Nuovi antibiotici, prevenzione e devices per battere le ICA

Il 70% delle infezioni ospedaliere da batteri resistenti può essere risolta solo con terapie adeguate. L’impatto economico della patologia (600 milioni di euro l’anno in Italia) giustifica l’adozione di moderni modelli di gestione. *CON IL CONTRIBUTO NON CONDIZIONANTE DI MSD

L’Italia ha il record europeo di casi e decessi correlati a infezioni da batteri resistenti agli antibiotici. Secondo i dati 2018 dell’Istituto superiore di Sanità (Epicentro) si contano ogni anno 201.584 nuovi episodi e 10.762 morti riconducibili direttamente e indirettamente all’antibioticoresistenza (AMR). In particolare variano da 450 a 700 mila ogni anno le infezioni che colpiscono la popolazione ospedaliera (il 5-8% su 9 milioni di ricoveri) cui si collega un tasso di mortalità dell’1-2%. Pesante anche l’impatto economico delle infezioni collegate all’assistenza (ICA) che raggiunge – e verosimilmente supera – i 600 milioni di euro ogni anno, secondo uno studio condotto tra il 2006 e il 2018 dal gruppo di Valutazione economica e Hta (EeHta) attivo in seno al Centre for Economics and International Studies (Ceis) della Facoltà di Economia dell’Università di Roma Tor Vergata, diretto dal professor Francesco Saverio Mennini. Considerato l’affollamento degli ospedali italiani nel corso della pandemia da Sars-CoV2, c’è il fondato timore di un peggioramento dei dati appena descritti, fosse solo perché l’80% dei pazienti ricoverati è sottoposto anche a terapia antibiotica.

Una stewardship mondiale

Cosa fare per contrastare l’AMR, in particolare, tra le mura ospedaliere? L’Organizzazione mondiale della Sanità ha coniato l’espressione Antimicrobical stewardship (AMS), intendendo un complesso di manovre che comprende “il monitoraggio e l’orientamento dell’utilizzo degli antimicrobici in ospedale, attraverso un approccio standardizzato evidence based, al fine di ridurre la selezione e la diffusione di germi resistenti, gli effetti avversi correlati all’uso di antibiotici e infine contenere i costi”. In Italia tale stewardship è stata declinata anche con l’adozione del Piano Nazionale di Contrasto dell’Antimicrobico resistenza 2017-2020 (PNCAR) promosso dal Ministero della Salute (novembre 2017) che sposa l’approccio “One Health” integrando strategie preventive legate alla salute umana e veterinaria, alla sicurezza degli alimenti e alla tutela agricolo-ambientale.

Il ruolo dei nuovi farmaci

Tra le azioni previste dal Governo figura la necessità di incentivare la ricerca e l’introduzione di nuovi antibiotici in grado di ampliare l’armamentario terapeutico del medico. Misure queste sollecitate anche dal Parlamento italiano che il 12 febbraio scorso votò a maggioranza una mozione in cui si invitava l’Esecutivo “ad assumere iniziative di competenza, attraverso l’Agenzia Italiana del Farmaco, per consentire un approccio più rapido alla valutazione delle nuove molecole con l’obiettivo di garantire l’accesso pieno e tempestivo ai pazienti, la sostenibilità della spesa farmaceutica per i nuovi antibiotici e il sostegno economico atto a finanziare la ricerca e lo sviluppo di nuove molecole”.

La prevenzione non basta

Tale strategia è salutata con favore proprio dal professor Mennini. “Da letteratura sappiamo che solo il 25-30% delle infezioni resistenti può essere evitato con misure preventive. Poiché il fenomeno dell’AMR è legato all’utilizzo di antibiotici di vecchia generazione, tutti gli studi ci suggeriscono che per risolvere il 70% restante bisogna ricorrere a trattamenti farmacologici più moderni ed efficaci. Oltre a ciò, occorre che vengano seguiti protocolli differenti rispetto a quelli seguiti fino ad oggi, così da garantire anche una maggiore attenzione ai pazienti, soprattutto nel post operatorio, utilizzando oltre ai farmaci anche dispositivi medici che permettano una riduzione molto forte delle infezioni”. Mennini evoca nuovi modelli organizzativo-gestionale (specifici PDTA dovrebbero e in qualche caso sono attivati a livello regionale e locale) capaci di avere un riflesso non solo sulla salute dei pazienti, ma anche sulla riduzione della spesa a carico del Ssn e dei costi indiretti.

L’impatto economico delle ICA

Lo studio del Ceis sull’impatto economico delle infezioni da batteri resistenti agli antibiotici aveva preso in esame real data molto affidabili (dati amministrativi forniti dal Ministero della Salute e Schede di Dimissione Ospedaliera, SDO) riferiti a infezioni del tratto urinario, ferite chirurgiche, apparato respiratorio e torrente circolatorio (in pratica l’80% di tutte le ICA). Tra i principali risultati è emerso che ogni mille ricoveri per acuti nel 2006 si registravano 26 casi di infezione, passati a 47,6 nel 2018. “Si tratta di un raddoppio – dice Mennini – che deve far riflettere il decisore politico. Effettuando la valorizzazione del dato abbiamo verificato che la degenza media è passata da dieci a quattordici giorni di ricovero con un impatto economico pari a 600 milioni di euro ogni anno. L’effetto è notevole sul modello organizzativo e gestionale: avere 4-5 giornate in più in media di ricovero comporta un costo aggiuntivo e l’ingolfamento di posti letto che altrimenti potrebbero liberarsi”. Ma la cifra, come accennato all’inizio è sottostimata. Dice Mennini: “Abbiamo considerato solo l’80% delle ICA e sappiamo che non sempre le infezioni sono segnalate nelle SDO”. Lecito ritenere quindi che i 600 milioni potrebbero aumentare tranquillamente a circa 800 ogni anno. Poi c’è il difficile capitolo dei costi indiretti. “Se una persona deve prolungare la sua degenza di otto o addirittura dieci giorni – prosegue Mennini – come abbiamo visto analizzando le SDO, vuol dire che avrebbe potuto lavorare di più, quindi con una perdita produttiva e fiscale importante. Inoltre molti di questi pazienti sono successivamente colpiti da disabilità e quindi accedono a prestazioni previdenziali comunque coperte dal pubblico”.

L’innovazione conviene

Un’azione di contrasto alle ICA basata sulla triplice mossa (prevenzione, farmaci moderni e dispositivi idonei) è la strategia che la scienza serve sul piatto del decisore politico. Per limitarsi agli antibiotici di nuova generazione, ci si chiede se non sia utile allargare la base prescrittiva a tutti i medici che si alternano al letto del paziente e non solo agli infettivologi. “Al di là di chi prescrive – conclude Mennini – sarebbe importante che agli antibiotici di nuova generazione, naturalmente efficaci, fosse riconosciuto almeno lo status di innovazione potenziale, in modo che possano essere utilizzati più a largo spettro negli ospedali e con maggiore libertà. Hanno un alto costo? Se permettono di ridurre soltanto la metà di quel 70% di infezioni non evitabili con la prevenzione, il beneficio sarebbe comunque superiore”.

Con il contributo non condizionante di MSD