Al via il progetto Pegasus: la biopsia liquida per il trattamento post chirurgico del tumore al colon

Un semplice esame del sangue abbinato alla genomica computazionale permette di individuare la presenza di eventuali micrometastasi e definire in modo più preciso la successiva terapia. Nel corso dello studio, sostenuto da Airc, dovrebbero essere reclutati 140 pazienti in 8 istituti clinici europei

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È partito il progetto Pegasus focalizzato sullo studio della biopsia liquida come strumento per rendere più preciso il percorso terapeutico post-chirurgico per i pazienti affetti da tumore al colon. Con un semplice esame del sangue e l’aiuto della genomica computazionale è possibile infatti individuare la presenza di eventuali micrometastasi e a definire in modo più preciso la successiva terapia. Lo studio è sostenuto da Fondazione AIRC nell’ambito del programma 5×1000 ed è coordinato da Alberto Bardelli, ordinario del Dipartimento di Oncologia dell’Università degli studi di Torino e Direttore dell’Unità di Oncologia Molecolare presso l’Istituto di Candiolo FPO- IRCCS.

Il tumore del colon

Il tumore del colon rappresenta oggi una delle più grandi sfide della ricerca biomedica. Ogni anno nel mondo sono diagnosticati più di un milione di nuovi casi, di cui quasi 325 mila in Europa e quasi 34 mila solo in Italia. Si tratta del secondo tumore maligno più frequente nella donna e del terzo nell’uomo.  Il primo trattamento per il tumore del colon è la chirurgia in 8 pazienti su 10. La chirurgia però non è sempre sufficiente perché in molti pazienti sono già presenti delle micro-metastasi non rilevabili agli esami radiologici che si eseguono prima e dopo la chirurgia. A causa di queste possibili micro-metastasi, che crescendo porterebbero a una recidiva del tumore nel giro di due o tre anni, la maggior parte dei pazienti viene oggi trattata per precauzione con la cosiddetta chemioterapia adiuvante, anche se più della metà di loro non ne avrebbe bisogno.

“Un test diagnostico che rivelasse la presenza delle micro-metastasi dopo la chirurgia ci permetterebbe di personalizzare la terapia adiuvante – spiega Silvia Marsoni, direttore dell’Unità di Oncologia di Precisione dell’IFOM di Milano, promotore dello studio Pegasus – restringendone l’uso ai soli pazienti che ne avessero davvero bisogno”.

La biopsia liquida

“Abbiamo individuato nella biopsia liquida lo strumento-guida ideale per orientare la scelta del trattamento post-chirurgico nei pazienti con tumore del colon” aggiunge Bardelli. “A partire da un semplice prelievo di sangue e sfruttando la genomica computazionale, riusciamo a individuare le ‘spie molecolari’ della presenza di micrometastasi e a definire la successiva terapia. Grazie a Fondazione AIRC che ci ha sempre sostenuto nello sviluppo della biopsia liquida, oggi abbiamo uno strumento cruciale per rendere più preciso il percorso terapeutico per ogni singolo paziente”.

Terapia personalizzata

Lo studio Pegasus affronta nello specifico un importante problema irrisolto nel trattamento post-chirurgico del tumore del colon: la personalizzazione della terapia adiuvante. “Non abbiamo sempre idea di quali siano i pazienti che hanno bisogno di una chemioterapia perché il loro tumore è destinato a ricadere, e quali invece la farebbero per niente, perché il loro tumore è già completamente guarito grazie all’intervento del chirurgo” spiega Sara Lonardi, responsabile clinico dello studio Pegasus, Dirigente Medico presso l’Istituto Oncologico Veneto IRCCS di Padova. “La ricerca del DNA del tumore all’interno del sangue del paziente stesso ci potrà dire se quel paziente ha un rischio maggiore di ricaduta e quindi necessita di un trattamento più intensivo, rispetto a un altro che non ha DNA tumorale circolante e quindi probabilmente ha bisogno di un trattamento meno intensivo”.

Lo studio Pegasus

I pazienti coinvolti nello studio saranno 140, in 8 istituti clinici europei. Saranno incluse persone che hanno subito un intervento chirurgico per un tumore del colon con caratteristiche di rischio che rendono necessaria una chemioterapia post-chirurgica. “L’obiettivo è anche cercare di ridurre trattamenti inutili a coloro che fanno terapie per diminuire il rischio di recidive in una malattia” commenta Filippo de Braud, Direttore del Dipartimento e della Divisione di Oncologia Medica ed Ematologia dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano.

“Inoltre nei pazienti reclutati viene effettuato un monitoraggio della presenza del DNA tumorale nel sangue per tutta la durata del percorso clinico-terapeutico” aggiunge Filippo Pietrantonio, oncologo medico responsabile dello studio Pegasus presso lo stesso Istituto e ricercatore presso l’Università degli Studi di Milano. “Proprio per consentire di personalizzare la scelta terapeutica anche nel corso della strategia di cura”. Nonostante l’emergenza sanitaria e le sfide dell’anno passato, dallo scorso giugno a oggi lo studio è stato attivato in 8 centri, tra cui 5 ospedali italiani e 3 spagnoli.

I partner del progetto

Il programma è reso possibile anche grazie alla collaborazione con l’azienda Guardant Health Inc., il Vall d’Hebron Institute of Oncology di Barcellona e la Fondazione GISCAD. Il progetto coinvolge una rete di centri clinici di eccellenza in Italia e in Spagna, sostenuto dal 5×1000 AIRC e coordinato dal Prof. Salvatore Siena, Direttore del Dipartimento di Ematologia ed Oncologia dell’Ospedale Niguarda di Milano.

“Il nostro interesse preciso è quello di migliorare la diagnostica e la terapia di tutti i tumori cosiddetti ‘big killers’, e fra questi il carcinoma del colon. Abbiamo svolto nel corso degli anni precedenti alcune ricerche che hanno migliorato la terapia del carcinoma metastatico prolungando la sopravvivenza e raggiungendo la guarigione in una frazione di pazienti. Oggi stiamo estendendo le nostre ricerche alla malattia cosiddetta localmente avanzata”.