Leucemia linfoblastica acuta, approvata in Italia terapia BiTE per la malattia minima residua

Approvata da Aifa l’estensione delle indicazioni di blinatumomab, immunoterapia realizzata per il trattamento della Malattia Residua Minima in pazienti adulti con leucemia linfoblastica acuta da precursori delle cellule B. Ok anche all’indicazione per l’uso nei pazienti pediatrici con malattia refrattaria ai trattamenti convenzionali

Leucemia Linfoblastica Acuta Bite

L’Aifa ha approvato due estensioni delle indicazioni di blinatumomab (nome commerciale Blincyto), per la leucemia linfoblastica acuta (Lla). Si tratta di un farmaco immune-oncologico bispecific T-cell Engager (BiTE), che da oggi può essere utilizzato anche per alter due categorie di pazienti. Adulti con Lla da precursori delle cellule B (con espressione della molecola CD19 sulla superficie delle cellule leucemiche e negativa per il cromosoma Philadelphia, Ph-), per il trattamento della Malattia residua minima (Mrd). E pazienti pediatrici con Lla originata da precursori delle cellule B, di età pari o superiore a 1 anno (CD19+ e Ph-) quando la malattia si ripresenta o non regredisce dopo due precedenti linee di trattamento o dopo essere stati sottoposti a trapianto di cellule staminali.

La malattia residua minima

Le terapie oggi disponibili permettono a un numero sempre maggiore di pazienti con Lla da precursori delle cellule B di arrivare a una situazione di remissione completa, nella quale la malattia è di fatto non rilevabile con gli strumenti tradizionali.   In circa il 30% dei pazienti adulti con Lla da precursori delle cellule B anche dopo la remissione permane un residuo di malattia, ovvero un piccolo numero di cellule leucemiche rilevabili solo con tecniche di citofluorimetria o di biologia molecolare e potenzialmente in grado di dar vita a una ripresa/recidiva di malattia. Per questi pazienti la sopravvivenza globale mediana è di circa 2 anni.

Il capostipite dei BiTE

Blinatumomab è il capostipite degli anticorpi BiTE a doppio bersaglio, farmaci che potenziano l’attività antitumorale del sistema immunitario. La loro caratteristica è di legarsi contemporaneamente a due bersagli, costruendo un “ponte” che connette le cellule T, gli agenti più potenti del sistema immunitario, alle cellule tumorali bersaglio. Grazie a questo “ponte”, le cellule T possono agire a distanza ravvicinata sulle cellule tumorali, riconoscendole, legandosi ad antigeni specifici e rilasciando molecole che ne provocano la morte.

La leucemia linfoblastica acuta

“La Lla è dovuta ad alterazioni geniche accertate nella gran parte dei casi” spiega Renato Bassan, Direttore UO di Ematologia, AULSS3 Serenissima. “La cellula linfoblastica prolifera perché è portatrice di anomalie nei sistemi genici che regolano la crescita e la proliferazione cellulare; diversi tipi di questa malattia esprimono diversi livelli di alterazioni, è una patologia che se non viene trattata può portare al decesso nel giro di giorni o settimane. L’incidenza di questa patologia, che è sostanzialmente abbastanza rara e si osserva più frequentemente nei bambini, meno negli adulti, nel soggetto adulto tra i 20 e i 70 anni non arriva a un nuovo caso per 100.000 persone per anno”.

Maggiori possibilità di risultati clinici positivi

Il trattamento della malattia residua minima è considerato la premessa per arrivare in futuro all’eradicazione della Lla in pazienti in remissione completa. Dai risultati emersi dallo studio Blast, il più vasto studio prospettico mai condotto finora sulla Lla Mrd positiva (Mrd+), oltre la metà dei pazienti che avevano ottenuto una negativizzazione della Mrd dopo il primo ciclo di trattamento con blinatumomab era ancora in vita a 5 anni.

L’approvazione per l’uso di blinatumomab anche nel nostro Paese rende disponibile una fondamentale opzione terapeutica per questo gruppo di pazienti, considerando che il 91% dei pazienti pediatrici rispondenti al trattamento con blinatumomab raggiunge uno status di Mrd-, e questo permette di procedere tempestivamente al trapianto, con maggiori possibilità di risultati clinici positivi.

“Essere portatori di malattia residua minima fino ad oggi significava per il paziente avere una prognosi sfavorevole perché non c’erano farmaci in grado di eradicare il residuo di malattia rilevabile solo a livello citofluorimetrico o molecolare” dichiara Robin Foà, Professore Ordinario di Ematologia, Università La Sapienza di Roma. “Blinatumomab, permette di ridurre il rischio di ricadute di malattia, aumentare le probabilità di sopravvivenza a lungo termine e rendere molti pazienti maggiormente idonei a sottoporsi ad un trapianto allogenico di cellule staminali”.