità di creare un nuovo ente europeo per la gestione centralizzata delle crisi sanitarie

Non c’è due senza tre. Negli ultimi anni si è assistituto a un vero e proprio profluvio di candidature italiane per aggiudicarsi istituzioni europee. Dapprima l’Ema e ora il Tribunale dei brevetti con Milano, ma c’è anche l’Agenzia biomedicale europea a far gola. Infatti Roma ha chiesto al Governo di valutare la propria candidatura per un’eventuale assegnazione.

La mossa di Virginia Raggi

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha dichiarato che l’Europa sta progettando di costituire un’agenzia biomedicale sulla falsariga della Barda americana (Biomedical advanced research and development authority)  per rafforzare la risposta comunitaria a nuove possibili emergenze sanitarie. L’idea è quella o di dare più potere all’Ema o all’Ecdc (Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie), oppure costituire un ente ex novo che andrebbe, quindi, affidato alle cure di uno Stato membro. Nemmeno il tempo di proporre l’idea, che (come riporta Sanità24) Roma, con una lettera del sindaco Virginia Raggi indirizzata al Governo, ha chiesto di essere presa in considerazione come possibile sede della futura agenzia. Precedentemente il segretario del Partito Democratico Nicola Zingaretti aveva proposto l’ex ospedale Forlanini.

La Barda europea

Non si sa ancora nulla di questo progetto, ma l’ambizione c’è tutta. Proporre un soggetto con poteri come quelli della Barda statunitense impiegherebbe, oltre che anni di lavoro, anche investimenti ciclopici, soprattutto vista la potenza di fuoco che quest’agenzia avrebbe. La Barda negli States gestisce fondi di miliardi di dollari per finanziare la ricerca e decide dove far convogliare le risorse. Non proprio un peso piuma se pensiamo che nessun altro ente europeo avrebbe, in prospettiva, un simile peso. Nel gioco delle parti e nelle spallate “geopolitiche” che si verificheranno da qui a qualche anno tra gli Stati membri, la Barda europea potrebbe addirittura diventare molto più appetitosa dell’Ema sulla quale 19 Paesi si erano dati battaglia nel 2017 a colpi di dossier.

Una grande occasione

Non è solo questione di prestigio, ma soprattutto di operatività. Qui l’Europa si gioca tanto, forse tutto, almeno in termini di politica sanitaria. Strutturare una siffatta agenzia garantirebbe una gestione centralizzata rapida e scattante per rispondere alle sfide pandemiche del futuro. La sfida è anche d’immagine però. Perché l’Ue potrebbe finalmente mettere insieme i pezzi e creare una rete di gestione degli investimenti lungo tutti i 27 membri bypassando (forse) le decisioni parcellizzate dei parlamenti locali. Qualcuno storcerà il naso dato che le competenze relative alla sanità sono tra le più ostiche a essere concesse a livello sovranazionale, tuttavia è indubbio che una Barda europea garantirebbe dei vantaggi per tutti appianando le differenze all’interno dell’Ue.

Gestione centralizzata dei Dpi

Ma mentre la Commissione riflette sulla fattibilità di questo progetto, Danimarca, Grecia, Ungheria e Svezia ricevono l’ok per accodarsi a Germania e Romania in qualità di “magazzini” d’Europa per le riserve comuni di dispositivi di protezione individuale. Come ha asserito Janez Lenarcic, Commissario Ue per la gestione della crisi, per evitare gli errori e le carenze di prodotti è stato necessario predisporre un piano di stoccaggio a livello comunitario finanziato al 100% dall’Ue. Le riserve in questi sei “granai” saranno supplementari a quelli nazionali.