Trasferimento tecnologico, le lacune italiane su accordi e brevetti

Le difficoltà del nostro Paese in tali ambiti sono riconducibili a più fattori, alcuni dei quali storici,dovuti all’incapacità di fare rete e alle dimensioni ridotte della maggior parte delle imprese nostrane. Prosegue l’approfondimento di AboutPharma and Medical Devices sull’indagine di Clarivate. Dal numero 184 del magazine

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L’Italia fa molta fatica a creare un network internazionale che vede gli istituti di ricerca e università affiancare le aziende farmaceutiche in tema R&D e brevetti. Come già raccontato nel numero scorso di AboutPharma and Medical Devices nell’articolo “Accordi accademia-industria: italiani in affanno”, secondo alcuni dati forniti da Clarivate attraverso la piattaforma Cortellis, il nostro Paese è fanalino di coda tra i grandi del mondo per quantità di accordi presi con le società farmaceutiche da parte di enti pubblici. Questo diciassettesimo posto in graduatoria è figlio di antiche e marcate criticità legate all’incapacità di fare sistema, soprattutto per la natura stessa del substrato economico che ci caratterizza (prevalentemente Pmi). Ma l’analisi prosegue. AboutPharma and Medical Devices ha chiesto un approfondimento a Clarivate per comprendere fino in fondo la situazione nella quale l’Italia si trova anche rispetto ad altri Stati nel mondo. A parlare è Michael Ward, Global head of Thought leadership at Decision resources group.

L’Italia è uno dei Paesi più importanti per la ricerca in Europa ma non è tra i primi dieci per numero di partnership con l’industria. Quali sono i motivi? 

Per le aziende focalizzate sulla fornitura di soluzioni sanitarie ai pazienti di tutto il mondo, il 2020 è stato un anno di sfide, trasformazione e innovazione. Anche prima della pandemia, il settore sanitario era già in uno stato di evoluzione. Tuttavia, di fronte alla più impegnativa crisi sanitaria globale degli ultimi tempi, ci sono state opportunità senza precedenti per la collaborazione in tutto l’ecosistema sanitario. In effetti, gli sforzi di ricerca stanno beneficiando notevolmente di tali livelli di partnership tra agenzie, aziende e oltre confine. Le autorità di regolamentazione hanno accelerato lo sviluppo dei trattamenti, gli investitori stanno aumentando il sostegno alla ricerca accademica e scientifica e le aziende farmaceutiche e biotecnologiche stanno collaborando con i governi per trovare soluzioni alle sfide sanitarie più urgenti. Mentre l’Italia è al 17° posto per numero di partnership accademia-industria negli ultimi cinque anni, secondo Cortellis Deals Intelligence, dopo Regno Unito, Germania, Paesi Bassi, Svezia, Francia, Svizzera, Spagna e Belgio, il Paese sta rendendo nota la sua presenza attraverso le sue attività di ricerca e sviluppo. L’industria biotech italiana continua a crescere ed evolversi, con una serie di aziende emergenti pronte a rafforzarsi nel tempo e a proiettare una luce più brillante sulla scena internazionale.

Ci sono casi specifici?

Nella maggior parte delle classifiche che comprende le più grandi aziende biofarmaceutiche del mondo, Menarini è l’unica azienda italiana tra le prime cinquanta. Tuttavia, le Pmi a livello globale rappresentano una percentuale significativa di tutti gli accordi. Guardando ad alcune delle più grandi aziende italiane, solo il 3,4% degli accordi acquisitivi di Menarini è con istituzioni accademiche o governative, mentre i numeri per Recordati e Angelini sono rispettivamente del 2,9% e dell’1,8%. Chiesi ha mostrato un livello più alto di partnership con il mondo accademico, all’8,7% dei loro accordi, ma la partnership accademica più recente, con l’University College di Londra, risale al 2014.

La sensazione è che altrove facciano meglio…

Confrontando le aziende globali di dimensioni più o meno simili a Menarini, le partnership accademiche rappresentano il 20% degli accordi acquisitivi di Ipsen (Francia). Questo dato è del 17,1% per Sumitomo Dainippon (Giappone), del 29% per Alexion e del 32,2% per Regeneron (entrambe Usa).

Il discorso verte ovviamente sul trasferimento tecnologico e di conseguenza sulla registrazione dei brevetti. L’Italia appare claudicante al di fuori dell’Europa, seppur tra i primi Paesi nel Vecchio continente per numero. Quali impressioni al riguardo?

L’Italia si colloca all’11° posto a livello mondiale e al 5° in Europa, dietro Francia, Germania, Spagna e Regno Unito. Ciò suggerisce che l’Italia sia responsabile di un volume significativo di ricerca innovativa, ma la classifica più bassa, quando si tratta di fare accordi, suggerisce che potrebbe esserci spazio per un maggiore livello di commercializzazione di quella ricerca.

Guardando in casa altrui, i più capaci a stringere accordi sono gli statunitensi, qual è la loro forza anche nell’ottica del trasferimento tecnologico?

Le istituzioni accademiche statunitensi hanno aperto la strada alla creazione di uffici per il trasferimento tecnologico (Tto), seguendo il Bayh-Dole Act del 1980 (noto ufficialmente sotto il nome di “Patent and trademark law amendments act”, ndr). Altri Paesi hanno seguito questa tendenza a velocità diverse, in genere sostituendo il cosiddetto “privilegio del professore”, dove gli accademici hanno mantenuto la proprietà intellettuale relativi alla loro ricerca, con proprietà istituzionale di tale PI. Per fare un paragone, uno studio del 2011 di Aldo Geuna e Federica Rossi dell’Università di Torino ha suggerito che, almeno fino al 2011, l’Italia ha mantenuto un sistema in base al quale in alcuni casi si applica il privilegio del professore, sebbene in altri (a seconda di come è stata finanziata la ricerca) l’istituzione accademica possiede l’IP. A parte l’enorme volume di PI generato dalle università statunitensi, hanno guidato gli sforzi nella ricerca dei mezzi migliori per commercializzare e monetizzare la loro ricerca.

C’è poi la Cina…

Nell’esaminare le tendenze relative al deposito di brevetti Pct, abbiamo riscontrato che la Cina si colloca al 5° posto a livello mondiale per numero di istituzioni per i brevetti Pct. Nonostante gli elevati volumi di brevetti nazionali nella Cina continentale, non ci sono istituzioni accademiche della Cina continentale tra i primi 20 filer Pct complessivi. L’istituto accademico cinese con il punteggio più alto in assoluto è lo Shanghai Institute of Materia Medica al numero 37. Ciò potrebbe indicare che le istituzioni della Cina continentale stanno archiviando principalmente a casa o inviando direttamente in altri Paesi ma non utilizzando il percorso Pct.

Che significa?

Significa che il governo cinese desidera incoraggiare una maggiore innovazione e ha sviluppato una matrice di valutazione relativamente semplice per valutarla. Una domanda di brevetto è considerata un indice importante della valutazione dei risultati dell’innovazione, che ha portato a un recente e drammatico aumento del numero di domande di brevetto nazionali, in particolare rispetto a livello globale, nella Cina continentale. Pertanto, potrebbe non esserci necessariamente un vantaggio per il deposito internazionale, ad esempio tramite un Pct, quando un deposito nazionale è sufficiente per la valutazione dell’innovazione. Un motivo aggiuntivo per i depositi principalmente nazionali è che alcune organizzazioni potrebbero non aver bisogno di commercializzare i loro prodotti oltre il mercato interno della Cina continentale, perché è sufficientemente grande da soddisfare le loro esigenze.

La Cina sta portando avanti strategie economiche molto aggressive all’estero, ma tiene molto al suo mercato interno. Ci sono evidenze in tal senso?

Ciò è supportato dai dati nel Factbook 2020 Pharmaceutical R&D pubblicato dal Center for Medicines Research (Cmr) International. Questi dati hanno evidenziato la crescita dei primi lanci di farmaci innovativi nella Cina continentale nel 2019. Questa recente crescita è degna di nota perché, storicamente, l’industria farmaceutica cinese si è concentrata sui generici piuttosto che sui farmaci innovativi.

Un cambio di rotta significativo

Assolutamente. Il cambiamento potrebbe essere in parte dovuto alle recenti riforme del governo cinese che mirano a stimolare l’innovazione come parte di un investimento a lungo termine per migliorare l’assistenza sanitaria nella nazione. Nel tredicesimo piano quinquennale sull’innovazione tecnologica nazionale pubblicato nel 2016, ad esempio, il piano nazionale per lo sviluppo tecnologico a medio e lungo termine ha fissato l’obiettivo di sviluppare la Cina come paese innovativo entro il 2020 e lo schema della strategia nazionale sullo sviluppo guidato dall’innovazione ha definito gli obiettivi graduali da raggiungere entro il 2050. Queste recenti riforme governative potrebbero incoraggiare un cambiamento nelle tendenze dei brevetti nella Cina continentale in futuro, in particolare verso un maggior numero di richieste di brevetti Pct.