Evidenza scientifica in medicina, quando i dubbi aiutano a crescere

Ivan Cavicchi, esperto di politiche sanitarie, nel suo nuovo libro, “L’evidenza scientifica in medicina. Uso pragmatico delle verità”, analizza come è cambiato tale approccio e dibatte di una possibile integrazione tra medicina convenzionale e complementare. *IN COLLABORAZIONE CON BOIRON ITALIA

Evidenza scientifica

Evidenza scientifica in medicina, un dibattito sempre aperto. L’evidenza è l’elemento discriminante con cui si valutano terapie, teorie mediche e interi settori della medicina. Eppure, quello che a prima vista potrebbe sembrare un principio logico elementare (è vero ciò che è dimostrabile e ripetibile), alla prova dei fatti può far emergere delle contraddizioni. A sostenerlo è Ivan Cavicchi, filosofo della scienza, esperto di politiche sanitarie, docente presso la facoltà di Medicina e chirurgia dell’università Tor Vergata, il quale approfondisce il tema nel suo nuovo libro: “L’evidenza scientifica in medicina. Uso pragmatico delle verità”.

Il ruolo dell’evidenza scientifica

Nel testo, Cavicchi sottolinea come nella fisica e in altre discipline, almeno a partire dalla teoria della relatività per continuare con la quantistica, il metodo cartesiano e galileiano hanno vissuto una profonda evoluzione, mentre tutto ciò non è avvenuto in medicina. Per questo motivo, secondo la sua tesi, le evidenze scientifiche sono cose ritenute vere, ma in realtà si tratta di verità convenzionali e come tutte le verità convenzionali sono in continua evoluzione. Quando si perde la consapevolezza della verità come convenzione, sottolinea Cavicchi, e si pretende di trasformarla in una verità assoluta, si cade in un errore drammatico. In particolare, se la medicina finisce per fondarsi su questa debolezza di fondo, finisce che viene messa in discussione tutta la medicina.

“Non penso e non sostengo che l’evidenza non sia un punto di vista corretto – continua Cavicchi – ma non rappresenta in sé una verità assoluta. In medicina ad esempio c’è la variabilità del malato. È indubbio che non tutte le persone, pur affette dal medesimo male, reagiscono in maniera diversa allo stesso farmaco. L’evidenza è corretto usarla, ma sapendo bene che si tratta di una parzialità. Rappresenta tutt’al più una verità pragmatica. Il punto fondamentale per un medico è non essere dogmatico. Il medico bravo non può porsi come obiettivo quello di aderire a una evidenza, bensì di essere efficace”.

Medicina convenzionale vs complementare

In questo contesto, come si sviluppa una buona integrazione tra medicina convenzionale e complementare? Secondo Cavicchi, l’integrazione c’è già: “conosco migliaia di medici che lavorano insieme, si confrontano, collaborano. Quello di cui c’è bisogno è però che questa convivenza sia definita. I roghi – anche solo metaforici – non hanno senso. Bisogna però definire i perimetri di uso dell’omeopatia, ad esempio. Bisogna lavorare su quelle che io definirei due teorie compossibili, cioè senza contraddizioni, che trovano un terreno comune di convivenza. Naturalmente l’omeopatia deve restare all’interno di un uso ragionevole.

È la seconda medicina usata nel mondo e di questo si deve prendere atto, senza scandali. Dal dopoguerra ad oggi abbiamo assistito a un cambiamento profondo: siamo passati dal paziente all’esigente, cioè il malato è una persona, non una “malattia”, e come tale ha idee, cultura, abitudine e vissuto suoi propri. E tutto questo deve entrare nel percorso terapeutico. Il malato vuole essere curato, ma vuole essere anche partecipe della cura. La relazione terapeutica è fondamentale. Tutto ciò ha favorito gli approcci olistici. Il malato è un malato ‘al singolare’. La medicina della statistica non può essere l’unica, solitaria, esclusiva risposta”.

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