Dompé: facilitare l’accesso all’innovazione per far decollare l’economia post Covid-19

Il presidente dell’omonimo gruppo farmaceutico italiano presiede la task force Health & Life Sciences del B20 chiamata a elaborare un policy paper da condividere entro l’estate con i governi dei venti paesi più ricchi del mondo. Dal numero 185 del magazine

Covid-19 industria

La pandemia che morde, l’economia mondiale in sofferenza, un’agenda fitta e l’impegno a elaborare e poi trasferire ai governi delle venti economie più forti del mondo, entro la prossima estate, un policy paper agile e concreto. Questo dovrà contenere proposte e piani di azione per ridisegnare i sistemi sanitari, insieme a tutti i comparti della white economy per il mondo post-Covid. La missione è fare tesoro delle accelerazioni e delle innovazioni introdotte in fase di emergenza per creare una “New Health Economy” più intelligente, resiliente e sostenibile. Di ciò si occupa la task force Health & Life sciences presieduta da Sergio Dompé, Ceo di Dompé farmaceutici, affiancato in veste di Co-Chairs da Werner Baumann (Ceo Bayer), Leon Wang (VP executive Asia e Pacifico AstraZeneca), Geoff Martha (presidente e Ceo Medtronic) e Sir Mark Caufield (direttore scientifico della società Genomics England costituita dal governo britannico). La task force è composta da 97 membri espressione dei 20 Paesi (la presenza italiana è la più numerosa, grazie alla presidenza assunta nel 2021). Il 21 gennaio scorso c’è stato il primo incontro. Il prossimo sarà il 23 febbraio.

Presidente Dompé, qual è stato il sentimento prevalente tra i suoi colleghi?

C’è la percezione nel mondo industriale e scientifico che questa pandemia debba rappresentare la milestone organizzativa di cambiamento nella società. Un cambiamento che deve vedere fortemente aumentare le nostre capacità di intercettare e prevedere fenomeni come questi: le pandemie non sono scomparse. La tecnologia può aiutare moltissimo a prevenirle, intercettarle e curarle. Ma la tecnologia da sola non è sufficiente a evitare che i fenomeni possano ripetersi.

Cambiare la società. Da dove si parte?

Oggi l’accesso all’innovazione è l’elemento centrale. Una volta il problema era l’accesso alle materie prime, poi alla forza lavoro. Se abbiamo l’accesso alle tecnologie possiamo difenderci e gestire. Differentemente no. Un’altra lezione importantissima derivata dalla pandemia è che l’organizzazione non è importante solo per tutelare il diritto alla salute ma è essenziale per tutta l’economia. Sottoposti a una pressione da “conflitto” – perché di questo si tratta – siamo stati capaci di realizzare in meno di un anno quello che normalmente si fa in sei o sette. Questa esperienza non deve essere dispersa, ma deve ispirare il new normal. Pensando alle altre grandi minacce e ai grandi problemi che affliggono l’umanità, parlo di patologie e big killers, c’è la necessità di rivedere tutto il percorso, dalle sperimentazioni alle autorizzazioni, e andare molto più veloci.

Quali i punti nevralgici del percorso?

Ovviamente ci sono da rivedere i vincoli regolatori, ripensare i modelli di sviluppo, la digital health, i clinical trials e la cooperazione tra Paesi e tra imprese, in qualche caso competitors. E la parte di nuova organizzazione digital è importante quanto quella della terapia perché abbiano bisogno di modelli completamente nuovi.

Un esempio?

Penso alle terapie intensive. Ammesso e non concesso che in futuro avremo bisogno del doppio delle attuali strutture, non possiamo permetterci di destinarvi personale che resta inattivo in attesa che succeda qualcosa. Abbiano bisogno di una organizzazione del lavoro completamente diversa: task force, “riservisti” e una capacità di mobilitazione – da studiare prima – di persone che abbiano fatto un training adeguato. Lo stesso vale per tutto il mondo della diagnostica, della robotica applicata alla riabilitazione o alla chirurgia, per tutte le innovazioni che si portano dietro. C’è un mondo incredibile che esisteva già prima ma solo oggi abbiamo scoperto come l’accesso a quel mondo possa cambiare completamente il livello di sicurezza e la velocità di reazione delle nostre economie. Siamo tutti consci del fatto che non abbiamo bisogno di fare i G20 e i B20 se poi da questi consessi non escono azioni concrete da mettere in atto. Nel mondo della salute questo tipo di atteggiamento non ce lo possiamo permettere. Vorrebbe dire perdere vite umane con responsabilità oggettive ben identificabili.

Dipendesse da lei quali azioni concrete suggerirebbe?

Dipende da me! Il giorno che si accetta un incarico si deve essere certi – perlomeno con le autorità e con la pubblica opinione – di riuscire a formulare proposte molto stringenti e a documentarle in maniera sufficientemente oggettiva da convincere i riottosi.

Quindi?

Ripeto: il punto più importante è favorire l’accesso all’innovazione. Il secondo è la riorganizzazione anche delle regole sindacali: le esigenze sono cambiate e in questo momento stiamo navigando in un mare forza otto. Abbiamo bisogno di cambiare anche la capacità di detection sui clinical tial. Si può fare, lo dimostrano i 4000 mila lavori scientifici realizzati in meno di un anno su una sola tematica. Quando mai si è visto? Questa potenza di fuoco dovrà essere replicata anche in futuro. Anche perché l’anno prossimo di questi tempi sono personalmente convinto che Covid-19 sarà comunque sotto controllo. Ci saranno vaccini, farmaci e approcci che aiuteranno a gestire meglio anche i contagi.

La business community internazionale condivide questo ottimismo?

Un momento. Vanno bene gli aiuti europei, le autorità regolatorie che snelliscono i tempi di valutazione etc. Di qui a essere ottimisti ne passa. Io faccio l’imprenditore e chi intraprende ha piuttosto il dovere del realismo che si basa sulle azioni che si è nelle condizioni di compiere. Oggi serve una spinta vera al cambiamento. Non possiamo fare finta che non sia successo nulla. L’economia è stata devastata e resteremo devastati per parecchio. In Italia avevamo un debito pubblico dichiarato “insostenibile” quando era al 100%, “fuori controllo” quando era al 135% e adesso stiamo raggiungendo il 160%… Stiamo mettendo sulle spalle dei nostri ragazzi qualcosa che non abbiano saputo gestire.

In Italia il comparto farmaceutico nel 2020 perde meno di altri (-5,5% secondo il Centro Studi Confindustria). Come valuta questo segnale?

Per farlo correttamente bisogna andare nel dettaglio del dato per ritornare poi al quadro generale. Il mondo farmaceutico, ovviamente, essendo coinvolto in prima fila durante la pandemia, ha lavorato a pieno ritmo. Ma in maniera, modalità e su capitoli differenti. Il prezzo che pagheremo, quello più salato lo vedremo nel tempo e sta evolvendo in termini molto diversi da prima. Penso al problema delle sottodiagnosi e a ciò che si porta dietro: chiunque oggi abbia un problema di salute lo sta posticipando a meno di urgenze. Le persone che vanno in farmacia comprano lo stretto necessario. Potrei continuare.

Prossimo appuntamento del B20 e della vostra task force?

Faremo un meeting il 23 febbraio. Ma quello del B20 è un lavoro costante e l’impegno è continuo. Ci confronteremo con le rappresentanze industriali degli altri Paesi e infine con le autorità, cui abbiamo già trasmesso i temi di cui ci stiamo occupando per poi condividerli.

Considerato l’impegno da svolgere e lo stato di salute non eccelso della politica italiana in questo momento, qual è il giudizio che ne danno i suoi colleghi stranieri?

In totale onestà e il dovuto realismo dobbiamo riconoscere che l’Italia difficilmente è stata vista come l’interlocutore numero uno su molti argomenti. Ma il nostro Ssn al di là di tutti i problemi è invece considerato un buon sistema e questo ci dà maggiore credibilità. Il Ssn però va riformulato. Sappiamo che le due cose che hanno funzionato peggio nel sistema sono di carattere organizzativo: l’interconnessione con il territorio e una gestione della rete ospedaliera troppo centrata sulla identificazione dei bisogni pregressi. Dobbiamo lavorare molto. Io posso parlare solo bene del ministro Speranza, del sottosegretario Zampa e del direttore generale Ruocco, per essere stati responsivi, attivi e coinvolgenti rispetto ai lavori del G20.

D’accordo ma ora l’Italia ha la presidenza del G20 e si trova nel bel mezzo di una crisi politica complessa…

È chiaro che se avessimo un Governo in salute e un presidente del Consiglio ben saldo sulla sella, in una situazione di serenità totale, che dessero al confronto con noi l’importanza che merita, avremo più possibilità di ottenere risultati che non nella situazione in cui siamo. Ma siccome nella vita di ognuno di noi le occasioni non capitano necessariamente nel momento propizio, sono dell’idea che non valga la pena discuterne. Dobbiamo dare il 100% e senza spocchia tenere giù la testa e l’occhio rivolto a quello che sta arrivando, all’innovazione e al mondo come gira. Più lo guardiamo più si capisce che la postura non va bene per affrontare il futuro. E questo è il nostro tema.