Leucemia mieloide cronica atipica, scoperto il meccanismo che la causa

Il lavoro condotto dal team di Ematologia dell’Università di Milano Bicocca è stato pubblicato sulla rivista “Nature Communications” e ha messo in luce il ruolo del gene ETNK1 nell’origine della patologia, aprendo a possibili strategie terapeutiche efficaci

leucemia mieloide cronica atipica

Esistono tumori dall’origine ancora ignota, che se identificata potrebbe aiutare a sviluppare strategie terapeutiche efficaci. Uno di questi è la Leucemia mieloide cronica atipica (LMCa) che riguarda circa 200 nuovi casi in Italia ogni anno. La prognosi è estremamente severa, con una sopravvivenza che in genere non supera i 2-3 anni dalla diagnosi e senza terapie efficaci a contrastarne la crescita. La buona notizia è che un gruppo di ricerca dell’Università di Milano-Bicocca, lo scorso 23 novembre ha pubblicato su Nature communications una scoperta che fornisce un contributo importante alla comprensione della patogenesi della Leucemia mieloide cronica atipica. La ricerca, in futuro, potrebbe cambiare il destino dei pazienti affetti da questa malattia.

Il ruolo del gene ETNK1

I ricercatori sono riusciti a caratterizzare il ruolo di un gene, noto come ETNK1, grazie all’utilizzo di tecnologie avanzate. In particolare tramite il sequenziamento del Dna e l’uso della tecnica di editing genomico Crispr-Cas9, che permette di modificare selettivamente un determinato gene. ETNK1 era già stato identificato per la prima volta nel 2015 dallo stesso team dell’Università di Milano-Bicocca ed era stato messo già in relazione con le fasi più precoci della Leucemia mieloide cronica atipica. Ora i ricercatori hanno identificato il meccanismo con cui la mutazione del gene ETNK1 causa la leucemia.

Togliere il freno al mitocondrio

“In passato eravamo riusciti a identificare specifiche mutazioni a carico del gene ETNK1 – osserva Rocco Piazza, professore associato di Ematologia presso la facoltà di Medicina dell’Università di Milano-Bicocca che ha coordinato la ricerca – ma il loro ruolo nel processo di sviluppo del tumore ci era oscuro. Dopo 4 anni di lavoro siamo riusciti finalmente a ricostruire il meccanismo oncogenico delle mutazioni. Arrivando a capire come quelle a carico di ETNK1 causino una ridotta produzione di un piccolo metabolita, noto come fosfoetanolamina”.

“La fosfoetanolamina  – continua Piazza – è in grado di controllare l’attività del mitocondrio, il ‘motore’ delle nostre cellule, agendo come un freno sulla sua attività. La ridotta produzione di fosfoetanolamina determina quindi una iperattivazione del mitocondrio che, proprio come un motore costretto a lavorare a un numero troppo elevato di giri, ‘inquina’ la cellula con dei prodotti di scarto noti come radicali liberi. Questi prodotti a loro volta causano un danno diretto al genoma della cellula, causando l’accumulo di nuove mutazioni ed aumentando quindi progressivamente l’aggressività della malattia stessa”.

Le possibili ripercussioni terapeutiche

“Le ripercussioni terapeutiche sono possibili” aggiunge Diletta Fontana, ricercatrice presso l’Università di Milano-Bicocca e primo autore della pubblicazione, che l’8 dicembre presenterà il lavoro al congresso della Società Americana di Ematologia in sessione plenaria, dove è stato selezionato, insieme ad altri 5 lavori scientifici provenienti da tutto il mondo, nella prestigiosa categoria dei “Late-breaking abstracts”. “Abbiamo già iniziato a lavorare a nuovi esperimenti che speriamo ci consentano di ripristinare il ‘freno molecolare’ andato perso a causa delle mutazioni di ETNK1″ spiega la ricercatrice. “Arrivando quindi a bloccare direttamente il meccanismo alla base dell’attività genotossica mediata da ETNK1”.

Verso la ricerca sui pazienti

“Questo ‘freno’ ha dimostrato di funzionare in cellule leucemiche in coltura” conclude il professore Gambacorti-Passerini professore ordinario di Ematologia presso la stessa facoltà direttore del reparto di Ematologia dell’ospedale San Gerardo altro coordinatore della ricerca. “Speriamo anche di poterlo dimostrare a breve in vivo e in pazienti”. La ricerca è stata condotta sotto il patrocinio della Fondazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC) e dell’Associazione “Antonio Castelnuovo”.