Evoluzione di una biotech, Galapagos porta la ricerca sui mercati internazionali

Da startup specializzata nello studio di target biologici per sviluppare molecole a player commerciale globale. Da maggio la società ha una sede anche in Italia e il nostro Paese avrà un ruolo sempre più importante nel destino dell’azienda nata in Belgio nel 1999. Ne parla Alberto Avaltroni, nuovo VP Country Head. Dal numero 182 del magazine. *IN COLLABORAZIONE CON GALAPAGOS

Cercare, osare, scoprire, proporre. L’indagine biomedica deve proiettarsi lontano, “oltre la provetta”, per dare risposte terapeutiche dove è più forte il bisogno del paziente. Questo lo spirito di Galapagos, ex startup biotech con cuore belga, che da un paio d’anni ha scelto di esplorare in proprio (e in partnership) i territori del mercato farmaceutico, forte di una ventennale esperienza di ricerca pura nei territori ancora poco o nulla battuti. Pionieri, insomma, specialisti riconosciuti nello sviluppo di small molecules, da qualche mese hanno messo radici anche in Italia, a Milano, con una filiale commerciale che si aggiunge ad altre nove in giro per il mondo. A guidare Galapagos Biopharma Italy con il ruolo di Vp Country Head, è Alberto Avaltroni (in foto), torinese, classe 1968, laureato in Chimica e Tecnologie farmaceutiche, master a Stanford e Parigi (Insead) formatosi proprio nel biotech con incarichi di responsabilità anche internazionali prima in Celgene, poi Shire e successivamente in Bluebird bio, di cui è stato direttore generale. L’intervista che segue disegna il percorso compiuto e le prospettive di Galapagos. Che, per inciso, parlano molto italiano.

Il nome Galapagos evoca evoluzione, selezione naturale. C’entra qualcosa Darwin?

In realtà Galapagos era il nome di un progetto della società progenitrice (IntroGene, ndr). In seguito, Onno van De Stolpe, oggi CEO di Galapagos, entrò in IntroGene per avviare una divisione di genomica e venne a conoscenza di questo progetto. Quando si trattò di scegliere il nome della società che nasceva proprio dalla divisione di genomica si scelse proprio Galapagos che rimandava oltretutto anche all’idea di evoluzione; un po’ è rimasta questa impronta, la voglia di esplorare, cercare, essere innovativi, andare sempre oltre. Credo che il nome rispetti in pieno lo spirito delle persone che l’hanno immaginato e di quelle che qui lavorano.

Galapagos è una startup costituita nel ’99. Ha da poco compiuto vent’anni ed è stata fondata da ricercatori che poi sono diventati imprenditori. Anche questa è un’evoluzione. Come ci si riesce? C’è una vocazione particolare? Si resta sempre ricercatori, si cambia visione e mestiere?

Si resta sempre ricercatori. Lo spirito è questo, la guida pure. È chiaro che nell’evoluzione da ricercatori a imprenditori c’è stata la consapevolezza che si potesse andare oltre il mero laboratorio, pur importante in termini di innovazione e produzione, e lasciare un po’ di più la propria impronta. Quindi si sono cercate alleanze importanti come quella con Gilead (si veda più avanti, n.d.r) perché serviva un expertise di alto livello. Però lo sbarco sul mercato era probabilmente già disegnato dall’inizio, anche come modo di porsi, in quanto naturale approdo dell’ideazione di molecole.

Sin dall’inizio Galapagos s’è orientata a indagare i bisogni insoddisfatti dei pazienti (unmet needs) per sviluppare terapie ad hoc. Perché c’è minore affollamento di ricerca e di prodotti e quindi minore concorrenza? Altro?

Si parte sempre dalla scienza. Abbiamo una piattaforma unica di sviluppo (si veda box, n.d.r) che fin qui ha generato 45 brevetti. Studia i target molecolari per poi progettare e costruire piccole molecole che interagiscono con i target, inibendoli, e quindi agendo sulla patologia. Negli anni ci si è indirizzati sempre di più verso l’area infiammatoria in generale andando a ricoprire, laddove possibile, appunto gli unmet needs più importanti. L’esempio principale è l’artrite reumatoide, per la quale lanceremo un farmaco a breve (filgotinib). Benché ci siano già molti prodotti sul mercato, come recentemente ribadito al congresso europeo di reumatologia (Eular), una patologia eterogenea come questa richiede la disponibilità di più meccanismi di azione e quindi di più molecole. In realtà anche in aree molto presidiate resiste sempre una quota di insoddisfazione rispetto ai trattamenti. La nostra azienda cerca proprio di riempire questi vuoti.

Può aggiungere maggiori dettagli sulla piattaforma?

È proprio un tipo di ingegneria che parte dallo studio della patologia, esaminando il target molecolare. Il successivo passo è il design della molecola più adatta a intercettare il bersaglio. Segue lo sviluppo del farmaco vero e proprio. Nella nostra visione abbiamo sempre la produzione di piccole molecole: è il nostro marchio di fabbrica.

Perché?

Credo dipenda da uno specifico know how. Abbiamo cominciato lì, sviluppato un filone di ricerca, siamo diventati molto esperti e intendiamo proseguire la strada. Del resto, nel biotech, quella delle small molecules è una tendenza affermata e noi restiamo ancora quel “laboratorio” specializzato a svilupparle: è una questione di identità. Poi chiaramente il destino della piccola molecola è diventare una pillola, un unmet need coperto con qualcosa che arrivi direttamente al paziente e possa essere assunto in sicurezza anche a casa. Cosa che incide positivamente sulla qualità di vita delle persone. Anche questa è patient centricity. E noi lì vogliamo stare.

Ha accennato a filgotinib (farmaco sperimentale orale contro le forme moderate e severe di artrite reumatoide). A che punto è l’approvazione? 

A fine luglio scorso abbiamo ottenuto il parere favorevole del Comitato per i medicinali per uso umano (Chmp) dell’EMA. Abbiamo ricevuto qualche giorno fa l’AIC dalla Commissione Europea e successivamente apriremo il negoziato con Aifa per la commercializzazione in Italia.

Tra quanto tempo potrà essere disponibile da noi?

Stimiamo i tempi naturali di Aifa, ben sapendo che una seconda ondata della pandemia potrebbe condizionare la pratica. In questi mesi l’agenzia è stata focalizzata sui trial clinici dei farmaci da impiegare contro il virus Sars-CoV-2 e la Cts è stata molto coinvolta. Tuttavia le commissioni hanno lavorato tantissimo da remoto anche per valutare altre terapie.

Lo sviluppo di filgotinib e la sua prossima distribuzione globale sono frutto di un accordo tra Galapagos e Gilead, che ha durata decennale. Cosa rappresenta l’intesa per voi? 

Tenendo conto anche dell’importanza di Gilead nel panorama mondiale l’accordo ci riempie di orgoglio: una grande azienda riconosce la bontà dei nostri progetti e del livello di innovazione che li contraddistingue. Di recente il loro ceo ha parlato dell’area Immunology & Inflammation (I&I) come della terza gamba dello sgabello Gilead e quindi crede ancora molto in questo tipo di collaborazione.

Pensate di replicare il modello anche con altre realtà industriali?

Siamo aperti all’idea ma non c‘è nulla di prossimo.

Che ruolo ha l’Italia nell’universo Galapagos? 

Galapagos ha attinto molto tra le competenze scientifiche del nostro paese. Ho scoperto con sorpresa quando sono arrivato in azienda che la compagine di lingua italiana era numerosa. Ancora prima che mettessimo in piedi la filiale di Milano c’erano già una quarantina di connazionali tra Belgio (il quartier generale è a Mechelen, nelle Fiandre) e Svizzera. Alcuni colleghi hanno posizioni interessanti anche in R&D e ricoprono ruoli importanti, come Michele Manto che è Chief commercial officer e Daniele D’Ambrosio, a capo della clinical research. Per tenerci in contatto ho creato anche la chat interna “Galapagos parla italiano”. Credo che l’Italia stia contribuendo molto allo sviluppo della società, che a sua volta sta investendo negli studi clinici nel nostro Paese. Molti centri italiani sono protagonisti e partecipi dello sviluppo dei nostri prodotti. Inoltre, abbiamo importanti collaborazioni con aziende italiane per lo sviluppo e la commercializzazione di prodotti futuri, come quella con la Fabbrica italiana Sintetici (FIS) di Vicenza.

Di che si tratta?

Produrrà un principio attivo su cui puntiamo molto, destinato alla cura della fibrosi polmonare. Si tratta di ziritaxestat e confidiamo che avrà un grande futuro a beneficio delle persone che soffrono di questa patologia. I nostri stabilimenti produttivi non sono in Italia, ma un contratto di collaborazione come questo vuol dire molto. Ho vissuto diverse esperienze e so che a volte nel biotech le startup sono considerate dalle istituzioni come semplici iniziative commerciali in cerca di fatturato in Italia. Nel nostro caso non è affatto così. Chiaramente non abbiamo la forza per aprire uno stabilimento in Italia, però l’esserci appoggiati e investire su una realtà italiana molto quotata è un unicum. Anche questo rientra nel concetto di “Galapagos parla italiano”: ci sarà molta Italia nei prossimi anni e ne parliamo il 6 ottobre.

Cosa succede il 6 ottobre?

Organizziamo un evento a Roma, presso la residenza dell’ambasciatore del Belgio, intitolato appunto “Galapagos parla italiano” (vedi box, n.d.r,) proprio per raccontare storia e prospettive della società alla stampa laica e specializzata. Ma non solo. Parliamo di innovazione e medicina traslazionale con esperti dell’Istituto superiore di Sanità. Avremo una tavola rotonda con politici, esponenti istituzionali per trasmettere cosa vuole essere Galapagos sul territorio nazionale.

Nella vostra comunicazione enfatizzate più volte l’idea di sviluppare e produrre farmaci “a misura di sistema”. Cosa vuol dire?

Parliamo del punto di incontro tra sostenibilità e valore proposto da un prodotto. Faccio un esempio pratico. L’artrite reumatoide in Italia pesa per quasi 2 miliardi di euro l’anno tra costi diretti e indiretti, più o meno equamente divisi. In Europa colpisce oltre 2,9 milioni di persone (principalmente donne) molte delle quali di età compresa tra i 40-60 anni, mentre in Italia si stimano circa 268 mila pazienti. Tra i costi indiretti consideriamo l’impossibilità delle persone di avere una vita sociale attiva, incluso il lavoro: quindi un impatto pesante. Ecco, riuscire a proporre al sistema un farmaco con una buona efficacia e safety, al giusto valore, capace di ridurre quell’impatto è il classico caso di “win-win”. L’obiettivo di Galapagos è questo: cercare il punto di equilibrio, produrre farmaci dei quali sia riconosciuto il valore perché possono migliorare la qualità di vita dei pazienti e nel contempo non incidere sulla sostenibilità in maniera eccessiva. Io la interpreto così e Galapagos anche. Nelle strategie che stiamo mettendo a punto in vista delle negoziazioni con le autorità regolatorie stiamo lavorando con questo obbiettivo: portare al paziente prodotti che siano di valore sostenibile per il sistema.

Sul riconoscimento di valore si gioca tutto. Trasmettere alle istituzioni il valore di una tecnologia e farla remunerare di conseguenza è notoriamente il punto più critico. Tecnicamente il “win-win” di cui parla come si raggiunge? Solo una questione di buona intesa e di trovare una lingua comune? Quali le differenze tra Italia e resto d’Europa?

L’approccio di Galapagos, come ho detto, è offrire prodotti che innanzitutto coprano unmet needs portandosi dietro un valore di efficacia e sicurezza per il paziente. La controparte si è attrezzata. Negli ultimi anni registriamo una sensibile trasformazione. L’Aifa in particolare si è dotata di strumenti adeguati per misurare il valore dei prodotti e credo che le negoziazioni siano salite di livello anche qualitativo. Certo, c’è sempre l’attenzione ai costi perché l’impatto sulla spesa è importante. Però il tipo di discussione – per la mia esperienza – si è sicuramente evoluto. Credo che Aifa sia più avanti, più pronta paragonandola alle agenzie di altri paesi (penso ai registri di monitoraggio). Come industria siamo fortunati ad avere una controparte così. Ciò vuol dire anche maggiore impegno da parte nostra a dimostrare il valore reale del prodotto.

Torniamo al tema della medicina traslazionale e quindi alla capacità di trasferire i risultati della vostra ricerca biomedica di base alla pratica clinica. Come viene declinata in Galapagos?

Semplicemente è il cardine attorno al quale ruotano tutte le nostre attività e che ci consente di muoverci dal laboratorio alla parte commerciale. Dal punto di vista scientifico corrisponde alla visione che i nostri uomini e donne devono avere e applicare. Medicina traslazionale è proprio la capacità di vedere oltre la provetta e il laboratorio ed è il terreno comune di confronto con le istituzioni e le università alle prese con gli studi di pre-clinica. In Italia abbiamo centri di ricerca non secondi a nessuno. Qui la medicina traslazionale può essere un buon punto di incontro tra pubblico e privato per mettere insieme le competenze e trovare sinergie. Ancor più che nello sviluppo clinico dei prodotti, secondo me.

Proprio in questo momento storico legato all’emergenza Covid le partnership pubblico-private hanno avuto un’accelerazione, cercata, auspicata da tutte le parti. Il terreno sembra più fertile. Anche lei ha questa impressione?

Nelle discussioni che ho potuto avere devo dire di sì: la sanità sta cambiando per tutti gli stakeholder e il terreno per iniziative comuni è davvero fertile. L’augurio è che si possano cogliere opportunità. C’è tanta energia positiva, ahimè nata da una tragedia.

C’è un’altra evoluzione che sta andando avanti, accelerata dalla crisi pandemica, ed è quella legata alla digitalizzazione della sanità. Anche voi insistete su processi che facilitino le connessioni tra specialisti, medici di medicina generale e pazienti. Quale ruolo può svolgere un’impresa come la vostra? 

Argomento di attualità, ne parlano tutti e come tutti ci siamo accorti che durante la pandemia c’era un’eccessiva centralizzazione ospedaliera e un territorio invece trascurato. Le tecnologie possono portare la sanità verso il paziente anziché il contrario. Dal punto di vista delle aziende e anche di Galapagos si tratta di offrire servizi: da tempo le industrie non propongono più solo prodotti ma anche collaborazioni e supporto al paziente nel rispetto delle regole. Sicuramente dobbiamo cambiare un po’ marcia e favorire uno sviluppo tecnologico che consenta di ridurre la distanza tra medicina generale e ospedale e tra ospedale a paziente, consentendo un corretto follow up e facilitando l’aderenza alla terapia. Nel caso dell’artrite reumatoide sappiamo di pazienti davvero abbandonati a se stessi, con oltre il 50% che ha dovuto rivedere il proprio schema di trattamento, se non addirittura interromperlo, con l’aggravante di una malattia fortemente invalidante. Ecco: la capacità di accendere canali alternativi di comunicazione tra ospedale, mg e pazienti può in qualche modo sopperire a eventuali mancanze in periodi di crisi e porre le basi di una prassi virtuosa in tempi normali.

A proposito di supporto al paziente. Anche se filgotinib non è stato ancora approvato, avete già pensato a un modello di PSP?

Ci stiamo guardando intorno e osservando cosa fanno le regioni. Stanno cambiando tantissimo le politiche assistenziali, i modelli di presa in carico. Si stanno aggiornando i PDTA e si sta introducendo la telemedicina. In preparazione del lancio del farmaco stiamo attenti a come evolve la situazione, per poi dare supporto laddove riteniamo possa essere utile.

Da una ventina di dipendenti nel 1999 agli attuali mille, per l’80% impegnati in R&D. Anche i ricavi, solo l’anno scorso, sono quasi triplicati rispetto a quello precedente (896 milioni di euro contro i 318 del 2018) con un utile netto prossimo ai 150 milioni di euro. Questi numeri sono frutto di un evento particolare o rispecchiano una crescita lineare?

Una crescita lineare fino a paio di anni fa. Poi la decisione di andare sul mercato e aprire filiali commerciali in diverse country ha cambiato l’angolazione della curva. A livello global contiamo già diverse centinaia di persone in più. Soltanto l’Italia, da zero collaboratori a inizio 2019 passerà a oltre 50 alla fine del 2021. Nei grandi Paesi i team saranno numericamente sovrapponibili.

La sua storia professionale, considerate le aziende di cui ha fatto parte, suggerisce un’esperienza condotta su progetti di ricerca e prodotti molto specifici e mirati…

È il fil rouge della biotech. Dal 2001 ho fatto una lunga esperienza nelle aree dell’oncoematologia, delle malattie rare, dell’I&I e anche della terapia genica. Ho partecipato a realtà a forte connotazione innovativa, che cercavano il valore per il paziente e di rispondere agli unmet need. Galapagos, per questo, mi fa sentire a casa. Non solo per tutti gli italiani che ci sono ma perché vuole fare la storia nelle aree terapeutiche in cui opera.

Chi è Galapagos

Fondata a Mechelen, in Belgio, nel 1999, fin da subito Galapagos si è focalizzata sulla ricerca e lo sviluppo di piccole molecole con meccanismi di azione innovativi. Tre di queste sono attualmente in fase III per diverse patologie che spaziano dall’area dell’infiammazione alla fibrosi polmonare, all’osteoartrosi e altre indicazioni.

Il modello di ricerca seguito dalla società – che conserva orgogliosamente l’impronta del laboratorio – sfrutta una piattaforma che indaga la biologia delle malattie. “Il primo passo del processo di ricerca – spiega una nota aziendale – consiste nell’analisi delle cellule estratte dai tessuti umani malati per capire così quali sono gli elementi che causano la patologia”. In particolare, per identificare la proteina chiave che causa l’infiammazione, Galapagos ricorre al vettore adenovirus per entrare delle cellule e silenziare geni specifici. “Grazie alla piattaforma e alla biblioteca di adenovirus di cui dispone oggi l’azienda – spiega ancora la società – è possibile studiare seimila geni umani e capire se, silenziando la proteina prodotta da ciascuno, si inibisce l’azione infiammatoria. Nel caso in cui la perdita di una proteina abbia un effetto sul progresso patologico, si avrà a disposizione un nuovo target: sarà quindi possibile sviluppare una molecola e dunque un potenziale farmaco”.

Vale la pena sottolineare che tale tecnologia permette di effettuare test su migliaia di target contemporaneamente, processando un’enormità di dati sulla biologia delle malattie.

Appuntamento a Roma

“Galapagos parla italiano: la ricerca biotech di avanguardia sviluppa innovazione per il Paese” è il titolo dell’evento organizzato a Roma martedì 6 ottobre presso la Residenza dell’Ambasciatore del Belgio (via San Teodoro, 2) per presentare sia la sede italiana che le proprie linee di ricerca e sviluppo, con particolare enfasi sulla medicina traslazionale.

I saluti istituzionali saranno rivolti proprio da Frank Carruet, ambasciatore del Belgio in Italia e rappresentante permanente presso la FAO e le istituzioni ONU nella Capitale, nonché da Onno van De Stolpe, Ceo di Galapagos NV. I lavori saranno introdotti da Alberto Avaltroni, VP Country Head Galapagos Biopharma Italy. Si prosegue con la lettura “La medicina traslazionale come approccio innovativo” di Luisa Minghetti, direttore di Servizio CORI – Servizio tecnico scientifico di coordinamento e supporto alla ricerca. Segue l’intervento di Daniele D’Ambrosio, Head of clinical research Galapagos, ancora sul tema della medicina traslazionale come opportunità di crescita per il paese, e focus sui bisogni delle aziende per lo sviluppo di progetti.

I modelli di collaborazione per innovare il sistema di cura è poi l’argomento trattato da Alberto Avaltroni e Giuliano Perfetti, Chief commercial officer di FIS – Fabbrica Italiana Sintetici. Segue la tavola rotonda “Sviluppare innovazione per il Paese: la ricerca biotech come leva di sviluppo” cui prendono parte Sandra Zampa (sottosegretario di Stato Ministero della Salute); Paola Binetti (Commissione Igiene e Sanità del Senato); Rossana Boldi (Commissione Affari Sociali della Camera); Antonio Gaudioso (segretario generale di Cittadinanzattiva); Gianni Tognoni, (M.D. Senior Consultant dell’Università Statale di Milano) e Michele Manto, Chief commercial officer di Galapagos.

Se la tradizione italiana nella ricerca diventa competenza

Michele Manto è Chief commercial officer di Galapagos. Dal suo osservatorio internazionale spiega la necessità di reperire talenti con la passione per la ricerca.

L’ambizione di Galapagos a livello globale è quella di diventare leader nel settore biotech. Che ruolo può giocare l’Italia nel raggiungimento di questo obiettivo?

L’Italia ha una tradizione di eccellenza in vari ambiti della catena del valore del biotech, dalla ricerca di base alla pratica clinica, dalla chimica farmaceutica alla produzione. Galapagos è un’azienda biotech europea con ambizione globale e vogliamo costruire la nostra espansione attraverso partnership con attori che come noi condividono la passione per la scienza e la missione di migliorare la vita dei pazienti, con coraggio e determinazione per affrontare le sfide più difficili, come nelle malattie infiammatorie e nella fibrosi. In inglese diciamo “we discover, we dare, we care”.

Lei è uno degli italiani che ricopre un ruolo importante a livello globale. Come lei ce ne sono molti altri che rivestono ruoli apicali all’interno dell’azienda, fuori dai confini nazionali. Vale la stessa cosa anche per altre nazionalità o c’è un particolare investimento dell’azienda sulle competenze e le professionalità italiane?

In Galapagos non si parla di meritocrazia… la si vive ogni giorno. I nostri colleghi sono selezionati in base alle competenze specialistiche richieste dal ruolo (scientifiche, tecniche, mediche, commerciali) e alla sintonia con la cultura pionieristica, che richiede iniziativa individuale, capacità di adattamento e volontà di rimboccarsi le maniche a tutti i livelli organizzativi; essere in sostanza “esperti dallo spirito ribelle”. Non mi sorprende quindi che vi siano molti italiani in Galapagos perché possiamo dire con orgoglio che queste caratteristiche contraddistinguono molti nostri connazionali.

La ricerca di Galapagos ha l’obiettivo di individuare soluzioni terapeutiche che soddisfino a tutto tondo gli unmet needs dei pazienti. Ritiene che i pazienti italiani abbiano bisogni specifici non tanto in termini di outcome clinico, quanto di servizio e assistenza, dovuti alle peculiarità del sistema italiano?

Le malattie infiammatorie e fibrotiche in cui la nostra ricerca si è specializzata non fanno drammaticamente distinzione di nazionalità, il che consente di applicare l’innovazione farmaceutica globalmente e in modo efficace. Per migliorare la vita di un paziente, un farmaco è spesso essenziale, ma non sufficiente, in quanto il risultato dipende alla fine da molti fattori, come i tempi di diagnosi, la possibilità di accedere a clinici specializzati in ospedale, la praticità di uso del farmaco. La recente esperienza con Covid-19 ha messo in luce quanto il sistema sanitario abbia necessità di efficienza per potersi dedicare alle emergenze. L’utilizzo di farmaci orali può ad esempio semplificare la logistica e l’accesso alle cure per il paziente. Come Galapagos intendiamo collaborare con ospedali, clinici e società scientifiche (come la Società italiana di Reumatologia) per contribuire con le nostre competenze al miglioramento della qualità e della capacità del sistema sanitario italiano.

 

In collaborazione con Galapagos