La veterinaria produce valore: salute, economia e società non possono farne a meno

Come sarebbe stato il lockdown senza i nostri pet? Dalla pandemia impariamo una nuova lezione sul rapporto tra uomo e animali. E anche sull’importanza di tutto ciò che vi ruota intorno: dalla scienza alle istituzioni, dai professionisti delle cure alla filiera produttiva. A colloquio con Marco Melosi, presidente dell’Anmvi. Dal numero 6 di Animal Health

La veterinaria produce valore, la politica non se ne dimentichi. La prima frase è il titolo del congresso nazionale dell’Associazione nazionale mediciveterinari italiani (Anmvi), che si celebra il 3 ottobre, per la prima volta in edizione digitale causa Covid. La seconda è il messaggio di Marco Melosi – che quell’associazione presiede – al ministro della Salute Roberto Speranza, affidato alle colonne di questo giornale. Con Melosi ragioniamo qui sull’esperienza del lockdown e sulla ripartenza. Su una pandemia ancora in corso che, dal mercato di Whuan in poi, ha reso ancora più concreta la sfida “One Health”, che considera interconnesse la salute di uomo, animali e ambiente. Ragioniamo anche sulle priorità di una professione e di un settore, quello della salute animale, che rivendicano un posto non marginale nelle politiche sanitarie ed economiche che guideranno la ricostruzione dopo l’emergenza.

La pandemia ha cambiato le nostre vite, il lockdown ha lasciato un segno, tutti abbiamo imparato qualcosa. E la veterinaria? Qual è la lezione più importante che Covid-19 lascia in eredità?

Covid ha dimostrato, ma in teoria non ce n’era bisogno, che la veterinaria è essenziale. Durante il lockdown, infatti, le prestazioni veterinarie sono state ritenute attività essenziali. Andare dal veterinario era una delle poche giustificazioni con cui ci si poteva spostare. È stata un’ulteriore conferma del ruolo che il veterinario oggi ricopre all’interno della nostra società. Un fatto che era già evidente, ma in qualche modo ora è stato riconosciuto di più. Questa è stata sicuramente una delle cose più importanti che abbiamo imparato o che hanno imparato soprattutto gli stakeholder del settore. Ma c’è anche un’altra lezione importante.

Quale?

Riguarda il rapporto tra uomo e animale. Forse non è mai stato così tanto forte come durante il lockdown. Sicuramente si è rafforzato. Basta pensare alle persone sole: ha fatto o no la differenza avere un cane o un gatto mentre si doveva restare chiusi in casa?

Era anche una buona scusa per uscire…

Certo, portare il proprio cane a fare una passeggiata ci permetteva di farla anche noi. Ma non è solo questo. Io credo che sia stato riscoperto e rafforzato il ruolo degli animali d’affezione. Noi lo abbiamo sempre sostenuto: il pet fa parte del nucleo familiare. Ma in una situazione straordinaria come quella che abbiamo vissuto è arrivata un’ulteriore conferma.

In questa pandemia si è parlato di rapporto uomo-animale anche in un altro senso, con lo sfondo occupato dalle immagini del mercato cinese di Wuhan. Il salto di specie dal pipistrello all’essere umano compiuto dal nuovo coronavirus è l’ennesima prova di un’irrinunciabile ottica One Health?

Il salto di specie è un po’ una spada di Damocle che incombe sempre su di noi. Ci vuole molta attenzione, quando specie diverse si trovano in contatto tra loro il rischio c’è e alcune situazioni andrebbero evitate. Ma Covid, come l’aviaria, ci insegna che i salti di specie sono abbastanza imprevedibili, ne avvengono tanti e per fortuna solo pochi hanno conseguenze pericolose.

Tanto si è detto in questi mesi sul ruolo degli animali da compagnia: s’infettano? Sono contagiosi? Rischiano o sono un rischio per l’uomo? Cosa sappiamo finora? Facciamo un po’ di chiarezza?

L’epidemia è esplosa in maniera improvvisa, le conoscenze erano limitate nella prima fase e sono ancora parziali. All’inizio una serie di notizie di animali d’affezioni positivi al Covid – come gatti,cani e furetti – ne hanno spaventato i proprietari. Per quel che sappiamo oggi, gli animali possono raramente infettarsi, quasi mai ammalarsi e non ci sono prove sufficienti per affermare che il nostro cane sia in grado di espellere una carica virale tale da contagiare l’uomo. Accade il contrario, cioè che l’uomo trasmette il virus all’animale e questo difficilmente sviluppa dei sintomi. Possiamo dire che, a oggi, cani e gatti non rappresentano un rischio per la trasmissione del virus, ma sicuramente hanno rappresentato un valore aggiunto durante il lockdown e in questo momento storico. Vale la pena ricordare anche uno studio recente (“Evidence of exposure to Sars-Cov2 in cats and dogs from households in Italy”, condotto da ricercatori dell’Università di Liverpool, Bari e Milano, ndr) condotto nel Nord Italia attraverso analisi sierologiche. Secondo i primi risultati, su oltre 500 pet testati – prevalentemente in Lombardia – sono stati trovati anticorpi neutralizzanti il virus Sars-CoV2 nel 3,4% dei cani e nel 3,9% dei gatti. Con percentuali leggermente più alte negli animali conviventi in famiglie con soggetti positivi a Covid-19.

Si teme per l’autunno una seconda ondata di Covid-19. In che modo i veterinari e le strutture veterinarie si sono organizzate per garantire la sicurezza?

Durante il lockwdown una parte delle cliniche veterinarie sono rimaste aperte solo per le urgenze, altre hanno garantito i servizi rimodulando gli orari di apertura. Oltre alle indicazioni del Governo, linee guida specifiche sono state predisposte sia dall’Anmvi che dalla Fnovi. È stato importante organizzare le visite su appuntamento, per evitare che troppe persone si trovino in sala d’attesa. È cambiato il modo di lavorare e anche chi non lavorava su appuntamento ora si è reso conto che è meglio. Dove possibile, i proprietari rimanevo all’esterno della clinica e i veterinari portavano solo l’animale all’interno. Le strutture veterinarie hanno garantito alti livelli di sicurezza e continueranno a farlo. Anche nella nostra categoria ci sono colleghi che sono stati contagiati, si sono ammalati e alcuni non ce l’hanno fatta.

Il lockdown, come denunciato dall’Anmvi, ha rilanciato l’allarme sulla vendita illegale di farmaci veterinari. Siete preoccupati?

La percezione è che il mercato illegale di acquisti online abbiamo avuto un impulso durante il lockdown. Come Anmvi, abbiamo fatto diverse segnalazioni al ministero della Salute relative a siti web che vendevano illegalmente farmaci veterinari e il ministero ha informato i Nas. Noi abbiamo fatto il nostro dovere e continueremo a farlo.

La pandemia sembra aver accelerato il ricorso al digitale e alla telemedicina. Limiti e opportunità?

Partiamo dalla telemedicina, un tema ampiamente discusso in questo momento. È sicuramente utile per alcune prestazioni, ma la telemedicina non può sostituire la visita clinica, che è il caposaldo della nostra professione.

Ma, in generale, il digitale è stato un grande alleato durante il lockdown?

Con il lockdown, su questo fronte, abbiamo fatto un balzo in avanti di dieci anni. Magari per alcuni aspetti si tornerà indietro, ma per altri no.

La ricetta elettronica veterinaria (Rev), introdotta ad aprile 2019, si è rivelata utile?

Con i suoi pregi e difetti, durante il lockdown la ricetta elettronica veterinaria ha avuto comunque la sua definitiva consacrazione. Si pensi all’importanza di questo strumento per chi doveva comprare dei farmaci per un cane con una malattia cronica. Il proprietario non si è dovuto muovere da casa per andare dal veterinario e certamente la Rev ha fatto la differenza in quel momento.

Balzo in avanti anche per la formazione e l’aggiornamento professionale dei veterinari?

Il congresso annuale dell’Anmvi che si celebra il 3 ottobre è l’esempio più significativo. Come in passato, avremmo radunato la nostra platea a Cremona, ma quest’anno il nostro congresso è tutto digitale e possiamo raggiungere migliaia di veterinari in tutta Italia e far arrivare loro anche i videomessaggi di personalità di alto livello, nomi che pesano. Una sessione del congresso è dedicata poi a come cambia l’aggiornamento professionale grazie al digitale. È  una grande opportunità.

In effetti il sottotitolo del congresso Anmvi guarda al futuro: “La professione veterinaria non sarà com’era, sarà migliore”. Altri temi sull’agenda?

Partiamo dal titolo, che dice “la veterinaria produce valore”. Parleremo quindi  dell’importanza che la veterinaria e tutto il settore della salute  animale rive stono per l’economia del Paese.

La crisi non sta colpendo la veterinaria?

Abbiamo lanciato un’indagine su questo, per confrontare il volume di attività nei primi mesi dopo il lockdown (giugno-agosto 2020) rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Si vuole indagare anche sui farmaci e sulle prescrizioni degli ultimi mesi, senza dimenticare, tra l’altro, l’attività informativa delle aziende attraverso i propri  rappresentanti.

Diverse analisi internazionali stanno mettendo in luce un aumento della propensione ad avere un pet e a richiedere prestazioni veterinarie. La vostra percezione?

La sensazione è che alla ripresa il lavoro sia aumentato. Questo può essere in parte spiegato con una maggiore presa di coscienza dei proprietari, che si sono resi conto di quanto valga avere accanto un animale e sono più attenti alla sua salute. È un tema che va approfondito e andranno monitorati anche i prossimi mesi.

Al congresso si parla anche di equo compenso e tariffe. Le liberalizzazioni risalgono al 2006. Farete un bilancio?

Una parte della professione ritiene che senza i tariffari minimi non ci siano i requisiti per garantire la qualità delle prestazioni. Ragioneremo su questo. I tariffari minimi sono l’opposto del libero mercato, dove la contrattazione è fatta tra chi vende e chi compra. Ma bisognacomprendere che unaprestazione veterinaria è fatta di professionalità, strumenti, materiali etc, che una tariffa deve poter coprire, altrimenti si va sotto l’equo compenso. Se per un intervento uso un filo scadente e non impiego un telino sterile perché costa troppo, qualità e sicurezza ne risentono.

C’è un’altra questione che non ha perso il carattere dell’attualità in questi anni: la richiesta alle istituzioni di una aliquota Iva unica al 10% prestazioni, farmaci e alimenti dedicati alla salute animale. L’Anmvi e tutte le sigle della filiera hanno rivolto insieme un appello quest’estate. La battaglia continua?

Anmvi lo chiede da almeno dieci anni. Per la prima volta, però, quest’anno c’è un fronte comune con le imprese del settore. Tutti dicono “abbassate l’Iva” su prestazioni e prodotti così importanti. Vuol dire che si è lavorato bene su questo tema.

A Roma il messaggio è stato recepito?

Il messaggio è arrivato. Qualcosa si muove in Parlamento e l’attenzione c’è da più parti. Speriamo bene.

A luglio il ministro della Salute, Roberto Speranza, rivolgendosi alla Fnovi, ha espresso “gratitudine” verso i veterinari per l’impegno profuso durante il lockdown. L’emergenza non è ancora finita, il mondo della veterinaria cosa chiede al ministro?

Una cosa vorrei dirla: nella prima fase dell’emergenza il ministro si è dimenticato della veterinaria, che invece poteva essere molto utile per la sua esperienza nel fronteggiare le pandemie. A differenza della medicina umana, la veterinaria è abituata ad affrontare queste situazioni. Noi sappiamo come ci si muove, ad esempio, se c’è un caso di afta epizootica, esistono dei protocolli, sappiamo come e dove si fanno le zone rosse. Quest’esperienza poteva essere valorizzata nella fase di contenimento dell’epidemia. Invece di questi tempi ci tocca anche sentir dire “perfino i veterinari parlano di coronavirus” (lo ha affermato il filosofo Diego Fusaro, ndr). Ecco quindi cosa direi alministro: non dimentichi l’importanza della veterinaria per questo Paese. Non solo per la riscoperta del rapporto uomo-animali, per il ruolo che gli animali hanno assunto all’interno delle famiglie. Ma anche e soprattutto per l’importante ruolo sociale che i veterinari rivestono. Un ruolo che va sostenuto.

 

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