Sostenibilità aziendale, la corsa ai vaccini premia big pharma

La campagna vaccinale ha generato impatti positivi in termini di Esg (Environmental, social, governance) sulle realtà produttive farmaceutiche. Lo riportano le principali agenzie di rating del settore, incaricate di effettuare una valutazione sui diversi aspetti “green” delle società che lo richiedono. E sorprende il caso AstraZeneca. *Dal numero 187 del magazine

Sostenibilità ambientale big pharma

Dimmi quanto (e come) produci (vaccini) e ti dirò chi sei. La campagna vaccinale contro Covid-19 è ormai diventata il nostro pane quotidiano. Non passa giorno senza che almeno una delle aziende produttrici di vaccini finisca, nel bene o nel male, sulle prime pagine di giornali nazionali o internazionali. Al di là, però, della capacità da parte di questi giganti del mondo farmaceutico di produrre o distribuire un certo numero di dosi; di realizzare più o meno profitti dalla vendita delle stesse; di rispettare o meno i contratti stipulati con le diverse istituzioni mondiali (per citare alcuni dei temi di attualità su cui si è dibattuto parecchio), in pochi probabilmente sapranno che alcuni di questi attori hanno visto migliorare, negli ultimi mesi, la propria reputazione in termini di etica e sostenibilità.

A riportare il dato sono le principali agenzie di rating Esg che analizzano l’impatto in termini di sostenibilità ed etica delle aziende. Ironia della sorte, nel mondo pharma, contrariamente a quanto apprendiamo dal susseguirsi delle cronache quotidiane, una tra le realtà dove maggiormente si percepisce l’aspetto “etico” è il gigante anglo-svedese AstraZeneca. Ma procediamo con ordine.

Finanza e sostenibilità

Prima di analizzare nel dettaglio i casi delle aziende del mondo farmaceutico, vale la pena fare un breve accenno al significato del termine Esg e di cosa esso comprende. Esg è un acronimo che sta per Environmental, social e governance. Racchiude i tre fattori fondamentali per verificare, misurare e sostenere l’impegno in termini di sostenibilità di una impresa o di una organizzazione.

Più in dettaglio tale parametro analizza il modo in cui una società utilizza le risorse e l’energia, il modo in cui gestisce i rifiuti e le emissioni, così come i piani per il cambiamento climatico (environmental); oppure il modo in cui un’azienda tratta la propria forza lavoro, come si occupa della loro salute e della loro sicurezza e il modo in cui si relaziona con le comunità locali in cui opera (social); o ancora in che modo vengono gestiti aspetti come la diversità all’interno di una società, l’etica aziendale, la struttura remunerativa dei dipendenti, l’indipendenza del consiglio di amministrazione e l’azionariato (governance).

Peraltro, da questi fattori possono dipendere anche le scelte di investimento da parte di chi gestisce capitali, propri o di terzi. Per fare qualche esempio, alcuni investitori potrebbero escludere società o anche interi settori che producono armi o svolgono attività ad alta intensità di carbonio. O, al contrario, potrebbero prediligere realtà imprenditoriali che investono nelle comunità, che dimostrano risultati rilevanti in materia di uguaglianza e diversità sul posto di lavoro, o che si impegnano nell’utilizzo di tecnologie green o nella promozione di energia pulita, riducendo così al minimo i rischi ambientali. Su questi temi si è sviluppato un vero e proprio filone, riconducibile al concetto di finanza sostenibile. Sintetizzando, si tratta di un universo di investori popolato perlopiù da soggetti che investono per generare impatti ambientali, sociali o di governance positivi.

Verso un’analisi dell’impatto ambientale

Al riguardo si è espressa di recente Maria Paola Chiesi, shared & sustainability director del gruppo omonimo du­rante la prima edizione 2021 di Con­sulteTia, evento realizzato da Anasf (Associazione nazionale consulenti finanziari), nella giornata dedicata alla sostenibilità. Maria Paola Chiesi ha sottolineato, secondo quanto ha riportato il quotidiano Repubblica, come le imprese abbiano una gran­de responsabilità nei confronti della società, tenuto conto che rappresen­tano, direttamente o indirettamente, la prima fonte di inquinamento e di emissioni di gas effetto serra nell’at­mosfera e inoltre costituiscono una delle principali opzioni per la mobi­lità sociale delle persone e, attraver­so l’innovazione e la ricerca, sono in gran parte responsabili del processo sociale ed economico dell’ultimo secolo.

“Di fronte a questo tipo di responsabilità” ha proseguito Chie­si durante il suo intervento, “non è più possibile che le imprese, a fronte delle risorse ambientali e sociali che utilizzano, si sottraggano a un’atten­ta analisi degli impatti del proprio modo di condurre il business, come spesso hanno fatto in passato”.

Standard ethics rating

Venendo all’attualità e focalizzando l’attenzione su tutto ciò che ruota attorno al mondo dei vaccini e del­le aziende che li producono e della diffusione di Covid-19, analizziamo alcuni fatti che dimostrano come tale attività possa incidere sul con­cetto di società sostenibile. Partia­mo da fine febbraio scorso. In quel periodo Standard Ethics (agenzia di rating indipendente che si occu­pa di sostenibilità etica) diffonde un comunicato dal titolo eloquente: “Vaccine support for Sars-Cov-2 af­fects pharma industry’s Esg impact” (il supporto vaccinale per Sars-Cov-2 influisce sull’impatto Esg dell’indu­stria farmaceutica). Nel documento l’agenzia annuncia di aver riesami­nato il rating di tre case farmaceuti­che (AstraZeneca, Pfizer e Johnson & Johnson), proprio in relazione al contributo fornito da esse nella lotta contro la pandemia.

“Gli sforzi sui vaccini compiuti da alcune aziende farmaceutiche per affrontare l’epi­demia hanno potenziato l’impatto positivo che l’industria dei farmaci ha sulla sostenibilità del sistema at­tuale at­tuale, anche per il bene delle gene­razioni future. In questa fase sembra ragionevole aggiornare il Corporate standard ethics rating (Ser) di alcune realtà quotate oggetto di valutazione da parte dell’agenzia, tenuto conto di fattori come il grado di trasparenza scientifica e metodologica mostrata al pubblico e alle autorità di regola­mentazione”, si legge nella nota.

Come funziona

Per comprendere meglio di cosa si tratta, proviamo a spiegare come funziona lo Standard ethics rating (Ser). In sintesi è uno strumento di valutazione che misura sostenibili­tà e governance di un’azienda, sulla base del livello di compliance legato alle indicazioni in materia fornite da Nazioni unite, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo eco­nomico (Ocse) e Unione europea. Tale valutazione si esprime secondo nove diverse classi, seguendo una gerarchia ben precisa: EEE (full), EEE– (excellent), EE+ (very strong), EE (strong), EE– (adequate), E+ (in­sufficient), E (low), E– (very low), F (lowest level). Da “EE-” in su si ma­nifesta un profilo di “conformità”, a cui si aggiunge una buona capacità di rispondere adeguatamente a una crisi reputazionale. Mentre da “E” in giù siamo di fronte a un’azienda “non conforme”, che non rientra cioè nei parametri sufficienti di etica e sostenibilità.

Tornando alla notizia, quindi, gli esperti dell’agenzia han­no effettuato un upgrade riguardo al rating di AstraZeneca (da “E+”, valu­tazione effettuata a ottobre 2016, a “EE-”). Stessa sorte è toccata a Pfizer (il cui rating è passato da “E+”, valu­tazione di settembre 2019, a “EE-”). Mentre è stato solo confermato il rating di Johnson & Johnson stabile al livello “E”, ottenuto a novembre 2018. In ogni caso Standard Ethics, nella nota, tiene a sottolineare che “continuerà a vigilare sulla capacità da parte delle aziende in questione di adempiere ai propri obblighi contrat­tuali con le istituzioni”.

Il caso AstraZeneca

L’attenzione verso le tematiche Esg è cresciuta nel tempo anche da par­te degli investitori internazionali, stimolando sempre di più il loro ap­petito. In particolar modo nel 2020. Secondo quanto riporta un articolo apparso di recente sul Financial Ti­mes (dal titolo “The Esg case for the Oxford/AstraZeneca vaccine”), nel solo Regno Unito, sono state impie­gate 7,9 miliardi di sterline nei primi tre trimestri dello scorso anno (con­tro 1,9 miliardi del 2019 nello stesso periodo) in strategie di investimento legate a fattori Esg.

Nella sua analisi il noto quotidiano finanziario bri­tannico punta i riflettori sui com­portamenti del settore farmaceutico nell’ambito della sostenibilità. La tesi è che i principali provider di rating Esg (vengono citati solo Msci e Su­stainalytics) valutano in generale ne­gativamente il settore farmaceutico, quando si tratta di metriche chiave e in particolare dell’impatto sociale delle loro attività. Il motivo starebbe nel fatto che big pharma sviluppa un modello di business virtuoso (assistenza sanitaria e cura dei malati), ma lo trasforma in qualcosa che risulta legato prioritariamente al profitto.

Tuttavia, è ipotizzabile che la crisi da Covid-19 offra alle aziende farmaceutiche la possibilità di recuperare il terreno perduto negli anni in materia di Esg. E infatti, tale ipotesi sembra si stia già concretizzando, proprio grazie alle scelte di una delle più discusse, quantomeno a livello europeo, aziende produttrici di vaccini: AstraZeneca.

Il “caso AstraZeneca”, come lo definisce il Financial Times, si concretizza nel momento in cui gli “investitori sostenibili” dichiarano apertamente di prediligere l’azienda anglo-svedese tra i diversi fornitori di vaccini. Uno dei principali motivi sarebbe legato sostanzialmente al prezzo di vendita di ogni singola dose di vaccino contro il coronavirus. In questo caso, i 4 dollari a dose presentati al mercato da AstraZeneca, sono stati ritenuti più accettabili, in materia di etica e sostenibilità, rispetto ai 19 dollari a dose di Pfizer e ai 30 di Moderna.

La logistica

Ma a giocare a favore di AstraZeneca è anche il tema della logistica. In questo caso alla base della distinzione c’è la tipologia di vaccino prodotto dalle tre aziende: mRna (Pfizer-Moderna, che richiede una conservazione a una temperatura intorno ai -70°), adenovirus (Astra­Zeneca, conservabile a temperature tradizionali). In seguito a ciò, secon­do un’analista di Airfinity, riportata ancora da Ft, circa il 64% dei vaccini prodotti dal gruppo anglo-svedese verrà distribuito nei Paesi a basso reddito, mentre solo il 4% di quello Pfizer/BioNtech finirà ai Paesi meno sviluppati.

Moderna invece dovrebbe distribuire il suo vaccino solo alle na­zioni ad alto reddito. Sulla stessa scia, infine, si sviluppa un’analisi realizza­ta sulla base dei dati forniti dall’agen­zia di rating Esg londinese Refinitiv. Qui gli analisti hanno preso in con­siderazione le cinque aziende con il rating Esg più alto all’interno del li­stino Ftse 100 (indice azionario delle 100 società quotate più capitalizzate al London Stock Exchange). Le pri­me due aziende sono big del farma­co: nell’ordine AstraZeneca e Gsk (seguono British american tobacco, Glencore e Coca cola).

Le iniziative in Italia

Sul tema della sostenibilità l’Italia inizia a fare massa critica, soprattut­to nel settore sanitario. Nel mese di marzo, per esempio, è stata lanciata “Partnership for health system resi­lience and sustainability (Phssr), un progetto che coinvolge l’Alta scuola di economia e management dei si­stemi sanitari (Altems) dell’Univer­sità Cattolica, con il coordinamento della London School e il coinvolgi­mento di AstraZeneca e del World Economic Forum. Si tratta di un’iniziativa volta a contribuire alla salvaguardia e al miglioramento della salute globa­le nel lungo termine, migliorando la comprensione e consentendo di intraprendere azioni verso la soste­nibilità e la resilienza del sistema sanitario su base mondiale.

L’Italia ne è protagonista insieme ad altri sette Paesi dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Eco­nomico (Oecd). Da tale collabora­zione è nato uno studio pilota fon­dato su cinque domini (governance, finanziamento, personale, farmaci e tecnologie ed erogazione dei servizi sanitari), grazie ai quali il gruppo di ricercatori dell’Altems ha prodotto 24 raccomandazioni.

Novartis ed Enel X

Strizza l’occhio al tema della soste­nibilità ambientale, seppur non si concretizza propriamente nel recin­to del settore farmaceutico, la part­nership tra Enel X e Novartis nata per diffondere la mobilità elettrica in Italia. Riguarda attività come l’e­lettrificazione della flotta aziendale, lo sviluppo di soluzioni integrate per la ricarica dei veicoli elettrici e l’implementazione di una piattafor­ma di monitoraggio dei caricatori installati.

L’accordo sui progetti di mobilità elettrica è parte di una col­laborazione più ampia tra le azien­de, nata nel 2019 con la firma di un protocollo d’intesa che ha portato alla recente presentazione dello stu­dio ‘Le città del futuro – ambiente e salute per città più sostenibili e inclusive’, anche in relazione alla diffusione del Covid-19. In concre­to, Enel X si occuperà dell’elettrifi­cazione della nuova sede di Milano di Novartis e delle altre sedi italiane dell’azienda, installando le infra­strutture proprietarie.

I collabora­tori Novartis, inoltre, usufruiranno di una soluzione integrata all inclu­sive che comprende la dotazione di un veicolo elettrico o ibrido, l’in­stallazione di una box domestica nel garage della propria abitazione e la possibilità di accedere a un’ampia rete di ricarica in Italia, in Europa e presso le sedi di Novartis, tramite un’app dedicata. Tramite queste, e altre iniziative, il gruppo guidato da Pasquale Frega punta a raggiungere entro il 2030 obiettivi di carbon, plastic e water neutrality, nell’am­bito di un piano globale di medio periodo per la sostenibilità nel quale l’Italia è pienamente coinvolta.

Business angel a caccia di occasioni “sostenibili”

Tornando alle iniziative italiane di investimento nel settore Esg, da segnalare l’attività dei business an­gel (investitori informali in capita­le di rischio, che finanziano e sup­portano una startup promettente, spesso portando, oltre al capitale, la propria esperienza, conoscenze, contatti). Una ricerca del Social innovation monitor (Sim), team di ricerca con base operativa al Po­litecnico di Torino, in collabora­zione con Angels4Impact, Angels for women, Club degli investitori, Doorway, Italian angels for growth (Iag) e Social innovation teams (Sit), restituisce la prima fotografia dell’attività di tale categoria di in­vestitori, focalizzandosi in partico­lare sulla motivazione che li spinge: la possibilità di contribuire a gene­rare un impatto sociale con il pro­prio investimento.

Si tratta di una platea di oltre mille attori che nel 2019 hanno investito quasi 55 mi­lioni di euro in imprese innovative. Sulla base del campione analizzato emerge che, riguardo ai settori o alle tecnologie su cui maggiormen­te si sono focalizzati, troviamo in testa i “digital services & Ict”, se­guiti da “biotech & healthcare” e “fintech & big data tech”. Dalla ri­cerca emerge inoltre come molti bu­siness angel italiani investano mossi non solo da ragioni finanziarie, ma anche sociali: più della metà di essi ha dichiarato, infatti, di supportare anche organizzazioni a significativo impatto sociale.

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