Uso secondario del dato per accelerare un’indispensabile digitalizzazione

Per il terzo appuntamento con la rubrica "Il valore dei dati nella sanità digitale: sfide, processi e tecnologie" parla Americo Cicchetti presidente di ALTEMS. *IN COLLABORAZIONE CON INTERSYSTEMS

Questa settimana passiamo la parola al Professore Americo Cicchetti (in foto), presidente di ALTEMS, Alta Scuola di Formazione e Management nella Sanità dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, e ordinario di organizzazione aziendale nella Facoltà di Economia nello stesso Ateneo. Insieme a lui abbiamo discusso l’importanza di una seria accelerazione alla digitalizzazione che era già una delle priorità per lo sviluppo del nostro Sistema Sanitario Nazionale ma che, senza dubbio, oggi è resa ancora più urgente dall’avvento dell’epidemia da Sars-CoV2.

L’attuale emergenza sanitaria, infatti ha evidenziato l’indifferibilità dell’identificazione e gestione del dato sanitario secondo criteri di Value Based Healthcare: clinica, fabbisogno di salute ed economia sanitaria diventano i vertici di un triangolo popolato dai Big Data. L’architettura dei sistemi sanitari deve essere ridisegnata alla luce della consapevolezza di una nuova cultura, che crei le condizioni per rendere i dati interoperabili e “liquidi” in modo sicuro, affidabile e integrato, garantendo la cooperazione applicativa tra gli strumenti informatici usati dalle strutture coinvolte (territoriali e ospedaliere), per il potenziamento della ricerca scientifica, la definizione di percorsi ottimali e una migliore presa in carico integrata e di continuità assistenziale dei pazienti.

Accelerazione alla digitalizzazione: perché implementarla su processi clinici, assistenziali, sociali e amministrativi?

Oggi le patologie croniche pesano per il 70% della spesa sanitaria. È necessaria una presa in carico strutturata e omogenea a livello nazionale che permetta il trattamento dei pazienti in setting assistenziali appropriati, sia dal punto di vista organizzativo che clinico. La disponibilità orizzontale e omogenea del dato in tutti i setting è l’elemento di base che è mancato fin ora. Accelerare su questo punto significa garantire la sostenibilità del sistema, anche a fronte dell’aumento delle patologie croniche in conseguenza della dinamica demografica che, fino al 2060, prevede una crescita dell’età media. Per avere un maggiore controllo di queste dinamiche, i dati dovranno essere integrati non solo sotto il profilo clinico ma anche amministrativo, per correlare le valutazioni sugli esiti clinici con l’andamento della spesa. La valutazione costante del dato deve permetterci di “apprendere” nel tempo, individuando i modelli organizzativi ed assistenziali più appropriati.

Come mai siamo ancora così lontani dal fare un ampio uso secondario dei dati per fini di ricerca e miglioramento delle cure?

Tale aspetto è reso evidente dall’osservazione della spesa in conto capitale del Servizio Sanitario Nazionale dedicata all’Ict che finora è sempre stata marginale: il Ssn si è sempre concentrato su investimenti per grandi apparecchiature sanitarie e diagnostiche, mentre poco è stato fatto per le tecnologie di gestione dei processi. E quando si è fatto, non sempre è stato gestito al meglio. L’esempio del Fascicolo Sanitario Elettronico è, in tale contesto, assai esplicativo. È stato creato un Fascicolo che, nella maggior parte dei casi, è una collazione di referti in Pdf senza rappresentare il luogo fisico dove tutti i dati clinici, riferiti al singolo individuo, vengono raccolti per agevolare la presa in carico e la gestione del paziente. È vero che nella maggior parte delle Regioni la popolazione è stata mappata nel FSE, ma i dati e le informazioni in esso contenute sono poco strutturate e/o incomplete. Così l’operatore sanitario che analizza quei dati, impiega troppo tempo rispetto alle esigenze di ottenere risultati utilizzabili per una migliore programmazione e un monitoraggio del Sistema nel breve termine e in modo continuo. Gli scarsi investimenti hanno fatto sì che la disponibilità finale dei dati fosse ristretta essenzialmente alle informazioni presenti nei grandi data set di tipo amministrativo (SDO, consumi dei farmaci, prestazioni ambulatoriali) permettendo analisi assai limitate rispetto alle decisioni da prendere in ambito clinico e di analisi del valore delle tecnologie.

Fortunatamente, la mentalità del Paese sta evolvendo, ma retaggio della Pa resta l’idea di proprietà del dato fino a diventare volontà di controllo. Tuttavia, il Covid ha fatto emergere come la condivisione del dato sia fondamentale per meglio gestire le situazioni sia di emergenza sia di gestione ordinaria. La possibilità di fare “Public Reporting” è apparsa come particolarmente utile anche se, purtroppo, solo una fascia della popolazione lo ha capito. Dall’altro lato vi sono i soggetti e gli enti della PA che ancora considerano il dato come un elemento per addetti ai lavori che devono analizzarlo prima di poterlo condividere con il pubblico. Perciò, il nostro Paese registra ancora un ritardo nella Public Disclosure dei dati e nella possibilità di ottenere un Public Reporting ampio, trasparente e fruibile da gran parte della popolazione.

Ci sono esempi virtuosi di chi, almeno in parte, si sta avvicinando a un uso secondario dei dati, facendo dei passi avanti?

Ci sono esempi virtuosi nelle industrie, nella Pa centrale e in alcune Regioni. L’industria sta investendo parecchio su questo aspetto poiché si tratta di un fattore importante e strategico per garantire una più rapida accessibilità dei pazienti alle terapie, anche quando i dati non sono ancora maturi. La possibilità degli “early access” è correlata alla capacità di raccogliere dati secondari che permettano di aggiornare e confermare i dati provenienti dagli studi clinici. Questa propensione all’utilizzo del dato è dettata da un’esigenza operativa, ma anche dall’atteggiamento degli Enti regolatori che hanno accettato l’introduzione di tecnologie a fronte di dati ancora non pienamente maturi (Early Access Program). Quindi le aziende si sono dimostrate molto pronte e hanno considerato importante investire nella raccolta di dati ed evidenze. Questo approccio è stato soprattutto adottato per i farmaci piuttosto che per i dispositivi medici, un settore e degli operatori che sarebbero molto interessati a un approccio del tipo “coverage under evidence development”.

Con riferimento ai modelli regionali, alcune realtà si sono strutturate in modo da individuare nel dato uno strumento per definire politiche di programmazione sanitaria. L’esistenza di un’agenzia o di un settore della struttura regionale dedicati all’analisi del dato, rende evidente questa scelta strategica, come ad esempio in Toscana, Lazio e Puglia. Altre Regioni rimangono, seppur nell’ambito di modelli organizzativi avanzati, ancorate a concetti di proprietà del dato e di una sua ridotta condivisione. Altre ancora, invece, tuttora non hanno realizzato questo investimento. Ma non si può evidenziare un gradiente Nord-Sud: esistono, nelle due realtà geografiche del Paese, esempi virtuosi così come altri non adeguatamente sviluppati.

Che tipo di interventi renderanno più agevole l’accesso al dato?

Innanzitutto, l’esigenza di spostare l’enfasi del Gdpr da elemento meramente normativo a reale opportunità. L’approccio attuale rivela un certo timore da parte dei diversi soggetti attivi nel settore sanitario. Questo strumento deve invece essere visto come un metodo efficace di garanzia per i cittadini e per gli altri operatori del Sistema, nel mantenimento della privacy di informazioni particolarmente sensibili, come quelle sanitarie, senza diventare una vera e propria “gabbia”. Ma, forse, questo atteggiamento è legato a una non completa conoscenza di processi e procedure applicative che potrebbero rendere più agevole l’adozione e l’utilizzo delle norme correlate al Gdpr. I soggetti del Ssn sono ancora troppo sulla difensiva. Quando tali procedure diverranno consolidate, i dati diverranno sicuramente più fruibili e utilizzabili.

Come i dati possono aiutare nella programmazione futura del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, indirizzando le risorse economiche sulle Regioni?

I dati saranno certamente importanti nel processo di programmazione a seguito dell’approvazione del Pnrr di fine aprile. Sarà, quindi, importante avere a disposizione dati quanto più possibile granulari, fondamentali per il monitoraggio dei fondi stanziati. Nel nuovo modello di gestione dei progetti, i fondi dovrebbero essere assegnati alle Regioni e agli altri enti attuatori in base alla dimostrazione di aver ottenuto i risultati previsti in fase di programmazione. Gli stanziamenti non andranno attribuiti solo in base alla programmazione inziale, ma sarà imprescindibile definire un percorso con tappe intermedie che, se non conseguite, non permetteranno di ottenere ulteriori fondi. Gli interventi di digitalizzazione del sistema indicati nel Pnrr dovranno permettere di valutare come gli investimenti, previsti per questa voce di modernizzazione del settore sanitario, stiano realmente impattando sul miglioramento della presa in carico e della gestione dei pazienti. Questo sarà ancora più rilevante considerando l’arco temporale in cui i fondi dovranno essere utilizzati: il prossimo quinquennio. L’azione dovrebbe essere improntata a una fase di pianificazione e di destinazione dei fondi molto rapida, con una definizione attenta degli indicatori di risultato e una fase di monitoraggio molto più rilevante e analitica, per intervenire prontamente sulle linee di finanziamento che non permettono di conseguire gli obiettivi pianificati nei tempi previsti. Vanno semplificati i meccanismi di distribuzione e introdotto un efficiente monitoraggio dei risultati, adottando modelli di “payment at result”. E in questo nuovo scenario la disponibilità del dato sarà fondamentale.

 

Homepage della rubrica “Il valore dei dati nella sanità digitale: sfide, processi e tecnologie”

 

In collaborazione con InterSystems