Mirandola: storia, vocazione e identità di un’eccellenza italiana

Il polo nasce negli anni ’60 per un’intuizione dell’imprenditore locale Mario Veronesi che nel tempo ha saputo attrarre capitali nell’area trasformandola da realtà prevalentemente rurale a centro industriale di primissimo piano. Dal numero 186 del magazine

Una premessa va fatta. Il Distretto biomedicale di Mirandola, da tutti così conosciuto, in realtà non è un’entità giuridica, ma puramente territoriale. “Abbiamo registrato il portale e il marchio qualche anno fa insieme al compianto fondatore Mario Veronesi, scomparso nel 2017. In realtà per il polo industriale, secondo Veronesi stesso, la definizione di distretto era inadatta alla realtà industriale perché di fatto mai strutturata in tal senso. Peraltro, le aziende del territorio o comunque del settore biomedicale, sono diverse per dimensioni e struttura. Sono complementari in molti casi”, dice ad AboutPharma and Medical Devices Alberto Nicolini, editore di Distrettobiomedicale.it e organizzatore di Innovabiomed, il network place per l’innovazione biomedica in Italia. “Mi spiego. Ci sono le multinazionali che rappresentano circa il 70% degli addetti e sono concorrenti tra di loro, ma si tengono alla larga da elementi di natura associativa territoriale. Poi c’è la fascia dei piccoli e medi produttori indipendenti che ovviamente hanno caratteristiche diverse. In alcuni casi sono aziende padronali, in altre sono partecipate da fondi o da azionisti di riferimento che fanno altro (come Eurosets, partecipata da un’azienda che realizza cliniche). Ci sono poi le piccole o micro aziende nate in relazione allo sviluppo di un prodotto o di un servizio, che lavorano per le multinazionali ma che sono per struttura o per dimensioni molto caratterizzate sulla persona più che sull’organizzazione. Infine abbiamo tutte le aziende che in ospedale non ci vanno con un loro prodotto, ma che lavorano per conto di aziende che producono dispositivi, come quelle che fanno le componenti, cioè tutte le forniture Oem (Original equipment manufacturing) oppure Odm (Original design manufacturing) ovvero fanno prodotti specializzati standard o customizzati, fatti su disegno del committente. Hanno una specializzazione di filiera, fanno parte della catena di fornitura. Il biomedicale è molto vasto, nel senso che andiamo dal dispositivo monouso all’apparecchiatura (es. rene artificiale). Si tratta di dispositivi tutti in plastica, sterili e monouso, che vengono utilizzati in molti campi. A Mirandola c’è una forte caratterizzazione di dispositivi monouso in ambiti come dialisi, cardiochirurgia, circolazione extracorporea etc.” continua Nicolini.

La svolta dopo gli anni ‘80

Fino agli anni ’80 erano predominanti le società agroalimentari, tessili e metallurgiche a loro volta affiancate anche da realtà metalmeccaniche ed elettroniche. Per quanto concerne la specificità delle società biomedicali mirandolesi che nel corso degli anni sono sempre più cresciute di numero è bene sottolineare che il 44% di queste (sono 85 nel complesso) si occupa prevalentemente di biomedicale. Il 14% è specializzato in biomedicale strumentale così come il 9% predilige la produzione di dispositivi a base di sostanze. Seppur con numeri ridotti, le società della zona si occupano anche di attrezzature tecniche, ausili, dispositivi medici per l’odontoiatria, la diagnostica in vitro e gli elettromedicali impegnando, nel complesso 4.124 persone. Intorno a quest’area gravitano anche istituti di formazione tecnica in cui le società possono fare scouting (uno a Finale Emilia a 20 km da Mirandola e l’altro poco più lontano a Ostiglia) e soprattutto ci sono le università di Modena e Reggio Emilia, Bologna e Verona. Tutti i comuni che a vario titolo sono interessati dal distretto biomedicale sono associati all’interno dell’Unione comuni modenesi area nord (Ucman), ecosistema nel quale hanno saputo fiorire anche realtà bancarie e assicurative sia nazionali che locali.

Il nodo infrastrutture

“Il polo comprende anche una parte della provincia di Modena che confina con la Lombardia”, spiega sempre Nicolini. “Mirandola è l’epicentro, ma ci sono dentro anche i comuni confinanti, alcuni anche nel mantovano. Se per ipotesi potessimo utilizzare un compasso partendo dal centro mirandolese, il raggio di azione si estenderebbe per una ventina di chilometri. C’è però un rovescio della medaglia: Mirandola è il primo distretto biomedicale europeo ed è a 20 minuti da un casello autostradale, in mezzo a strade di campagna. Non abbiamo una fermata dell’alta velocità, non abbiamo un interporto che ci consenta di far viaggiare su rotaia. Dobbiamo viaggiare su gomma per strade normali. Si tratta di carenza strutturali e tradizionali che potrebbero essere superate con degli investimenti ad hoc. Su questo punto bisogno riflettere”.

L’origine

Il tutto nasce nel 1962 per volontà di Mario Veronesi, l’imprenditore locale che investirà pesantemente sul territorio a cominciare dalla sua prima società, Miraset (“Mira” sta per Mirandola, mentre “Set” indica la linea dei tubicini in Pvc qui prodotti). L’obiettivo di Veronesi è chiaro e rientra all’interno di un nuovo modo di concepire l’economia in quell’area. Da una zona prevalentemente rurale si punta a istituire un agglomerato industriale che sappia attrarre persone e investimenti. E succede proprio questo. Il 16 Novembre 1964 viene creato il primo stabilimento industriale di Veronesi, la Sterilplast a Medolla e nel 1965 viene prodotto il primo rene artificiale da Dasco, la seconda società voluta e fondata da Veronesi stesso. Il commercio di questo prodotto dà alla società un successo immediato e planetario tanto che nel 1970 viene acquisita da Sandoz, prima multinazionale a mettere piede a Mirandola.

La crescita

L’arrivo della società svizzera è il suggello dell’opera di Veronesi stesso. Gli investimenti stanno arrivando e sempre più aziende, anche piccole, stanno iniziando a sorgere nel territorio. Nel giro di due anni poi, nasce Bellco (acronimo di Bella Compagnia) specializzata nel settore dell’emodialisi. Nel giro di poco tempo stringe accordi con Sandoz stessa la quale le affida funzioni di ricerca e sviluppo per conto di Dasco e un’attività commerciale limitata all’est europeo. La crescita più significativa dell’apparato industriale mirandolese avviene, però, negli anni ’70. Tra il ’73 e il ’77 nascono decine di contoterziste tra cui Euroset, Sa.Ge, R.B e B.b.g. Nel 1976 arriva anche l’Anic, una controllata del gruppo Eni, che acquisisce Bellco. Contemporaneamente a questa operazione l’imprenditore Gianni Bellini fonda la sua Miramed. Nel 1978, contestualmente all’inaugurazione del centro dialisi a Mirandola offerto da Bellco, i soci dell’azienda trasformano la società Cps, che era specializzata in ossigenatori monouso, in una produttrice di dispositivi per la cardiochirurgia rinominandola Dideco. I numeri continuano a crescere. Vengono fondate Haemotronic (controllata dal Gruppo Sifra della famiglia Ravizza), B2 System, Medicap ed Emotec e nel 1985 anche il gruppo statunitense Baxter arriva a investire su Mirandola. Lo fa attraverso l’acquisizione di Miramed. Intanto Lucio Gibertoni, Luigi Ganzerli e Bruno Deserti fondano Darex (che poi cambierà nome in Dar nel 1989) per le attrezzature per la produzione di linee per l’emodialisi e sviluppo prodotti monouso per l’anestesia e la rianimazione. Nello stesso anno nascono anche Carex e Medica Srl. L’anno dopo è il turno del gigante Pfizer a mettere piede a Mirandola, acquisendo Dideco. Nel 1990 nasce Consobiomed, consorzio di piccole aziende del distretto. A fondarlo sono Luciano Fecondini, Maria Nora Gorni, Paolo Poggioli, Mauro Minozzi ed Enrico Petrella.

La crescita industriale non si arresta nemmeno negli anni ’90. Anzi. Subito dopo la fondazione di Starmed da parte di Libero Luppi, è il momento per altri tre titani di fare il proprio ingresso nel mirandolese. Nel 1993 Dar viene acquisita dal gruppo statunitense Mallinckrodt (che a sua volta sarà comprata dallo statunitense Tyco nel 2000), Biofil (costituita solo tre anni prima) entra nel gruppo tedesco Fresenius e Carex viene rilevata da B.Braun. Gli anni a venire sono contraddistinti da altre operazioni più o meno corpose che si alternano alla nascita di nuove realtà industriali. Bisognerà aspettare il 2007 per tornare a parlare delle giravolte M&A dalle parti di Mirandola. Nel 2007 si completa la separazione del gruppo Tyco in tre società distinte Tyco Healthcare, Tyco Electronics e Tyco Fire&Security. Proprio la divisione Healthcare nella quale erano finite le funzioni di Mallinckrodt cambierà nome e diventerà Covidien. Il 2008 inizia con il cambio del nome societario di B.Braun Carex in B.Braun Avitum e poco dopo entra nell’area mirandolese anche la multinazionale inglese Intersurgical (specializzata in dispositivi e apparecchiature per la respirazione, rianimazione e anestesia) che acquisirà Starmed.

Il terremoto e la ripresa

Il sisma del maggio 2012 colpisce Mirandola proprio nell’anno del suo cinquantesimo anniversario. Molte aziende sono costrette a chiudere e altre si industriano per trovare nuovi stabilimenti, anche temporanei, per ripartire. Nel giro di un anno, tuttavia, la macchina riprende a funzionare seppur non in maniera omogenea su tutto il territorio. Le grandi società assorbono meglio il colpo anche grazie ad assicurazioni che garantiscono una ripresa più rapida, mentre le piccole realtà faticano anche a causa della lentezza con cui vengono erogati i fondi statali post-emergenza. Nonostante ciò, vengono fondate nuove aziende tra cui Aferetica, nata all’interno dell’incubatore del Parco scientifico e tecnologico di Mirandola (intitolato a Veronesi dopo la sua morte nel 2017). Nello stesso anno, il 2014, arriva la maxi-acquisizione di Covidien da parte di Medtronic per 43 miliardi di dollari preludio a un’altra importante operazione, quella che coinvolge Bellco, nel 2016. La storia più recente, infine, parla della nascita di Maverx Biomedical Futures, una fondazione privata, no profit, voluta per volontà della famiglia Veronesi e della creazione, da parte di Baxter, di un centro per la produzione di dispositivi medici per le terapie renali a Medolla.

L’interesse delle grandi multinazionali

La storia di Mirandola è costellata di acquisizioni e fusioni non solo tra piccole entità, ma anche compiute da grandi aziende multinazionali. Il caso Medtronic con Covidien ne è un esempio lampante data la portata dell’investimento miliardario. Sempre sotto il cappello di Medtronic opera Bellco, azienda su cui la multinazionale americana ha investito moltissimo. “Tra il 2018 e il 2020 sono stati investiti 38 milioni di dollari tra attrezzature per la produzione e personale necessario. In questo pacchetto di investimenti, tra l’altro, rientra anche l’acquisto da parte di Medtronic dello stabilimento in cui si trova Bellco, che prima era solo in affitto”, spiega Luca Bernardi, direttore dello stabilimento Medtronic-Bellco. “Adesso c’è la previsione di investire altri nove milioni di dollari tra il 2021 e il 2022”.

Un’altra società che si è trovata nel mirino di una grande azienda è Starmed, nata agli inizi degli anni ’90 e che poi è stata inglobata dall’inglese Intersurgical nel 2008. “Starmed nasce come rivenditore di dispositivi biomedicali. È con l’arrivo di Mario Veronesi che inizia la fase di R&D di dispositivi di ventilazione non invasiva, frutto della visione del professore, di produrre strumenti che rispondessero alle esigenze degli operatori sanitari e degli ospedali”, racconta Francesca Zerbini, responsabile Marketing di Intersurgical (ex Starmed). “Identificando nel 2000 il casco (Cpap o Niv) come il prodotto più innovativo su cui bisognava puntare, perché un unicum nel panorama biomedico. Far parte di un distretto come quello mirandolese, con tutte le competenze e contaminazione tra le varie aziende, ha sicuramente supportato il nostro sviluppo da semplice rivenditore a produttore di dispositivi per la respirazione non invasiva e che ci ha permesso di diventare un punto di riferimento nella lotta contro la diffusione del Covid19”. Il vero balzo in avanti, come racconta Zerbini, è avvenuto quando la società si è aperta al mercato internazionale, peculiarità, questa, che Starmed ha condiviso con tutte le altre compagini volute da Veronesi stesso. “Ha aperto a soci internazionali e nel nostro caso è stata la multinazionale inglese Intersurgical a interessarsi a noi. Il grande vantaggio – continua Zerbini – è che abbiamo alle spalle una famiglia proprietaria specializzata da anni in medicina respiratoria e l’acquisizione andava a completare il portfolio di Intersurgical stessa grazie ai nostri prodotti. Uno dei grandi meriti della società inglese è stato riconoscere l’expertise del distretto mirandolese, che grazie all’eredità di Veronesi rappresenta un terreno fertile per continuare ad innovare. Per quanto ci riguarda la struttura già esisteva e l’unica cosa che è cambiata, di fatto, è stato il nome. Lo stesso management, al di là del ritiro di Veronesi, è rimasto lo stesso. La fiducia è stata da subito piena, concedendoci carta bianca nell’investire nella nostra struttura”. Elemento da sottolineare, infine, è che nonostante il cambio di nome della società a seguito dell’acquisizione, il brand dei prodotti è rimasto identico. “Il passaggio di proprietà è stato graduale, ma il brand è stato mantenuto perché in Italia era molto forte e conosciuto. Il casco, per esempio, era identificativo e simbolico, se avessimo cambiato si sarebbe verificato una sorta di shock da parte dei clienti. Prima di Covid avevamo una cinquantina di dipendenti, ma a seguito dell’emergenza sanitaria siamo arrivati quasi 120. La produzione è quintuplicata. Con l’acquisizione dei nuovi proprietari inglesi, inoltre, c’è stato un forte adeguamento della struttura e sono state implementate una serie di attività legate alla qualità, alla ricerca e sviluppo all’ufficio marketing”.

Perché Mirandola

Ma perché i grandi gruppi hanno scelto il mirandolese? È Bernardi a dare una spiegazione. “Qui c’è know-how, c’è esperienza e professionalità. Se uniamo i valori della terra emiliana contraddistinti da attaccamento e passione per il lavoro, alle conoscenze specifiche nel campo biomedicale, su tutte dialisi, cardiovascolare o respiratorio, capiamo che quest’area è attrattiva. Ad esempio – continua Bernardi – non abbiamo avuto troppe difficoltà nel trovare le professionalità che ci servivano durante il primo periodo della pandemia in quanto il Tecnopolo, le infrastrutture, le università, ma anche le realtà del mondo dell’automobile, dell’agroalimentare e le farmaceutiche, hanno contribuito a creare un bacino di persone con le competenze e la preparazione per sostenere la crescita di tutto il distretto”.

Manca un osservatorio sui numeri

Il valore di Mirandola non ha una metrica nota. Mancano numeri precisi e aggiornati su produzione, export, numero dipendenti, fatturati etc. Servirebbe un osservatorio dedicato, come dichiara Nicolini. “Lo sto chiedendo da anni alle università ma la risposta è sempre la stessa: mancanza di fondi. Eppure di atenei, qui intorno ne abbiamo ben quattro (Modena-Reggio, Bologna, Ferrara e Verona). Qualche anno fa l’Università di Modena pubblicò uno studio post sisma ma si tratta di dati che risalgono al 2013-2014, assolutamente insignificanti adesso”.

Il Tecnopolo “Mario Veronesi”

Il 10 gennaio 2015 viene inaugurato il Tecnopolo “Mario Veronesi” di Mirandola “Science & Technology park for medicine”. È un laboratorio di ricerca fondato dalla Regione Emilia Romagna, insieme a Democenter e al Comune di Mirandola subito dopo il terremoto, e sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Mirandola. L’obiettivo del Tecnopolo è quello di fornire una serie di servizi alle aziende del distretto mirandolese. Tra le attività principali ci sono: servizi di ricerca per l’innovazione e lo sviluppo industriale; progettazione e co-design di dispositivi medico-chirurgici; supporto per la registrazione del prodotto; supporto a gare d’appalto pubbliche che fondano progetti di ricerca per grandi aziende nel settore biomedicale, cosmetologico e alimentare; trasferimento tecnologico; incubazione e sviluppo di idee e startup. Dal 2014, al Tecnopolo è stato affiancato un Istituto tecnico scientifico post diploma. “Il Tecnopolo ha due mission”, spiega Giuliana Gavioli, Ad e membro del Comitato direttivo del Tecnopolo, nonché presidente della filiera Salute di Confindustria Emilia. “Realizza progetti di ricerca innovativi per valorizzare il territorio, e fa anche ricerca finanziata in proprio su temi rilevanti dal punto di vista scientifico. Si tratta di analisi, test e valutazioni tossicologiche dei materiali utilizzati, fino allo studio di test sostitutivi per la biocompatibilità dei prodotti e dei materiali. Parliamo di test in vitro, che abbiamo realizzato, e anche di mascherine, servendo oltre 700 aziende in tutta Italia per l’utilizzo in deroga dei dispositivi di protezione. Complessivamente, il Tecnopolo ha portato sul territorio 14 milioni di euro, che hanno generato un impegno da parte delle aziende pari a 28 milioni di euro in termini di ricerca e sviluppo”. Guardando all’innovazione “Stiamo lavorando alla possibilità di sviluppare localmente fibre capillari per la creazione di membrane capillari destinate alla produzione degli ossigenatori”, ha spiegato Giuliana Gavioli.“È un’esigenza che va avanti da anni, e ci sono diverse aziende già interessate a questo tipo di membrana, che potrebbe essere applicata nel campo dell’ossigenazione, della cardiochirurgia e in generale nelle terapie extracorporee. A questo proposito abbiamo già presentato un progetto alla Regione per lo sviluppo del prototipo e quattro aziende del Tecnopolo hanno dato la loro disponibilità. Si tratterebbe di un’iniziativa profondamente innovativa, perché la materia prima per realizzare i filtri di dialisi e degli ossigenatori non l’abbiamo mai avuta in Italia. In questo ambito dipendiamo da una multinazionale americana che è monopolista a livello mondiale”.

Tra le discipline su cui puntano con convinzione le aziende del Tecnopolo una è la telemedicina. A questo proposito, afferma Gavioli, ci sono già due progetti in cantiere. “Il primo riguarda il controllo del paziente all’interno del centro dialisi, tramite una tecnologia di realtà aumentata. Il secondo ha a che fare con il monitoraggio dei pazienti domiciliari e nello specifico al controllo dell’ossimetria nei malati affetti da patologie polmonari croniche”.