Veterinari, senza esame la formazione dovrà cambiare per allinearsi al mercato

Il ddl Manfredi potrebbe eliminare la prova di abilitazione finale per l'iscrizione all'albo con l'obiettivo di accelerare l'ingresso nelle professioni sanitarie di giovani laureati. Ma dal punto di vista formativo servirà trasformare parte del tirocinio universitario in un percorso abilitante. Dal numero 7 di AboutPharma Animal Health

Con il ddl n. 2751 presentato lo scorso ottobre dal ministro per la Ricerca e l’Università, Gaetano Manfredi, l’esame di stato potrebbe essere presto un lontano ricordo per chi si appresta a laurearsi in Medicina veterinaria. Questa normativa, che mutua il provvedimento preso a inizio pandemia a favore della medicina umana, permetterà di accelerare l’ingresso nel mondo del lavoro dei laureati. La figura del medico veterinario è poliedrica per antonomasia: non si occupa solo della salute dei nostri animali da compagnia, ma ha un ruolo strategico nel controllo degli alimenti di origine animale, nella prevenzione delle zoonosi, nel mantenimento dell’equilibrio faunistico e ambientale. E quindi, indirettamente, nella preservazione della salute umana. Sempre più donne scelgono questa professione, ma non per gli ambiti richiesti: oggi più che per la cura degli animali da compagnia, il mercato chiede veterinari per la sanità pubblica e i grandi allevamenti.

Ddl Manfredi, cosa cambia in concreto

Il disegno di legge ha come obiettivo accelerare l’ingresso nelle professioni sanitarie da parte di giovani laureati, anche alla luce di nuove e mutate esigenze del mercato che richiedono lauree più professionalizzanti. Uno dei maggiori impatti del ddl riguarda l’azzeramento del tempo di attesa tra laurea e abilitazione. Questa condizione consentirà ai giovani l’immediato ingresso nella professione, o più realisticamente, di svolgere attività di tirocinio extracurriculare.

In pratica, un laureato in medicina veterinaria può entrare subito nel mondo del lavoro, senza doversi sottoporre all’esame di stato che, fino a oggi (il ddl non è ancora diventato legge ed è attualmente in esame alla Camera) viene svolto da commissioni miste, composte da professionisti, colleghi delle Asl, docenti universitari, colleghi dell’Istituto zooprofilattico.

“In realtà, la laurea in medicina veterinaria è di fatto abilitante– commenta Gaetano Oliva, direttore del dipartimento di medicina veterinaria e produzioni animali e docente di Clinica medica veterinaria presso l’Università Federico II di Napoli nonché presidente della Conferenza dei direttori di dipartimento di Medicina veterinaria – perché gli studenti già svolgono un tirocinio obbligatorio durante il corso di laurea, con attività pratiche svolte sul territorio, in allevamenti, caseifici, macelli e in tutte quelle industrie che sono soggette al controllo del medico-veterinario.

Come cambierebbe l’idoneità

Questa attività pratica copre oltre il 50% della didattica, già dal primo anno del percorso di studio”.

Secondo il nuovo disegno di legge, in sede di esame finale di laurea verrà certificata l’idoneità all’esercizio della professione. La prova quindi si dovrebbe svolgere con queste modalità:

  • discussione della tesi;
  • prova pratica, le cui modalità di svolgimento e valutazione saranno determinate con regolamento ministeriale.

Una volta superato l’esame, si otterrà contemporaneamente il titolo accademico e l’abilitazione all’esercizio della professione per “l’immediata iscrizione all’albo professionale”.

In ogni caso, per parlare di “laurea abilitante” effettiva, servirà trasformare parte del tirocinio in un “percorso formativo abilitante”.

“Per arrivare a questo – sottolinea Gaetano Penocchio, presidente della Federazione nazionale ordini veterinari italiani (Fnovi) – sarà necessaria una procedura da definire in collaborazione con gli ordini professionali per allestire elenchi di professionisti e strutture accreditate in cui svolgere, nella parte dedicata al tirocinio, le attività formative abilitanti pesate in almeno 20 crediti formativi. La valutazione finale di queste attività dovrà essere congiunta tra Università e Ordine e sostituirà l’esame di abilitazione.”

Nella pratica non si è ancora definito se l’esame di laurea sarà rivisto per essere anche un esame di stato, o verrà abolito del tutto. Nella realtà del percorso formativo, si potenzierà ancora di più l’esperienza pratica per far sì che il neolaureato in medicina veterinaria sia già pronto a entrare nel mercato del lavoro.

Nei cinque anni del percorso di studi, lo studente infatti è affiancato da professionisti del settore, oltre che dal docente.

Gli ambiti principali in cui può lavorare un medico-veterinario sono tre:

  • la clinica individuale, in cui il professionista visita un singolo animale da compagnia per volta;
  • la produzione zootecnica, vale a dire il controllo di animali da produzione, siano essi da carne o da latte;
  • la sanità pubblica veterinaria, cioè le Asl e gli istituti zooprofilattici, per il controllo degli alimenti di origine animale, in cui i medici veterinari verificano quotidianamente i prodotti prima che vengano messi sul mercato, a garanzia del consumatore.

Il veterinario lavora inoltre nella prevenzione delle malattie infettive: il 70% di quelle che colpiscono l’uomo sono infatti di origine animale (zoonosi). “Tutte le grandi malattie pandemiche sono di origine animale – sottolinea Oliva – e oserei dire che se ci fosse stato un medico veterinario di controllo nel mercato di Wuhan, in Cina, prima di licenziare al commercio animali di tutti i tipi, macellati sul posto, è probabile che la pandemia non sarebbe scoppiata. Noi siamo fortunati da un certo punto di vista, perché il servizio veterinario pubblico italiano è il migliore in tutta Europa, e tra i migliori al mondo”.

Nella gestione della pandemia i medici veterinari sono sempre stati in prima linea, anche se non hanno avuto la stessa visibilità dei colleghi della medicina umana: “I veterinari hanno come sempre lavorato per dare salute agli animali, agli alimenti, all’ambiente e quindi all’uomo – spiega il presidente Fnovi – ma credo che la medicina veterinaria in generale avrebbe potuto dare di più nella lotta alla pandemia. In questo Paese si parla di salute unica (One Health), si promuove un modello di sanità basato sull’integrazione di discipline diverse, che riconosce l’indissolubile legame tra la salute degli esseri umani e quella degli animali e dell’ambiente, ma non sempre le intenzioni sono seguite da azioni. L’organizzazione veterinaria in Italia ha dimostrato la propria capacità di operare in favore della salute pubblica, di conoscere la gestione delle emergenze, di avere esperienza in epidemiologia e controllo delle epidemie, di essere efficace nel fronteggiarle con vaccini e senza vaccini”.

Quali sono le figure più richieste

Quella del medico veterinario è una professione che negli ultimi tempi ha visto un notevole aumento di interesse, sia in termini di immatricolazioni all’Università, sia come numero di iscrizioni agli ordini professionali. In particolare, le donne sono aumentate, passando dalle 13.424 iscritte nel 2014 alle oltre 16.500 nel 2020. Un bel salto, specie se raffrontato al comparto maschile che dal 2014 a oggi non ha fatto troppi balzi in avanti, fermandosi alle 17.785 iscrizioni, duecento circa in più rispetto al 2014.

In generale, il comparto è un po’ sovraffollato per quanto riguarda le cliniche per gli animali da compagnia; mentre nella sanità pubblica e negli allevamenti zootecnici c’è carenza di medici veterinari. “Inizialmente gli studenti venivano da una tradizione agricola familiare – rimarca Oliva – oggi si assiste, invece, a una prevalente provenienza da contesti cittadini, con un 75% di iscritti di sesso femminile, più interessato agli animali domestici di piccola taglia”.

Per guardare lontano e costruire un futuro soddisfacente per la professione veterinaria, bisognerebbe andare nella direzione indicata dal mercato: “Occorre lavorare a un percorso che ponga al centro la professione – ribadisce Penocchio – e deve vedere l’Università, la Fnovi, le istituzioni, la politica e gli altri stakeholder impegnati a indossare gli “occhiali nuovi” che puntano al mercato e ai suoi need.

Senza contare le sfide imminenti che ci propone l’Unione europea: per conseguire infatti gli obbiettivi tracciati dal Green Deal sarà essenziale lavorare per un sistema alimentare sostenibile. La strategia Farm to Fork – conclude Penocchio – è un pilastro del New Green Deal e l’allevamento sarà fra i settori guida di questa transizione con la previsione di due road map: il miglioramento del benessere animale e la riduzione del 50% del consumo di antimicrobici”.

I veterinari, inoltre, si occupano di equilibrio faunistico e lavorano in questo senso insieme a etologi, biologi e altre figure professionali. “Pertanto – mette in evidenza il presidente della Conferenza dei Dipartimenti di Veterinaria – la nostra figura è parte attiva nella preservazione del pianeta. Alcuni veterinari lavorano con biologi ed ecologisti marini, nell’individuare gli effetti delle plastiche e delle sostanze inquinanti nei pesci e nei mitili. Per quanto riguarda invece il controllo dell’alimentazione, il veterinario entra in azione anche per controllare carni e pesce cacciati o pescati da singoli cittadini. Questi sono tutti ottimi sbocchi professionali per chi decide di abbracciare questa professione”.

Per non parlare della terapia con gli animali per aiutare gli uomini. “Nel nostro dipartimento – continua Oliva – c’è un master in terapia assistita con gli animali, allo scopo di formare i medici veterinari che collaboreranno in staff misti con psicologi e medici umani, per portare gli animali o nelle corsie di ospedale, o in cliniche private, specializzate anche in patologie quali l’Alzheimer. Questo è un altro possibile sbocco interessante per il futuro”. Anche nell’autismo ci sono esperimenti in questo senso con cani e cavalli.

Che cosa si dovrebbe quindi consigliare a un giovane che oggi vorrebbe diventare medico veterinario? “Quello che dico sempre ai miei ragazzi – sottolinea Oliva – è di seguire le proprie passioni, ma guardando anche a quello che richiede il mercato. Bisogna essere curiosi e aperti e nuove possibilità, perché si possono scoprire ambiti professionali, magari ignorati, cui ci si può appassionare.”

La formazione universitaria

Partiamo da un’informazione poco nota ma di grande rilevanza: il corso di laurea in medicina veterinaria non è riconosciuto tra quelli delle professioni sanitarie, a differenza delle lauree in medicina e infermieristica, pur essendo noto il ruolo dei medici veterinari nel sistema sanitario nazionale: “I medici veterinari sono tra i capisaldi della prevenzione – sottolinea Oliva – essendo presenti in tutte le Asl per il controllo e l’igiene quotidiana degli alimenti. Non si capisce quindi perché il Miur non riconosca la nostra laurea come percorso sanitario”.

Al netto delle distonie, ai giovani italiani la veterinaria piace molto. C’è un rapporto di 10:1 tra candidati e posti disponibili, che sono stabiliti dal ministero. Per l’anno accademico 2020/2021 c’erano 890 posti a disposizione, a fronte di 10mila candidati, suddivisi nelle 13 facoltà esistenti in Italia. Negli anni, il numero di posti a disposizione è oscillato, passando dai 774 posti del 2014, ai 655 nel 2016 e nel 2017. Solo nel 2017 si è passati a 759 e nell’ultimo anno si è arrivati al numero più alto. Il corso di laurea è orientato alle specie domestiche, con alcuni esami opzionali su particolari tipi di animali, ad esempio esotici. Ci sono poi specializzazioni post-laurea nel caso ci si voglia occupare di animali diversi. Per entrare nel servizio pubblico veterinario gestito dalle Asl, ad esempio, è obbligatorio aver conseguito una delle specializzazioni triennali post-laurea. Chi vuole invece specializzarsi per gli animali da compagnia, segue un percorso diverso nei College specialistici europei di Medicina veterinaria, in cui sono offerti percorsi appositi di 3 o 5 anni per formare specialisti in ambito medico, tra i quali i più richiesti sono anestesisti, medici d’urgenza, chirurghi neurologici. Questi college rilasciano il diploma europeo che rappresenta il più alto livello di competenza teorico-pratica di una specifica disciplina della professione medico-veterinaria.

“Più che sull’interesse (alto) dei giovani – riflette Penocchio – occorrerebbe ripensare il meccanismo di accesso che oggi seleziona gli iscritti con un target rivolto agli animali da compagnia, con il rischio di lasciare orfano il settore zootecnico e la salute delle mandrie. Credo che si potrebbe quindi apportare qualche miglioria nella formazione universitaria. Ad esempio, si potrebbe rendere omogeneo il core curriculum dei 13 corsi di laurea del nostro Paese, articolandolo in 12 semestri (gli ultimi due di tirocinio), o in 11 semestri come accade in Spagna. In questo periodo si dovrebbe delineare in modo più concreto il profilo di competenze del laureando, in modo che sia in grado di soddisfare i reali fabbisogni del mercato”.

Il futuro è adesso

Dal controllo delle malattie infettive del mondo animale, passando per il monitoraggio degli alimenti come carne o latte fino ad arrivare alla protezione dell’equilibrio faunistico e dell’ambiente: il medico veterinario si occupa di tutti questi ambiti e non va immaginato solo come colui che cura il nostro cane o gatto, ma come il professionista sanitario che preserva la salute della società nel suo insieme.

Forse non tutti lo sanno, ma chi si iscrive a medicina veterinaria deve prestare lo stesso giuramento di Ippocrate che pronunciano i medici umani. Perché la missione dei veterinari è quella di salvaguardare la salute animale per preservare quella umana.

 

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