Telemedicina e digitalizzazione dei servizi sanitari. Quali sinergie per la svolta?

Con le linee guida nazionali aggiornate e approvate alla fine di dicembre 2020, la telemedicina è entrata formalmente, almeno sulla carta, nel Servizio sanitario nazionale. Tuttavia però la capacità di raccolta e condivisione dei dati sanitari, di centrale importanza in questo contesto, è ancora molto frammentata

telemedicina

La telemedicina si sta affermando come tecnologia chiave per aumentare l’efficienza e l’efficacia dell’assistenza sanitaria, e la stessa Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ne ha fatto menzione tra i servizi essenziali nella politica di rafforzamento della risposta dei sistemi sanitari al Covid-19. Le tecnologie digitali possono fare la differenza in ogni fase dell’assistenza sanitaria, dalla prevenzione all’accesso, fino alla cura e all’assistenza al paziente. Inoltre, possono intervenire a supportare lo spostamento del baricentro del sistema sanitario verso l’assistenza domiciliare e territoriale.

Primo lockdown: soluzioni rapidamente approvabili

Durante il primo lockdown in Italia sono state diverse le soluzioni utilizzate per permettere ai pazienti di continuare a fruire dei servizi sanitari. In questa fase era anche intervenuto l’Istituto superiore di Sanità indicando le esigenze assistenziali a domicilio affrontabili in telemedicina in corso di epidemia. L’Iss aveva sottolineato l’esistenza di molteplici possibilità, con grande disuguaglianza, però, in termini di condizioni di operatività pre-esistenti il Covid-19. In attesa di una strutturazione nazionale di tali prestazioni, si esortava dunque a realizzare e rendere disponibili quelle soluzioni rapidamente attivabili, e per periodi di tempo congrui alle necessità poste dall’emergenza.

Le indicazioni sulla telemedicina del 17 dicembre 2020

Le soluzioni di telemedicina, insieme alla raccolta e alla condivisione dei dati clinici dei pazienti, sono poi passate da risposta in chiave emergenziale a imprescindibile investimento struttuale per il nostro sistema sanitario. In questo senso il Covid-19 ha innescato un processo di sviluppo di nuovi meccanismi, ma le singole esperienze messe in campo da regioni e Asl non sono sufficienti a creare una risposta sistemica di lungo periodo. Questo perché non è il singolo oggetto che conta nella valutazione complessiva, ma il modo in cui le sue componenti sono combinate all’interno di una procedura. Le nuove indicazioni nazionali sulla telemedicina, approvate  il 17 dicembre 2020, intervengono a modificare parzialmente questo scenario. Per tutte le prestazioni a distanza è stato stabilito di applicare il sistema tariffario vigente per le medesime prestazioni erogate in modalità tradizionale. La telemedicina è stata così ufficialmente riconosciuta dal Ssn. Al fine di poter ricondurre le relative ai livelli essenziali di assistenza nell’ambito delle quali vengono erogate, le linee guida ne diversificano le tipologie.

Frammentazione

Si tratta di un’apertura importante pure se, a oggi, la piena evoluzione del nostro sistema sanitario verso il modello della cosiddetta connected care richiede molto lavoro. La frammentazione del patrimonio informativo sui pazienti è infatti ancora alta. Nonostante con la conversione in legge del decreto Rilancio siano state introdotte misure volte ad agevolare la diffusione e l’alimentazione del Fascicolo sanitario elettronico (Fse), almeno per il momento la percentuale di utilizzo di tale strumento è bassa e diseguale.  Già l’indicatore di monitoraggio dell’utilizzo di questo strumento da parte dei medici è una spia di queste differenze: se in otto regioni (Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Sardegna, Valle d’Aosta, Trento, Veneto e Puglia) la percentuale di utilizzo è superiore al 90%,  in altre nove (Toscana, Lazio, Molise, Piemonte, Abruzzo, Basilicata, Campania, Liguria, Bolzano) meno del 10% dei medici risulta aver utilizzato il Fascicolo sanitario elettronico  

Il fascicolo sanitario elettronico

A ciò si aggiunge che lo stesso fascicolo non si configura come un vero e proprio big data sanitario e resta uno strumento non adatto a essere utilizzato per scopi collettivi. Meglio il suo uso per l’assistenza individuale al paziente, anche se risulta ancora scomodo trattandosi più di una collezione di documenti che di un vero e proprio database.  Un esempio estremamente virtuoso a cui volgere lo sguardo è quello di Israele: non solo il cittadino può prenotare gli appuntamenti via web, e tutti i referti sono trasmessi elettronicamente, ma tutto è archiviato, dall’ambulatorio all’ospedale, insieme agli eventi amministrativi, in un vero e proprio big data sanitario. A questo può essere anche collegato un sistema di analisi in tempo reale dei  dati del sistema ospedaliero che, integrati con il fascicolo sanitario elettronico del paziente, consentono il monitoraggio della qualità dei servizi. L’esistenza di questo sistema, ad esempio, ha aiutato molto Israle nell’organizzazione della campagna vaccinale per il Covid-19.

Il dilemma delle risorse

Spesso viene sottolineato che la digitalizzazione su larga scala della sanità si scontra con un problema di risorse, in quanto ammodernare i sistemi informatici, metterli in rete e formare il personale deputato a utilizzarli richiede investimenti rilevanti. Queste risorse ora potranno essere reperite grazie al Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), che vede nel recupero del divario digitale una delle priorità italiane. A conti fatti, insieme ai fondi previsti dalla programmazione di bilancio, le risorse stanziate per la digitalizzazione della pubblica amministrazione e per l’innovazione in salute sarebbero pari a circa 25 miliardi di euro. Non è il caso di addurre alla mancanza di risorse l’impossibilità di compiere questo passo. Questo ambizioso progetto non richiede necessariamente di ricondurre tutti i modelli regionali, o delle strutture sanitarie, alla stessa identica cornice, l’importante è che i diversi sistemi si muovano all’interno di un perimetro che li renda aggregabili, intellegibili e confrontabili.

Multidisciplinarietà e multiprofessionalità

La possibilità per la telemedicina di intervenire davvero per un salto di qualità dei servizi sanitari, non può prescindere dunque da un cambiamento epocale nella capacità di fruire dei dati dei pazienti. Riuscire a categorizzarli, confrontarli ed elaborarli può risultare decisivo per la salute della persona e rappresenta un discrimine nella capacità di presa in carico corretta dei pazienti. Ancora una volta l’epidemia da Covid-19 ce ne ha fornito l’evidenza. Il nostro sistema non era pronto a raccogliere e monitorare la mole di dati generata dall’epidemia e a utilizzarla per prendere decisioni operative sia a livello di singolo paziente che collettivo. A un anno di distanza, possiamo dire di non avere ancora vinto completamente questa sfida. Dobbiamo quindi augurarci che le risorse disponibili vengano indirizzate a investimenti capaci di garantire l’interoperabilità delle banche dati, dare impulso alla sanità digitale e disporre di soluzioni digitali per piani di presa in carico multidisciplinari e multiprofessionali. Solo così saremo in grado di integrare i processi di cura rafforzando l’assistenza territoriale per la quale, come emerso in questi mesi, si registra una grande frammentarietà e molte criticità nell’erogazione dei servizi di prossimità.