Licenza obbligatoria per farmaci salvavita, l’Ue: “Non è escluso”

Il tabù sembra vacillare nelle stanze di Bruxelles. Qualcuno invita a fare uso dell'articolo 122 del Tfue che permetterebbe una maggiore elasticità in tema di brevetti data la situazione di emergenza in tutta l'unione

programma europeo salute

Un fulmine a ciel sereno. Dopo che per mesi l’Unione europea ha ostracizzato le posizioni assunte da India e Sud Africa in seno all’Organizzazione mondiale del commercio, adesso, trovandosi faccia a faccia con problemi di reperibilità di farmaci salvavita, pensa che l’obbligo di concessione di licenza da parte di un’azienda non sia poi così tabù. Ad aprire alla possibilità (che di per sé non è poco) è Miriam Garcia Ferrer, portavoce della Commissione europea per il Commercio. Già Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, aveva accennato alla possibilità di ricorrere all’articolo 122 del Trattato di funzionamento dell’Unione europea.

L’articolo 122

L’Unione europea vorrebbe fare ricorso alla possibilità di costringere i possessori di brevetto a concedere l’uso della licenza in casi di emergenza nazionale. Le imprese ricevono una royalty come compenso. Su questo si esprime l’articolo 122 del Tfue: “Fatta salva ogni altra procedura prevista dai trattati, il Consiglio, su proposta della Commis­sione, può decidere, in uno spirito di solidarietà tra Stati membri, le misure adeguate alla situazione economica, in particolare qualora sorgano gravi difficoltà nell’approvvigionamento di determinati prodotti, in particolare nel settore dell’energia”. E continua: “Qualora uno Stato membro si trovi in difficoltà o sia seriamente minacciato da gravi difficoltà a causa di calamità naturali o di circostanze eccezionali che sfuggono al suo controllo, il Consiglio, su proposta della Commissione, può concedere a determinate condizioni un’assistenza finanziaria del­l’Unione allo Stato membro interessato. Il presidente del Consiglio informa il Parlamento europeo in merito alla decisione presa”.

Cambio di sensibilità?

Se i Paesi meno fortunati del mondo, insieme a numerose associazioni e organizzazioni, hanno gridato allo scandalo per la poca flessibilità sui brevetti in ambito farmaceutico durante la pandemia, gli Stati più ricchi hanno spesso e volentieri tralasciato la faccenda, rimandando di continuo il dialogo. Basti guardare cosa è successo alla Wto durante i vari meeting di novembre e dicembre quando, sul tema, non è stato trovato un accordo convincente e tutto è stato rimandato. Ora qualcosa si muove al più alto livello delle istituzioni di Bruxelles. E forse qualcosa potrebbe accadere anche in Italia. Già Silvio Garattini, presidente dell’Istituto Mario Negri e Nino Cartabellotta, presidente di Fondazione Gimbe, avevano espresso perplessità sul mantenimento esclusivo dei brevetti da parte delle aziende in periodo di quarantena. Dall’altra parte anche l’eurodeputato belga Marc Botenga aveva previsto o almeno auspicato, un cambio di sensibilità da parte europea sul tema.

E l’Italia?

Sempre Garattini aveva ravvisato in un’intervista a “Il Mattino” che la stessa Italia ha la possibilità di avanzare pretese sui brevetti farmaceutici. L’ex ministro della Salute Giulia Grillo aveva tra l’altro proposto un emendamento alla Legge di Bilancio 2021 proprio su questa materia (ma bocciato dalla Camera per estraneità). La normativa (che Grillo vuole comunque riproporre) riguarda proprio la possibilità che le licenze di farmaci e dispositivi medici vengano concesse ai fini della tutela della salute”. Tra l’altro a differenza di altri Stati, in Italia non esiste ancora una legge in questo senso. In Israele è stata emessa una licenza obbligatoria contro un antivirale anti Covid, mentre Germania, Olanda e Regno Unito hanno approvato normative che possano liberare i brevetti in caso di necessità.