Dalla “gadgetologia” alla cardiologia clinica: cosa possono fare i wearable nella prevenzione cardiovascolare

Gli esperti del gruppo di lavoro dell’Esc per descrivere lo stato dell’arte delle wearable technologies hanno utilizzato proprio questo termine mettendo in risalto l'importanza che le nuove tecnologie potranno avere per i pazienti affetti da patologie cardiovascolari

digital health

Hanno usato proprio questo termine, gadgetologia, gli esperti del gruppo di lavoro dell’Esc per descrivere lo stato dell’arte delle wearable technologies per il monitoraggio della frequenza cardiaca e l’interpretazione del suo andamento durante l’attività quotidiana. Eppure, le potenzialità di queste tecnologie nella prevenzione primaria e secondaria in pazienti a rischio cardiovascolare sono davvero tante. Il punto è quindi quello di tracciare la strada che porta a un utilizzo vero nella pratica cardiologica. In realtà ancora oggi la maggior parte delle tecnologie wearables viene utilizzata per monitorare l’attività fisica e quindi la fitness dei soggetti, che sono quindi spesso giovani, asintomatici e in piena salute. Un primo punto di partenza è quindi quello di diffondere l’utilizzo di queste tecnologie nei soggetti più anziani e quindi di persone ad alto rischio. Utilizzo che porterà, nelle parole degli autori a benefici attraverso “increased health awareness, democratization of health data and patient engagement”.

I punti principali del position paper

Il gruppo di lavoro che, annovera tra i suoi membri tre ricercatori e/o clinici italiani, Enrico G. Caiani del Politecnico di Milano, Gianfranco Parati dell’Istituto auxologico e Marco Di Rienzo della fondazione Don Gnocchi indica sia i diversi elementi di discussione che i gap da colmare. Il documento si struttura in sette sezioni (più un ottava dedicata inevitabilmente al Covid-19):

  • Gli aspetti tecnici: dall’Ecg a derivazione singola all’uso del fotopletismografo e dell’accelerometro
  • Il monitoraggio della frequenza cardiaca e della sua variabilità durante la giornata come indice dell’attività fisica e dell’equilibrio del sistema nervoso simpatico/parasimpatico
  • Chi può beneficiare dell’uso dei wearables: qui l’utilizzo nell’individuare aritmie asintomatiche come la fibrillazione atriale la fa da padrone
  • Il potenziale dei wearables nel patient empowerment e l’importanza di una visualizzazione semplice e incisiva dei dati clinici
  • Gli eventi clinici che possono essere il focus dell’utilizzo di wearables: aritmie, infarto etc
  • Gli effetti collaterali dell’uso dei wearables: ci sarà bisogno di una wearable-vigilance?
  • Data security e privacy: qui ovviamente si spazia dal Gdpr, alla cybersecurity

I gap da colmare

Per chi si occupa di Digital health, forse l’elemento più interessante è quello dedicato ai Gap da colmare per ogni area. Riassumiamo qui quelli che ci sembrano più importanti:

  • La necessità di standardizzare i dati e definire dei valori di normalità, di variabilità e di soglia in diverse popolazioni
  • Le problematiche relate all’uso delle tecnologie nelle varie condizioni (posizione del corpo, velocità di marcia etc etc)
  • La definizione di end point realistici ma clinicamente importanti (per esempio quali possono essere degli enpoints realistici in pazienti asintomatici e a rischio basso?)
  • Il tema etico – normativo: come giudicare una decisione clinica basata su un dato ottenuto da un non-medical device?
  • La data privacy e security: come sempre, la legislazione non tiene il passo della tecnologia e esiste la necessià concreta di creare una legislazione innovativa a beneficio dei pazienti, dei clinici e delle aziende che sviluppano queste tecnologie
  • La “compliance”: è possibile mantenere un engagement del paziente al di la dei classici limiti temporali degli studi (3-6 mesi) ?
  • La necessità di monitorare effetti inattesi dell’uso dei wearable
  • Le valutazioni di eventuali impatti e/o vantaggi economici dall’uso dei wearables su larga scala

È anche interessante notare come ormai i position paper delle società scientifiche, anche se ancora  un po’ timidamente per non entrare nel core del dibattito “sono un medical devices o no?” utilizzino termini come Google Kit, Apple Health Kit, Apple Watch. Questo a dimostrazione che accademia e big tech ormai hanno cominciato a parlare lo stesso linguaggio. Sembra quindi che la strada tra gadgetologia e cardiologia clinica sia ancora lunga, ma la sensazione è che i wearable, almeno nella prevenzione cardiovascolare, potranno creare davvero un nuovo paradigma di diagnosi e cura.