Trasferimento tecnologico: un percorso a ostacoli che la norma può complicare

Alle startup a caccia di una certificazione spesso manca l’ultimo miglio. Il progetto Primary Site aiuta le giovani realtà innovative a superare le difficoltà legate all’accesso al mercato. Dal numero 188 del magazine

Dal laboratorio all’ospedale. Dal desiderio di migliorare la salute della persona alla possibilità di concretizzarlo. Ma detto ancora più semplice, dalle parole ai fatti. Questa è la spiegazione lineare del trasferimento tecnologico, un concetto altisonante che indica lo sforzo importante ma necessario per rendere fruibile l’innovazione, soprattutto se riguarda la salute. Nella tappa milanese di AboutPharma nell’universo della produzione dei dispositivi medici è inevitabile rivolgere lo sguardo a quel mondo costellato di startup e pmi innovative che hanno l’idea geniale in tasca (o magari già realizzata) ma manca loro l’ultimo miglio per ottenere la certificazione CE e andare sul mercato. Che non è un passaggio scontato, scorrevole e semplice, soprattutto nell’ottica dell’entrata in vigore del nuovo regolamento, il quale alza l’asticella sugli aspetti di sicurezza ed efficacia, ed esige prove cliniche robuste. Oltre al problema delle risorse economiche, in Italia le aziende che vogliono realizzare dispositivi medici devono fare i conti anche con una burocrazia eccessiva nell’approvazione dei trial clinici. Sono tutti ostacoli che mettono a dura prova chi vorrebbe far uscire dal laboratorio la propria idea. E quelli che non hanno le spalle abbastanza forti, o non sono abbastanza incoscienti, gettano la spugna ancora prima di iniziare. Ed ecco che il trasferimento tecnologico si blocca.

Il progetto

Nell’ottica di prendere letteralmente per mano le pmi innovative e startup del mondo dei medical device italiano, è nato Primary Site, un progetto di collaborazione tra Confindustria dispositivi medici, Confindustria dispositivi medici servizi, Milan innovation district (Mind) e il Gruppo San Donato. Il progetto ha selezionato dieci startup che hanno usufruito di una consulenza in ambito regolatorio e scientifico per definire tutti gli step necessari per l’immissione dei loro prodotti sul mercato e hanno anche ottenuto supporto per partecipare a crowdfunding, bandi di finanziamento italiani ed europei e fondi di investimento. Da dicembre 2020, si è entrati nella fase di finalizzazione della strategia e avvio dei servizi per le imprese selezionate. Il progetto si svilupperà lungo tutto il 2021 con la ricerca di fondi dedicati e la condivisione dei risultati programmata per gennaio 2022. “Il nuovo Mdr – afferma Fernanda Gellona, direttore generale di Confindustria dispositivi medici – rischia di impedire alle piccole aziende e alle startup di sviluppare i propri progetti perché i costi sono esorbitanti: le poche aziende già marcate conquisteranno il mercato, oltre a tutti i prodotti non conformi o falsamente marcati che butteranno fuori dal mercato le imprese che non sono ancora riuscite ad avere la marcatura CE. Ci sarà anche un problema di carenza di dispositivi: le aziende sanitarie cercheranno di utilizzare fino all’ultimo i prodotti con le vecchie marcature, perché poi andranno fuori produzione e bisognerà aspettare i nuovi prodotti autorizzati. Solo le grandi aziende che sono potute partire prima potranno essere sul mercato, a scapito delle piccole. Non è così che si fa sana concorrenza”. Il progetto Primary site serve proprio a sostegno delle piccole aziende, per evitare che rimangano fuori dal mercato o che vadano all’estero a produrre dispositivi. AboutPhrama and Medical Devices ne ha incontrate tre, tutte partecipanti al Primary site.

Elettrodi per il neuromonitoraggio

Luca Ravagnan è un fisico dei materiali che insieme ad alcuni colleghi, più di dieci anni fa, si è imbattuto in una tecnologia capace di integrare circuiti elettrici su gomma. Prendendo il caffè con neurochirurghi che frequentavano il suo stesso bar, lui e il suo gruppo di lavoro hanno intuito l’esigenza di realizzare elettrodi corticali meno invasivi e più efficienti di quelli esistenti. E da lì, insieme al suo team (era da solo nel 2011, oggi sono in 24) è nata Wise, che oggi non è più startup, ma pmi innovativa. Nel 2010 è stata brevettata la tecnologia e nel 2011 è stata fondata la società con un primo investitore. In questi dieci anni i finanziatori sono saliti a nove (Principia Sgr, Cdp venture capital Sgr, Indaco ventures Sgr, Eureka! Venture Sgr, New Frontier, Htgf, Agite!, b-to-v, oltre ad alcuni investitori privati) per un finanziamento totale di 26 milioni di euro.

Wise sviluppa la nuova generazione di elettrodi per neuromonitoraggio, neuromodulazione e brain-machine interface. Sono elettrodi ergonomici, conformabili, morbidi e sottili, e meno invasivi di quelli esistenti. L’azienda ha sviluppato un primo dispositivo medicale monouso per il monitoraggio neurofisiologico intraoperatorio del cervello utilizzato negli interventi chirurgici per tumori cerebrali e l’epilessia, la Wise Cortical Strip (Wcs), che sarà presto lanciato sul mercato una volta ottenuta la marcatura CE. Per realizzare questo prodotto ci sono voluti circa 11 milioni di euro. L’azienda sta anche lavorando a un secondo device, un elettrodo multi-colonna a piattina impiantabile per via percutanea, destinato alla stimolazione del midollo spinale (Scs). A supporto dello sviluppo di questo prodotto, Wise ha recentemente ricevuto un finanziamento europeo “Eic Accelerator” di 2,3 milioni di euro. La strada per arrivare alla marcatura CE del primo prodotto è stata faticosa: “Abbiamo fatto un trial clinico in tre stati – racconta il Ceo – Germania, Svizzera e Italia tra il 2018 e il 2020, coinvolgendo 32 pazienti. In Italia avevamo un solo paziente. Mentre in Germania e Svizzera ci hanno messo poco ad approvare il trial, in Italia abbiamo atteso sedici mesi. Per un solo paziente”. L’elettrodo della Wise non è un prodotto completamente innovativo: rispetto a quelli esistenti è sostanzialmente più sottile. Nonostante ciò, si è dovuto comunque procedere a un trial clinico. Per questo motivo Ravagnan non nasconde che per il secondo prodotto andranno prima negli Usa a chiedere l’approvazione della Fda e poi torneranno in Europa. “Capisco che l’interesse del paziente debba essere tutelato – commenta – ma non è sempre necessaria un’evidenza clinica se non c’è una terapia o un dispositivo nuovo. Lo stesso prodotto che stiamo certificando in Europa lo stiamo presentando anche negli Usa perché lì usano il principio di equivalenza (che con l’Mdr in Europa non vale più come in precedenza, n.d.r.): gli aspetti di sicurezza si possono dimostrare con test di laboratorio, non c’è bisogno di studi clinici”.

Telemonitoraggio a portata di click

Quando Caterina Salito, insieme ai suoi soci, ha fondato la startup Biocubica nel 2013, lo ha fatto pensando al trasferimento tecnologico. Ingegnere biomedico, lavorava con i suoi colleghi al Politecnico di Milano, nel dipartimento di tecnologie biomediche. Caterina non ha mai avuto problemi con i suoi progetti di ricerca ed è stata anche “corteggiata” per un dottorato negli Stati Uniti che ha gentilmente rifiutato. Perché? Perché voleva continuare a lavorare e studiare in Italia e soprattutto fare in modo che quei progetti meravigliosi che nascevano nel laboratorio dove lavorava tutti i giorni, potessero essere davvero realizzati. Così nasce Biocubica nel 2013. Che realizza diversi progetti tra cui Soundi, un dispositivo che sembra fatto apposta per l’assistenza domiciliare tanto decantata in questa pandemia: una specie di patch rotondo da far aderire alla parte sinistra del torace che, attraverso l’ascolto dei suoni che provengono dagli organi interni, elabora una decina di parametri vitali. Detto in termini più tecnici: si tratta di un dispositivo di materiale plastico di 60mm di diametro e 10mm di altezza che viene posizionato vicino al terzo spazio intercostale sul lato sinistro del torace, mediante un biadesivo di tipo medicale. Si misurano, tra gli altri parametri: temperatura corporea, saturazione dell’ossigeno, frequenza cardiaca, Ecg (una derivazione a scelta), pressione arteriosa, suoni cardiaci, frequenza respiratoria, russamento, parametri del sonno. È ricaricabile tramite porta usb e la registrazione può durare fino a 24 ore. Può quindi essere usato sia in ospedale sia a domicilio. E in futuro potrebbe essere integrato con funzionalità che monitorano la qualità dell’ambiente in cui si trova il paziente. Soundi all’inizio non aveva investitori.

Il prototipo è costato circa un milione di euro e per finanziarlo il team di Biocubica si è messo a fare consulenze (Biocubica nasce anche per questo) a start up che come loro avevano bisogno di essere guidate, non tanto nella fase regolatoria, ma nell’ideazione e sviluppo del progetto. Biocubica in questo momento sta finalizzando le prove in laboratorio per la sicurezza elettronica e la compatibilità elettromagnetica, dopodiché potrà iniziare la sperimentazione clinica di Soundi. Il dispositivo è inoltre collegato a un software su cloud dove si conservano ed elaborano i dati. “Siamo un po’ preoccupati per l’iter approvativo finale – spiega Salito – perché gli organismi notificati in questo momento sono saturi. Sarà lunga ottenere l’approvazione, anche perché ci sono i dispostivi vecchi per cui le aziende stanno presentando richiesta di nuova certificazione”. Il costo di sviluppo del prodotto è un milione di euro e forse ce ne vorrà un altro per arrivare sul mercato. “Stiamo cercando investitori e il progetto Primary Site ci sta aiutando per conoscere bandi pubblici ed entrare in contatto con possibili investitori. Abbiamo diverse richieste anche da parte dei distributori”. Sul mercato c’è qualcosa di simile a Soundi per monitorare frequenza cardiaca, temperatura, etc, ma non è così completo e soprattutto integrato con un software su cloud che permette, potenzialmente, il telemonitoraggio a distanza.

Tecnologia per il cammino

Quicklypro nasce da tre fisioterapisti con il pallino dell’evidence based medicine. Nel senso che quando hanno ideato questo dispositivo nel 2017 lo hanno fatto pensando di raccogliere più evidenze cliniche possibili. Si occupano di riabilitazione soprattutto in campo motorio per soggetti con patologie neurodegenerative come Parkinson, sclerosi multipla, ictus. Le patologie neurodegenerative, a mano a mano che evolvono, portano ad avere problemi di deambulazione sempre più importanti. Con il Parkinson si usa una metodologia già provata ed efficiente che consiste nell’impostare un percorso a terra tramite scotch applicato al pavimento e ostacoli. Questo restituisce un feedback visivo al paziente che lo aiuta a bypassare i circuiti lesionati dalla malattia, e quindi a muoversi.

La metodologia tradizionale, per quanto efficace, viene poco utilizzata perché la preparazione del setting è complessa e non è facilmente riproducibile in casa del paziente. Q-Walk, ideato da QuicklyPro, risolve questo problema: è un dispositivo indossabile che crea il feedback visivo; una sorta di proiettore che si posiziona sotto il ginocchio del paziente e che proietta le immagini sul pavimento per ricreare il percorso visivo. “Quando abbiamo pensato a Q-Walk – racconta Niccolò Sala, uno dei fondatori di QuicklyPro – lo abbiamo progettato sapendo che il futuro della riabilitazione era a domicilio. Questo ben prima che esplodesse la pandemia. È un dispositivo regolabile secondo le esigenze del paziente ed è impostato dal medico e dal fisioterapista”.

Q-Walk registra i dati del paziente permettendo un telemonitoraggio a distanza dei progressi. L’iter di certificazione che sta portando avanti QuicklyPro prevede l’uso di questo medical device per il Parkinson, ma si può impiegare anche per altre patologie neurodegenerative e altri problemi di tipo ortopedico. “Abbiamo iniziato a idearlo nel 2017 – continua Sala – ma ci abbiamo lavorato dal 2018. Stiamo portando avanti un trial clinico e abbiamo appena chiuso un aumento di capitale di 500 mila euro con Venture Factory, una ventura capital che fa capo a Vertis SGR. Il progetto Primary Site ci aiuta per l’ultima fase dell’iter regolatorio, speriamo di avere la certificazione entro giugno”. Al momento Q-Walk è unico nel suo genere. Esistono ausili che proiettano delle linee sul pavimento per aiutare il paziente, ma non sono considerati dispositivi medici e non prevedono la registrazione dei dati. Il Mdr alza l’asticella per la certificazione e prevede solide prove cliniche: per Sala questo è un plus: “Noi ci siamo sempre basati sull’evidence based medicine per proporre questo dispositivo, per noi quindi quello che richiede il regolamento è in linea con il nostro modo di lavorare”.