Studi epidemiologici e costi più precisi grazie ai nuovi codici Covid-19

Lo scorso 1 febbraio sono stati pubblicati in GU una serie di nuovi codici relativi all’infezione da Sars-Cov-2 da integrare all’attuale sistema di classificazione delle malattie: serviranno a codificare più nel dettaglio le informazioni cliniche e a ottenere una remunerazione più precisa delle prestazioni ospedaliere, liberando risorse anche per gli altri pazienti

codici covid-19

“043” è il nuovo codice che indica la malattia da Sars-Cov-2 (Covid-19) in Italia. Il primo di una articolata serie di altri codici più specifici che serviranno per identificare le condizioni patologiche correlate al Covid-19. Come per esempio il codice “043.2” che indica la malattia da Sars-Cov-2 paucisintomatica per citarne uno, il “480.4” che indica la polmonite in Covid-19 o il “518.9” che indica la sindrome da distress respiratorio (Ards) in Covid-19. Tutti codici contenuti nel nuovo decreto ministeriale, firmato il 28 ottobre 2020 e pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 1 febbraio, che andranno a integrare l’attuale sistema di classificazione internazionale delle malattie – l’International Classification of Diseases o Icd.

Il sistema è oggi utilizzato dai clinici per codificare le informazioni relative a ciascun paziente nella scheda di dimissione ospedaliera (Sdo). Dati che a loro volta vengono raggruppati nell’algoritmo Drg (raggruppamento omogeneo di diagnosi) che premette di classificare l’attività degli ospedali e di quantificare le risorse economiche assorbite da ciascun episodio di ricovero.

Come classificare i pazienti Covid-19?

In Italia è attualmente adottata la versione 2007 del manuale Icd-9-Cm nella quale naturalmente non compariva Covid-19.  Come fare dunque a classificare questi pazienti? All’estero, dove è utilizzata la versione più aggiornata del manuale, l’Icd-10-Cm, sono stati inseriti immediatamente due codici, che corrispondevano ad avere o meno Covid-19, e successivamente integrati da numerosi codici di diagnosi e procedure (tra cui farmaci). Nel nostro Paese invece sono stati utilizzati i codici relativi alla Sars del 2002, causata dal virus Sars-Cov-1. Un sistema provvisorio che non permetteva di entrare nello specifico della casistica dei pazienti covid, ma solo di quantificarne il numero.

Per ovviare a questo problema il centro collaborativo per l’Oms del Friuli Venezia Giulia, guidato da Lucilla Frattura, che si occupa delle classificazioni internazionali, su incarico del ministero della Salute ha avviato un percorso di analisi e valutazione dei codici che potessero rappresentare in modo granulare il fenomeno. Fino ad arrivare ai suddetti codici pubblicati in G.U. che serviranno da una parte a codificare più nel dettaglio le informazioni cliniche contenute nella Sdo e dall’altra a ottenere una remunerazione più precisa delle prestazioni ospedaliere.

Studi epidemiologici più precisi

Come hanno spiegato alcuni medici coinvolti nella corretta codifica degli eventi clinici, l’integrazione con i nuovi codici Covid-19 sarà utile anche dal punto di vista epidemiologico. Perché permetterà di scattare una fotografia più dettagliata di quanto accadrà in futuro, e potenzialmente, attraverso meccanismi di revisione dei dati pregressi, analizzare quanto accaduto in passato. Consentiranno una descrizione più puntuale dei quadri clinici e della manifestazione della malattia. Infine permetteranno di raccogliere in modo più preciso le informazioni per capire cosa sta succedendo.

È un’opportunità insomma, per omologare il linguaggio a livello nazionale e studiare dal punto di vista epidemiologico anche sotto-insiemi di pazienti. In modo da specificare meglio la patologia, la casistica e l’effetto delle terapie somministrate. Il ministero della Salute – secondo quanto indicato nel Decreto – ha anche previsto la possibilità, nell’ambito di uno specifico gruppo tecnico, di ricodificare le schede di dimissione ospedaliera prodotte con i criteri di codifica antecedenti.

Il flusso dei dati

Il flusso attuale prevede che nella Sdo siano raccolte tutte le informazioni inerenti diagnosi e trattamenti fatti al paziente, eventuali comorbidità ecc. Ciascuna informazione può essere descritta con un codice, e con più codici è possibile descrivere un caso clinico. Queste informazioni dall’ospedale sono poi inviate alle Regioni, e dalle Regioni al ministero della Salute che le utilizza per condurre analisi e valutazioni epidemiologiche. Per esempio, per valutare le complicanze o le comorbidità associate ai casi Covid-19 trattati. O ancora se c’è coerenza tra le diagnosi che il medico ha inserito nella Sdo e le procedure eseguite. Permettendo in questo modo di validare la rappresentazione del caso e lo scenario a livello di analisi epidemiologica.

Ma non solo, i nuovi codici consentiranno anche una migliore definizione della valorizzazione economica. Esistono infatti algoritmi che vengono fatti girare su appositi software (come il Grouper di 3M oggi usato in Italia), che permettono di elaborare i codici Icd9-cm presenti nella Sdo attribuendoli a specifici gruppi (i Drg). In questo modo, se Regioni e ospedali eseguono gli aggiornamenti ai nuovi codici, sarà possibile ottenere Drg più precisi. I quali potranno rappresentare meglio la casistica e le risorse assorbite, rispetto al rimborso odierno per i pazienti Covid-19.

Liberare risorse per i pazienti non Covid-19

L’obiettivo non è solo ottenere rimborsi più equi, ma anche liberare risorse per le prestazioni rivolte agli altri pazienti non Covid. Che a causa della pandemia hanno subito una paralisi. A denunciare il fatto è Graziano Pernazza, responsabile dell’Associazione chirurghi ospedalieri (Acoi) del Lazio e direttore della Chirurgia Generale Robotica presso l’ospedale San Giovanni di Roma.

La gravità dei casi

Come precisa Pernazza ciò che interessa sapere non è il numero dei pazienti Covid ma il numero e la declinazione della gravità dei casi. Un dato che finora era noto a livello molto superficiale e limitato. “Abbiamo parlato di posti letto di ricovero e in terapia intensiva. Ma l’intensità anche all’interno dei posti letto di ricovero è diversa tra il paziente lungodegente ospedalizzato o de-ospedalizzato da una terapia intensiva e uno che ha utilizzato il casco Cpap. Perché pur non essendo stato in terapia intensiva ha avuto necessità assistenziale maggiori, sia in termini di risorse strumentali che risorse di personale” spiega. L’utilità di questa granularità nella stratificazione sia della patologia sia della declinazione della sua varie manifestazioni e gravità, secondo il chirurgo sarà quindi utile per modulare la risposta assistenziale verso i pazienti Covid. E di conseguenza di modulare anche una diversa distribuzione di risorse per le altre attività.

Un problema sociale

In questi mesi sono state chiuse intere terapie intensive e interi reparti sono stati riconvertiti sulla base di un fabbisogno stimato di posti letto. Stima che, fatta all’inizio della pandemia, è rimasta identica nei mesi a seguire e semmai è stata aggiornata in base a un fattore incrementale. Ma considerando che la convivenza con Covid-19 sembra protrarsi nel tempo, “è più che mai necessario avere a disposizione uno strumento che consenta di granulare la complessità dei quadri clinici. Così come di ottenere strategie gestionali più elastiche e tarate sulle situazioni piuttosto che sul numero grezzo” continua Pernazza.

Nel 2020 infatti non solo sono diminuiti gli interventi chirurgici, ma sono anche aumentati i quadri patologici gravi, soprattutto quelli oncologici avanzati. “La ridistribuzione di risorse ha portato a una riduzione dell’attività diagnostica. Con la conseguenza che i pazienti che arrivano oggi in ospedale hanno quadri patologici avanzati perché magari hanno avuto una diagnosi ritardata a causa di esami rinviati in epoca pandemica” riferisce Pernazza.