Chiesi Italia: Digital health, il futuro si costruisce (anche) online

Terapie digitali, comunicazione social, contatto da remoto col paziente e col medico. Le vie dell'online sono infinite e tutti gli stakeholder del settore devono saper cogliere le opportunità che verranno, di questo si è parlato a ‘Oltre – ridefiniamo i nostri confini’ organizzato da Chiesi Italia in collaborazione con EY. *IN COLLABORAZIONE CON CHIESI ITALIA

Il futuro di un’azienda farmaceutica si costruisce (anche) online sia in termini di business che di approccio ai nuovi bisogni di pazienti e medici. L’innovazione tecnologica che con il Covid-19 ha avuto un’accelerazione senza precedenti, porta con sè sfide nuove da tanti punti di vista. Il rischio di restare indietro è molto forte e tutto l’ecosistema deve fare quadrato intorno al concetto che oggi, senza le competenze digitali, non c’è futuro. Lo sanno i medici che hanno dovuto riorganizzarsi per stare più vicino ai pazienti costretti a casa i quali, a loro volta, hanno imparato ad approcciarsi con nuove modalità di teleconsulto e terapie “a distanza”. Lo sanno anche le aziende che hanno dovuto rivedere tanti loro processi a cominciare dallo smart working per finire poi alla comunicazione social che diventa sempre più centrale nei piani di comunicazione delle imprese. Lo sa anche la sanità (intesa nel suo senso più ampio) che vede sempre più arrivare sul mercato terapie digitali innovative. Chiesi Italia, con l’obiettivo di analizzare i cambiamenti in atto legati alla digitalizzazione del mondo della salute ed intercettare i nuovi bisogni dei pazienti e della classe medica, ha organizzato, in collaborazione con EY l’evento ‘Oltre – ridefiniamo i nostri confini’ coinvolgendo ospiti come l’Avvocato Silvia Stefanelli, esperta di diritto sanitario, Eleonora Saladino, psicologa positiva, ed alcuni clinici che hanno portato la propria testimonianza sul tema della digital health.

Le terapie digitali

E proprio su questo punto si gioca la partita. Le terapie digitali ossia terapie che alla base non hanno una molecola, bensì software che “inducono alla modifica di alcuni comportamenti disfunzionali attraverso l’erogazione di interventi cognitivo-comportamentali”, commenta Marco Perruzza, pneumologo presso il P.O. Misericordia di Grosseto “possono essere utilizzate in alternativa al farmaco o addirittura combinate con una specifica molecola”, continua l’esperto. Ma la vera domanda che Perruzza si pone è: quanto ne sanno i medici di terapie digitali? Dai dati che ha mostrato all’evento “Oltre” di Chiesi Italia (28-29 gennaio 2021), molto poco. Nulla per il 37,5% del campione (32 medici) e poco il 43,8%. Alla domanda, invece, riguardo la conoscenza di terapie digitali in ambito respiratorio, il 62,5% del campione ha detto no. Anche qui Perruzza ha insistito chiedendo ai colleghi tramite sondaggio quali terapie digitali riterrebbero più utili (sempre in ambito respiratorio). La risposta, con un netto 72%, ha riguardato l’aderenza alla terapia.

La medicina che “parla social”

Sulle piattaforme social i pazienti come i medici e le imprese trovano un punto di incontro grazie a linguaggi nuovi, accessibili a tutti. “Quando la medicina parla in lingua digitale, medico e paziente riescono a capirsi?” si è chiesta Manuela Latorre, Uo pneumologia ospedale di Massa. L’esperta si focalizza sulle patologie dell’apparato respiratorio portando alcuni esempi interessanti sull’interazione tra soggetti sulle piattaforme social. “Quanto un evento di digital health che decide di diffondere e comunicare certi argomenti su queste piattaforme che prevedono una partecipazione di rete ha un senso se poi non si prevede un intervento successivo del sanitario”, si chiede ancora Latorre che prosegue: “Parliamo poi di telemonitoraggio e telesalute, ossia quegli strumenti che il paziente cronico può usare per mettersi in contatto con chi seguirà il paziente stesso. Ciò presuppone non solo la presa in carico, ma anche la responsabilizzazione della persona”. Ovviamente il tutto andrà implementato tenendo presente che l’aumento dell’età media del nostro Paese è in ascesa e che gli anziani spesso faticano a concepire modalità digitali di cura a scapito, spesso, dell’aderenza terapeutica. Sono state pensate quindi app per aiutare il paziente a seguire la cura, a supportarlo lungo tutto il processo di autogestione della propria patologia sempre tenendo aperto il canale con il proprio medico curante. “Quando proponiamo una tecnologia a un paziente dobbiamo avere di fronte una persona che sia in grado di comprendere il dispositivo che gli suggeriamo – conclude Latorre.

Linee guida

Per portare avanti progetti di questo tipo bisogna attenersi a dei regolamenti e avere chiare le linee guida. Il ministero della Salute a ottobre 2020 ha reso note delle indicazioni specifiche per la telemedicina. Come ricorda Carlo Barbetta, pneumologo Ulss4 Veneto orientale, a gennaio 2020 c’erano più smartphone che persone in Italia (80 milioni di dispositivi, dati di We are social) e questo, a suo avviso, significa che si è raggiunto un buon livello culturale, tale per cui chiunque è capace di capire e utilizzare le nuove strumentazioni digitali. Partendo da questa base, è quindi possibile implementare le tecnologie e quindi ridurre ulteriormente gli accessi agli ospedali nel tentativo di migliorare anche le riacutizzazioni delle patologie e lasciare più tempo libero al paziente stesso (considerando poi le lungaggini dovute alle liste d’attesa) per evitare che “i pazienti cerchino, quindi, altre soluzioni, tra cui dott. Google”, dice sempre Barbetta. Tornando alle linee guida, secondo l’esperto “hanno il grandissimo merito di aver dipanato la matassa, anche terminologica, precisando cos’è una televisita e che come tale deve, ad esempio, tradursi in un output certificato”.

Dott. Google

L’altro tema su cui tutti devono riflettere è la tendenza del paziente, come accennato da Barbetta, a chiedere informazioni in rete riguardo la propria patologia rischiando di trovare indicazioni fuorvianti. “Non si può fermare come fenomeno. Dà risposte in tempi rapidi che sono una necessità oggigiorno. Certo è vero che è un fenomeno preoccupante e bisogna vedere come viene utilizzato”, dice Filippo Fassio, allergologo dell’ospedale San Giovanni di Dio di Firenze. “Molte persone si sono rivolte a Google. Come professionisti della salute non ci piace l’idea che un utente possa trovare informazioni potenzialmente dannose, pur ammettendo che Google è uno strumento che può essere utile”. Fassio racconta poi di una sua esperienza personale quando nel 2010 ha deciso di aprire un suo blog. L’obiettivo era quello di portare contenuti in tema di allergologia attraverso una comunicazione di disease awareness. I riscontri ci sono stati, soprattutto attraverso le mail da parte di pazienti che chiedevano informazioni aggiuntive sul tema. Per Fassio il fenomeno dott. Google non è negativo in toto in quanto esprime un’esigenza di informazione e consapevolezza da parte degli utenti in rete. E su questo bisogna riflettere perché c’è una forte tendenza, sempre più spiccata, a fare uso dei canali digitali per conoscere meglio le proprie patologie. “L’informazione – puntualizza Fassio – deve essere di qualità e dobbiamo fare in modo di migliorarla attraverso dei contenuti validi da parte delle associazioni dei pazienti, i professionisti e le aziende farmaceutiche”.

Competenze e consapevolezze: gli aspetti legali da tenere presenti

Ma attenzione, perché l’utilizzo delle attuali piattaforme di condivisione (tra cui anche i social) non richiede solo competenze tecniche, bensì anche consapevolezze legali. Nel più grande esperimento di smart working mai realizzato al mondo, come accenna Gabriele Marzo, pneumologo Asl Città di Torino, Ospedali Maria Vittoria – Amedeo di Savoia, “la necessità ha fatto sì che si aguzzasse l’ingegno per rimanere a galla” e l’utilizzo dei social e delle piattaforme di teleconsulto e telemedicina ha fatto parte dell’arsenale ambulatoriale per rispondere alla crisi sanitaria. “Il primo strumento a disposizione era il telefono – continua Marzo – ma era poco funzionale in caso di visita a un paziente. Stessa cosa per i social che da noi vengono utilizzati in ambito informale, perché è impensabile, a meno che non si abbia un profilo professionale, aprire la sfera privata a quella lavorativa. Ci sono tematiche medico/legali da tenere in considerazione. Anche l’email che è uno strumento perfetto per lo scambio di informazioni complesse presenta dei temi sensibili in quanto pecca di immediatezza e anch’essa ha problematiche di privacy e legali da tenere in considerazione”. E conclude: Questo periodo ci insegna che queste risorse sono preziose, ma devono essere amministrate in maniera oculata. Certamente affiancheranno l’attività in presenza facendo risparmiare tempo ed energia, ma serve una gestione consapevole”. E sugli aspetti più prettamente legali, di compliance e regolamenti è intervenuta anche l’avvocato Silvia Stefanelli dello studio legale Stefanelli&Stefanelli. Ne ha parlato con AboutPharma and Medical Devices nell’intervista che proponiamo qui di seguito:

 

 

Giuseppe Vallo, responsabile riabilitazione respiratoria Cof Lanzo, si riaggancia al discorso finale di Silvia Stefanelli. “35 milioni di persone accede ai social network. Bisogna targettizzare la platea e utilizzare un linguaggio specifico. L’obiettivo della comunicazione via social è quella di arrivare alla persona e fargli capire il nostro messaggio. Non dobbiamo partire dal nostro vissuto, dobbiamo partire da quello degli utenti”.

Il linguaggio giusto

Il digitale, come tutti i grandi cambiamenti, porta con sé anche dubbi e timori che vanno accolti e indirizzati con una comunicazione diretta e molto consapevole per far comprendere fino in fondo tutte le potenzialità di questo strumento. Secondo la psicologa positiva Eleonora Saladino è importante utilizzare un linguaggio che sia convincente e che esprima le opportunità vere di questo nuovo modo di comunicare. Ad esempio, dice che “è bene evitare l’uso eccessivo della parola ‘bisogno’ e concentrarsi sulle aspettative e i desideri che la persona ha quando si approccia a strumenti nuovi. Tra l’altro è necessario anche guardare in maniera positiva il fenomeno e non osservare solo i rischi. Si possono osservare i vantaggi che ogni cambiamento porta e cogliere le piccole modifiche alle nostre abitudini comunicative in modo tale che il dialogo e la presenza rimangano costanti”. L’esperta poi prosegue: “Il cervello ragiona per immagini, associazioni e riconoscimenti, quindi sarebbe bene evitare, per quanto possibile, le declinazioni negative come il ‘non’ a inizio frase e il ‘no’ alla fine. È una costruzione linguistica che evoca l’immagine di ciò che desideriamo evitare ed è bene guidare la nostra conversazione in termini positivi in modo tale che sia più efficace”.

Cristalfarma In collaborazione con Chiesi Italia