Pubblicare o brevettare, il dilemma della ricerca scientifica italiana

Sebbene siano un’eccellenza a livello mondiale i progetti dei nostri ricercatori non riescono a sviluppare un potenziale industriale adeguato. Trasferimento tecnologico, competenze e investimenti: ecco dove intervenire. Dal numero 182 del magazine

Trasferimento tecnologico

Pubblicare o brevettare, questo è il dilemma. Potrebbe sembrare eccessivo scomodare una citazione shakespeariana in queste pagine, ma la questione della ricerca scientifica italiana sembra davvero avere una natura amletica. Sebbene si tratti di un settore di eccellenza, riconosciuto a livello internazionale, la nostra ricerca non riesce a tramutare tale capacità in potenziale industriale. In altre parole, i progetti italiani, troppo spesso, rimangono confinati tra le mura dei laboratori scientifici – quando invece potrebbero (e dovrebbero) sbarcare sul mercato, con tutto quel che ne conseguirebbe in termini economici – o al massimo finiscono per riempire le pagine di qualche nota rivista scientifica, avvantaggiando magari la concorrenza in quel campo.

D’altra parte, il passato ci ha già dimostrato come la mancanza di una strategia industriale possa portare a vere e proprie occasioni perse (si pensi ai casi della penicillina e della cefalosporina). Ecco perché, di seguito, proveremo a spiegare quali siano le criticità del nostro “sistema ricerca”, ipotizzando soluzioni efficaci e analizzando modelli virtuosi già esistenti.

Il fardello delle pubblicazioni

Sul tema delle pubblicazioni si è espresso chiaramente il presidente di Assobiotec Riccardo Palmisano. “Gli scienziati e i ricercatori italiani – ha spiegato in un intervento pubblicato sul numero 181 di AboutPharma and Medical Devices – sono troppo orientati alla pubblicazione delle loro ricerche, perché è così che il sistema universitario le valuta ai fini della carriera. Un sistema di questo tipo penalizza invece chi potrebbe investire in quel progetto e si vede impossibilitato a farlo”. Una volta pubblicato, infatti, il progetto è da considerarsi per così dire “bruciato”, proprio perché la base del brevetto è che il trovato sia innovativo e non pubblico. Sul progetto che è stato divulgato i privati non possono più investire e in questo modo l’idea, anche se di valore, non diventerà mai prodotto, pil e occupazione.

D’altra parte, a confermare le parole di Palmisano ci sono alcune evidenze. Per esempio, spiega: “Il fatto che il numero di brevetti realizzati in Italia rispetto al numero di pubblicazioni, nel campo delle scienze della vita, sia del tutto insoddisfacente se paragonato a quello degli altri Paesi. In questo campo, tralasciando il confronto con colossi come Stati Uniti e Giappone, i quali giocano un’altra partita, siamo molto indietro rispetto ai Paesi con cui dovremmo ragionevolmente confrontarci (Germania, Regno Unito, Francia). Ma cosa ancor più grave, è uscire sconfitti dal confronto con nazioni molto più piccole di noi, come Svizzera, Belgio, Olanda e Israele, per citarne alcune”.

Occasioni perse? Meglio ragionare sulle aree terapeutiche

Risulta difficile tuttavia, effettuare una valutazione concreta delle potenzialità dei singoli progetti di ricerca che non trovano un reale sbocco di mercato. Forse sarebbe più onesto, ragionare in termini di aree terapeutiche. “Sul tema delle occasioni perse dalla ricerca scientifica italiana – continua Palmisano – è piuttosto complicato ragionare. Per un motivo molto semplice: tali occasioni, proprio perché sono perse, non emergono. È quindi difficile averne contezza. Si può ragionare invece sulle aree della salute in generale, in cui avremmo la possibilità di giocare un ruolo da protagonisti come sistema Paese, ma non riusciamo a sviluppare i canali giusti per puntare dritto all’internazionalizzazione. In altre parole, siamo il ritratto di un Paese che non riesce a mettere a terra l’innovazione che produce. Facciamo qualche esempio. L’Italia è stata pioniera nel campo della terapia avanzata (genica o cellulare).

Eppure, secondo un’analisi condotta da Arm (Alliance for regenerative medicine, ente che riunisce tutti gli istituti di terapie avanzate, ndr) è emerso che oltre 230 aziende in Europa si occupano di terapie avanzate. Di queste, più di sessanta sono nel Regno Unito, circa trenta in Germania e Francia e solamente nove in Italia. In questo caso possiamo parlare di un treno che abbiamo contribuito a far partire e che, a oggi, sembriamo aver perso.

Peraltro, basti guardare alcune operazioni finalizzate negli ultimi anni, per comprendere la portata di tali opportunità. E cito, per esempio, l’acquisizione di Kite da parte di Gilead per 11,9 miliardi, o ancora a quella di Juno da parte di Celgene (oggi Bms) per 9 miliardi. È chiaro che chi ha investito in ricerca e sviluppo in queste società ha creato un enorme valore per gli investitori, generando flussi di cassa decisamente significativi. Ecco, noi a questa gara non partecipiamo. Il perché è dato da una combinazione di fattori”.

I limiti del trasferimento tecnologico

Tra i fattori che incidono maggiormente sulla mancata industrializzazione dei progetti di ricerca, gioca un ruolo fondamentale il trasferimento tecnologico. O sarebbe meglio dire, si tratta di una delle note dolenti del nostro “sistema ricerca”. Su questo punto Palmisano è categorico: “Diciamo che esiste una ricerca che produce innovazione, ma il punto critico su cui lavorare è il trasferimento tecnologico. Noi non abbiamo né un piano né un progetto, né le risorse per fare un’attività seria di TT. In altre parole, ci manca la capacità di far parlare la ricerca con il capitale, che sia private equity, capitale di rischio o corporate venture”.

Ma in che modo sarebbe possibile mettere in pratica tale tipo di comunicazione? “Ai ricercatori – prosegue il presidente di Assobiotec – bisogna insegnare un’impostazione di ragionamento che permetta loro di intuire che cosa un determinato prodotto (che non è ancora un farmaco, né una terapia diagnostica) può diventare, dove può andare a svilupparsi e in quale settore. Quali sono le aree terapeutiche su cui intervenire, analizzando la concorrenza, e valutando gli investimenti. Quest’attività è una professione, non è un’etichetta da mettere sulla porta di qualcuno come succede troppo spesso in Italia”.

Le competenze

Potenziare gli uffici di trasferimento tecnologico significa quindi ragionare sulle competenze che ci sono al loro interno. Al momento, siamo di fronte a un quadro di professionisti con profili troppo sbilanciati verso l’ambito legale e poco verso quello della valutazione del potenziale di business. Motivo per cui, sostiene Palmisano, bisognerebbe prendere esempio da chi ha fatto del trasferimento tecnologico un’eccellenza. “Innanzitutto, spiega, basterebbe prendere la tabella dei dieci punti chiave che Harvard e Mit hanno realizzato elencando tutti gli elementi sui quali puntare, per raggiungere il successo in un processo di trasferimento tecnologico.

In estrema sintesi, si tratta di un progetto a lungo termine che non garantisce un ritorno di investimento immediato. I frutti si cominciano a vedere dopo circa dieci anni. Peraltro, in Italia, mancano le risorse. Abbiamo poche persone, 3,7 per ogni unità di TT, pochi soldi, 330 mila euro per ogni unità, ma soprattutto abbiamo competenze prevalentemente amministrative e legali, mentre invece servono competenze tecnologiche e di business. Per rendere ancora più chiaro il divario, basti pensare che l’unità di trasferimento tecnologico del Politecnico di Monaco (che fa parte del gruppo di Harvard) ha 38 risorse, che sono distribuite tra legali manageriali e tecnici. Oxford innovation ha 126 persone, più altre 43 impegnate in attività di trasferimento tecnologico. Se noi abbiamo così poche persone, tra l’altro mediamente poco competenti e senza soldi dedicati a investire in questa professione, affrontare la competizione è semplicemente impossibile”.

Professor privilege

Altro nodo da sciogliere tra le maglie della ricerca scientifica italiana è il cosiddetto professor privilege. A mettere in risalto il tema è Lucia Faccio, partner del fondo Sofinnova-Telethon. “È importante – spiega – che gli uffici di trasferimento siano preparati a seguire i ricercatori. Da investitrice, ritengo sia necessario puntare su un percorso ad hoc per formare personale che abbia background solo scientifico, nell’ottica del progetto che vanno a valutare. Il trasferimento tecnologico deve essere riscoperto con personale adeguato, con percorsi professionali adeguati, che permettano alle università di essere messe nelle condizioni di lavorare con il privato in modo efficace. Altra questione è quella del cosiddetto professor privilege, secondo cui la proprietà della ricerca è del ricercatore e non dell’istituto.

un modello che ci portiamo dietro dal 2002 e che va cambiato. Anche per il semplice fatto che, dal punto di vista di un investitore privato è molto più semplice relazionarsi con un ente che non con un ricercatore singolo”. A questo proposito, il 15esimo rapporto Netval sul settore, ha inserito il professor privilege all’interno delle dieci proposte per cambiare il trasferimento tecnologico. L’Italia – si legge nel rapporto – è tra i pochissimi paesi in cui le Università e gli enti di ricerca pubblici non hanno la proprietà delle invenzioni generate dal loro personale nei loro laboratori. L’esperienza di Paesi come Israele dimostra invece che questo è un punto di partenza cruciale del processo di trasferimento tecnologico. Netval ha già predisposto e inviato al Miur una proposta di modifica dell’art. 65 del Codice della proprietà industriale in questa direzione, ampiamente discussa anche con ambienti e soggetti industriali.

I numeri del trasferimento tecnologico

Ma quali sono, al momento i numeri del trasferimento tecnologico in Italia? Secondo quanto riporta ancora il 15esimo rapporto Netval, pubblicato nel 2019 (al momento il documento più aggiornato sul settore, con numeri relativi agli anni 2017- 2018), dai dati riferiti a 60 enti che hanno partecipato all’indagine sono emersi i seguenti dati:

  • nel 2017 gli addetti (equivalente a tempo pieno-Etp) degli uffici di trasferimento tecnologico sono complessivamente 346,1 pari a un valore medio di 5,8 unità, con un aumento medio di una unità rispetto all’anno precedente;
  • il numero di nuove domande di brevetto è stato pari a 454 (+11,6% rispetto alle 407 del 2016) per una media di 7,8 contro le 6,8 del 2016;
  • i brevetti concessi nell’anno sono stati 444, per un valore medio pari a 7,8 (+387,5% rispetto al 2004 e +27,9% rispetto al 2016);
  • i brevetti presenti in portafoglio, alla fine del 2017, ammontano complessivamente a 5.317 unità (+6% rispetto al 2016, ma soprattutto + 52,5% rispetto al 2015 e 347,3% rispetto al 2005), per un valore medio di 93,3 titoli attivi, contro gli 83,6 dell’anno precedente;
  • la spesa sostenuta per la protezione della proprietà intellettuale (PI) nel 2017 è stata pari a circa 4 milioni di euro (+205,4% rispetto al 2004 e – 0,8% rispetto al 2016), per un importo medio pari a circa 78 mila euro;
  • il numero medio di licenze e/o opzioni concluse nel 2017 è stato pari a 142, per un media di 3 accordi per ente. Tali valori sono superiori a quelli degli anni precedenti (126 nel 2016 e 93 nel 2015); è stato quindi registrato un aumento del 30,4% rispetto al 2016 e del 76,5% rispetto al 2015;
  • le entrate derivanti da licenze attive al 31 dicembre 2017 ammontano complessivamente a 2,8 milioni di euro, per un valore medio paria a 62 mila euro per ente. Si tratta di un valore che è più che raddoppiato, rispetto al 2015, dopo un periodo di valori tendenzialmente costanti, intorno a 1,5 milioni, dal 2004 in poi;
  • nel 2017 sono state costituite 115 imprese spin-off, confermando un valore ormai stabile negli ultimi dieci anni.

Le iniziative

Eppure, negli ultimi mesi, in Italia sembra che qualcosa si stia muovendo nel campo del trasferimento tecnologico. Lo scorso 25 agosto, per esempio, il ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli ha firmato il decreto di approvazione dello statuto della Fondazione Enea Tech (prevista dal decreto Rilancio di maggio scorso). Si tratta di un ente che dovrà gestire il primo fondo italiano interamente dedicato al trasferimento tecnologico, con una dotazione iniziale di 500 milioni di euro e un capitale di funzionamento pari a 17 milioni di euro, solo per il 2020.A dirigere la fondazione è stato chiamato Salvo Mizzi, personalità molto nota all’interno dell’ecosistema degli investimenti italiano, con un passato in Tim ventures, Invitalia ventures e Principia. Il fondo inizierà a investire già da questo autunno.

La ricerca nel Mezzogiorno

Infine una buona notizia arriva anche dalla ricerca scientifica prodotta dal Mezzogiorno d’Italia. Da qualche settimana sono stati resi noti i risultati di un bando innovativo, con cui il Ministero dello sviluppo economico ha per la prima volta voluto finanziare la realizzazione di progetti di “Proof of Concept”. Si tratta di un bando per valorizzare i brevetti che Invitalia gestisce per conto del Ministero dello Sviluppo Economico, con l’obiettivo di finanziare programmi di valorizzazione di brevetti, al fine di innalzarne il livello di maturità tecnologica.

La graduatoria finale degli ammessi al finanziamento vede in particolare l’ottimo risultato di un consorzio composto da otto università di Campania e Puglia (Vanvitelli, Salento, Politecnico di Bari, Federico II, Salerno, Bari, Sannio e Napoli Parthenope) con il supporto tecnico della Fondazione ricerca & imprenditorialità di Napoli, presieduta da Riccardo Varaldo e partecipata da grandi banche come Intesa Sanpaolo e da grandi società quale Leonardo. Il consorzio si è classificato sesto. “Questo risultato – sottolinea Adriano Giannola, presidente di Svimez – conferma l’elevata qualità della ricerca che si svolge nelle università del Mezzogiorno, nonostante anni di penalizzazione nell’assegnazione delle risorse”.