I rischi pandemici delle zoonosi virali

Bisogna agire a monte sulle cause dei salti di specie: cambiamenti climatici, perdita della biodiversità e pratiche igieniche e commerciali inadeguate. Ma anche a valle, promuovendo la ricerca e lo sviluppo di tecnologie diagnostiche e vaccinali. Dal numero 7 di Animal health

i rischi pandemici

La lista delle malattie virali che potrebbero assumere una diffusione epidemica, se non pandemica, è sempre più lunga. Ed è stata compilata dall’Organizzazione mondiale della sanità nel 2018 con un avvertimento: è necessario approfondire le ricerche su questi virus per non farci trovare impreparati, come nel caso della pandemia causata dal virus Sars-Cov2 che, pure, aveva avuto un precedente risalente a 17 anni fa in Cina, nella provincia di Guandong. Si trattava in quel caso di un coronavirus (Sars-Cov1), simile all’attuale agente patogeno, la cui origine era stata individuata nello zibetto delle palme.

La vista lunga di David Quammen

Ancora prima, nel 2012, l’ormai celebre divulgatore scientifico statunitense David Quammen aveva parlato chiaro nel suo best-seller “Spillover”, tradotto in Italia da Adelphi nel 2014: prima o poi un patogeno emergente infetterà tutto il mondo, probabilmente un coronavirus del pipistrello che arriverà dalla Cina. Una presa di posizione che, lo scorso anno, ha assunto per molti osservatori i caratteri della profezia, ma supportata da solide basi scientifiche. Tuttavia i virus responsabili della Sars (Severe acute respiratory syndrome) non sono gli unici a preoccupare gli addetti ai lavori. Anzi, gli sconvolgimenti climatici e la distruzione degli habitat naturali e della biodiversità, portando gli animali selvatici più prossimi alle comunità e alle attività umane, potrebbero alla lunga comportare un drastico aumento del rischio zoonosi.

Una febbre emorragica portata dai disastri climatici

Pensiamo alla minaccia costituita dalla febbre emorragica Congo-Crimea, di cui i media occidentali parlano raramente, sebbene sia stata inserita nella lista nera dell’Oms con tassi di letalità variabili, a seconda degli outbreak riportati, dal 5 all’80 per cento. Il virus viene trasmesso all’uomo dalle zecche (Hyalomma marginatum) e i serbatoi si trovano in numerosi animali. Endemica in molte regioni di Africa, Asia, Medio-Oriente ed Europa dell’est, la malattia potrebbe espandersi grazie alla progressiva desertificazione degli ambienti, poiché il vettore predilige i climi aridi. Anche attività umane, come lo sfruttamento della terra dovuta alle coltivazioni intensive e il commercio di animali, si ritengono pratiche a rischio della diffusione del virus. Di fatto, la zecca responsabile è già stata individuata in Olanda e Germania. Si è sospettato in Russia che il virus possa trasmettersi via aerosol, ma l’ipotesi non è stata confermata. Continua a preoccupare, però, l’esposizione dei lavoratori dell’industria della carne nelle aree endemiche.

La distruzione degli habitat

Gli spillover – spiegava Quammen nei suoi libri – sono sempre più frequenti perché il nostro rapporto con gli ecosistemi è sempre più problematico, e la promiscuità con le specie selvatiche a noi filogeneticamente più vicine sta assumendo proporzioni su vasta scala.

Tipico il caso del virus Ebola: l’outbreak più devastante in termini di perdite di vite umane (quello del 2014, esploso in Guinea, Africa occidentale) è stato attribuito al virus presente negli escrementi di una specie di pipistrelli che hanno contaminato gli alimenti dei villaggi locali. Quei pipistrelli si erano trasferiti nei pressi degli insediamenti umani a causa della crescente deforestazione. Non dissimile il caso della malattia da Nipah virus, con tassi di letalità prossimi al 75% e a rapidissima evoluzione clinica dopo i primi sintomi: i casi, registrati in Oriente, dall’India alla Malesia, si verificano nei pressi delle coltivazioni intensive delle palme da dattero, che i pipistrelli amano frequentare, oppure vengono fatti risalire all’acqua contaminata dei pozzi, abitati dai chirotteri. Anche in questo caso la distruzione degli habitat naturali costringe gli animali a un più stretto contatto con l’uomo.

La febbre della Rift Valley

I cambiamenti climatici sono stati messi in relazione con gli outbreak di febbre della Rift Valley, soprattutto in Africa orientale, Arabia e Yemen: infezione che, nei casi più gravi, determina febbre emorragica causata da un altro virus sotto i riflettori dell’Oms. Gli outbreak sono infatti correlati a periodi di intense precipitazioni, al punto che attualmente il controllo meteorologico satellitare viene considerato uno strumento prezioso per tenere sotto controllo le aree a rischio e attuare precocemente le misure di contenimento. Diverse specie di zanzare, che approfittano del clima umido per moltiplicarsi, sono in grado di trasmettere il patogeno all’uomo dopo aver punto cammelli, bovini, pecore e capre. La vaccinazione degli animali, insieme all’adozione di sistemi protettivi per evitare di essere punti dalle zanzare, alle norme igieniche nell’allevamento e macellazione degli animali, così come la cottura dei cibi di derivazione animale costituiscono le principali raccomandazioni rilasciate dagli addetti ai lavori. L’impiego di larvicidi per contrastare la riproduzione dei vettori non appare una pratica realizzabile in considerazione della vastità delle aree interessate.

Le malattie trasmesse dal vettore Aedes

Le zanzare sono anche responsabili della trasmissione del virus Zika, un altro potenziale agente pandemico. Lo spillover sarebbe avvenuto dalle scimmie all’uomo. La malattia, che si manifesta il più delle volte in forma lieve, è stata associata a pesanti complicazioni neonatali e a sequele neurologiche negli adulti e nei bambini. Le zanzare che trasmettono il virus appartengono al genus Aedes, molto diffuso nel mondo e infatti casi di malattia da Zika virus sono stati segnalati dalla Micronesia all’America meridionale e centrale. Più recentemente anche negli Stati Uniti. Sorveglianza, protezione personale dalle punture degli insetti, un affinamento delle tecniche diagnostiche e strategie di controllo delle popolazioni di zanzare Aedes rappresentano al momento le strategie preventive suggerite. Anche perché il genus, e in particolare Aedes aegypti, è il vettore di agenti virali come quelli della dengue, della febbre gialla e della febbre chikungunya, quest’ultima riscontrata in Italia in forma epidemica, nella zona di Ravenna, nel 2007 (il virus umano è imparentato con gli agenti eziologici di alcune encefaliti equine). Possibilità ormai più che concrete e che ormai ci riguardano da vicino: “i cambiamenti climatici e ambientali potrebbero aumentare il rischio di malattie trasmesse da vettori in Europa”, conclude l’European center for disease control (Ecdc) prendendo posizione sull’espansione di patologie diffuse da zanzare, mosche della sabbia, zecche e roditori.

Non solo wet market

Nei mesi scorsi si è molto parlato del ruolo dei wet market nello scatenamento di epidemie virali. La macellazione “sul posto” di animali selvatici, in assenza di adeguate condizioni igieniche, è uno dei fattori imputati, come sostanzialmente riconosciuto nel caso di Sars-Cov2. Ma non l’unico. A parte i cambiamenti climatici e i continui attentati alla biodiversità, altre pratiche possono aprire la strada a virus potenzialmente pandemici. Ad esempio, il commercio trans-continentale di animali.  Negli Stati Uniti, ad esempio, è stato lanciato l’allarme per le attività del National wildlife property repository, situato a Denver, che ospita parti di animali e una grande quantità di animali esotici vivi, provenienti da varie parti del mondo. Nel 2003, inoltre, un outbreak di monkeypox, conosciuto come “vaiolo delle scimmie”, in sei stati della federazione è stato collegato al commercio illegale di roditori provenienti dal Ghana.

Carenze igieniche e povertà

Le scarse condizioni igieniche e la mancanza di adeguate strategie di disinfezione o disinfestazione sono tra i fattori che contribuiscono a moltiplicare il rischio dei focolai zoonotici. Norme che non dovrebbero riguardare solo gli allevamenti di animali, i mercati delle carni e i mattatoi. Le autorità sanitarie, per esempio, raccomandano di adottare pratiche preventive basate sull’igiene per contenere i casi di febbre Lassa, responsabile di circa cinquemila decessi all’anno in Africa occidentale. In questo caso, il virus viene trasmesso dal topo africano (Mastomys natalensis) che infesta i granai e si moltiplica nei depositi di immondizia situati troppo vicini alle case.

Anche, la strage causata dal virus Ebola è stata favorita dall’assenza di misure profilattiche, sia nell’assistenza ai malati, sia nel trasporto e sepoltura dei cadaveri (che possono ancora trasmettere il virus). Un fatto che purtroppo non sorprende dato che, nelle aree colpite, sono di difficile reperibilità anche semplici materiali come il sapone. I Paesi più ricchi e sviluppati sono dunque al riparo? Non è detto. Il timore è che la crescente circolazione di Ebolavirus (o di altri virus che hanno già compiuto il salto di specie all’uomo) possa un giorno selezionare ceppi trasmissibili per via aerea: al momento, sono stati documentati casi di trasmissione senza contatto stretto tra suini e primati. Non tra gli esseri umani, anche se si sospetta che la carica virale presente nelle goccioline emesse respirando siano sufficienti a infettare una persona.

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