Perché il contenzioso con AstraZeneca non serve agli Stati

La Commissione dovrà sudare per far valere le proprie ragioni contro la società dato che al momento della stipula del contratto c'era una condizione di incertezza dovuta all'indisponibilità del vaccino. L'opinione di Vincenzo Salvatore dello studio legale BonelliErede sul numero 188 del magazine

Tanto tuonò che piovve: è arrivata gli ultimi giorni di aprile la notizia che la Commissione europea, dopo aver diffidato AstraZeneca ad adottare senza ritardo tutte le iniziative necessarie a garantire il rispetto delle obbligazioni assunte nel contratto di acquisto anticipato e fornitura di vaccini stipulato il 27 agosto 2020, ha promosso un’azione giurisdizionale contro l’azienda farmaceutica davanti al Tribunale di prima istanza di Bruxelles: il contratto è regolato dalla legge belga e il Belgio è la giurisdizione competente a dirimere eventuali controversie relative all’applicazione e all’interpretazione del contratto stesso (l’azione contesta il mancato rispetto dei termini di consegna pattuiti). Si instaura così un contenzioso che, al di là del merito della controversia che dovrà essere valutato dal giudice competente, appare inopportuno sotto diversi profili o, quanto meno, intempestivo.

La firma del 2020

Occorre preliminarmente ricordare come nell’estate dello scorso anno, al fine di assicurare la pronta disponibilità di un numero di dosi di vaccino sufficienti a soddisfare la domanda degli Stati membri, la Commissione abbia stipulato, in nome e per conto degli Stati, contratti di acquisto anticipato di centinaia di milioni di dosi di vaccino con le aziende impegnate nella ricerca e sperimentazione dei vaccini, fra le quali AstraZeneca. È opportuno quindi innanzitutto sottolineare come al momento della negoziazione di tali contratti il vaccino non fosse ancora disponibile e i tempi connessi alla procedura di valutazione e di autorizzazione all’immissione in commercio fossero meramente stimabili. Si è trattato, in altri termini, di un contratto avente ad oggetto l’acquisto di beni futuri, il che rende di per sé aleatoria la definizione in termini rigorosi dei termini pattuiti per l’adempimento delle obbligazioni assunte, in considerazione anche dell’esito incerto, quanto meno al momento della conclusione del contratto, della valutazione demandata alle autorità regolatorie (Agenzia europea per i medicinali, Commissione europea e autorità nazionali competenti) e ai tempi connessi alle relative procedure. Ciò giustifica la previsione fra le disposizioni contrattuali della clausola di “Best Reasonable Efforts”, ricorrente nei contratti di acquisto di beni futuri, tant’è che la si ritrova non solo nei contratti stipulati dalla Commissione ma altresì in quelli stipulati da Stati terzi (si veda il contratto avente il medesimo oggetto, stipulato con la stessa AstraZeneca dal Regno Unito).

Il maggior sforzo possibile

Non potendosi determinare con precisione, al momento della stipula del contratto, i tempi di disponibilità dei beni futuri ecco che in capo ad AstraZeneca si impone l’obbligo di fare quanto più ragionevolmente possibile, cioè a dire di fare quanto un’azienda delle stesse dimensioni, delle stesse risorse e delle stesse capacità produttive potrebbe fare nello sviluppo e nella produzione di un vaccino idoneo a porre fine a una situazione di emergenza sanitaria generata da una pandemia globale.

Deve essere ulteriormente ricordato che l’articolo 12.3 del contratto di acquisto anticipato consente alla Commissione di risolvere unilateralmente il contratto in caso di violazione sostanziale delle obbligazioni assunte da AstraZeneca, ancorché tale iniziativa debba essere in ogni caso preceduta dalla ricerca di una soluzione amichevole che consenta ad AstraZeneca di porre rimedio, se riconosciute, alle violazioni contestate.

Dimostrare di avere ragione

Alla luce dello scenario sopra delineato e in considerazione della circostanza che il contratto non contempla esplicite sanzioni per la violazione dei termini di consegna – della cui natura perentoria è dato quanto meno dubitare – le possibilità per la Commissione di vedere accolto il proprio ricorso dipenderà dalla capacità della Commissione stessa, ovvero degli Stati membri, di dimostrare che AstraZeneca non solo non ha posto in essere tutte le attività necessarie per rispettare gli impegni assunti, ma che l’azienda ha attuato condotte negligenti o addirittura dolose per sottrarsi all’adempimento delle obbligazione contrattualmente dedotte nel contratto stipulato con la Commissione. Al di là delle oggettive difficoltà nel portare tali elementi di prova, è evidente che l’instaurazione, in questa fase di perdurante emergenza, di un contenzioso fra la Commissione e AstraZeneca rischia di pregiudicare seriamente le ulteriori forniture di vaccini agli Stati membri, laddove la Commissione avrebbe potuto tranquillamente posticipare l’inizio della controversia, senza incorrere in alcuna decadenza e senza correre il rischio di rallentare ulteriormente le campagne vaccinali da parte degli Stati membri.