Competitivi e sostenibili, essere “green” conviene

Cresce l’attenzione delle aziende per i temi Esg (Environmental, social and governance). Anche l’industria del farmaco e dei dispositivi si pone obiettivi concreti, in linea con le indicazioni europee. Pubblicati i primi piani di sostenibilità che impattano anche dal punto di vista finanziario. Dal numero 189 del magazine

L’attenzione per i temi ambientali, etici e sociali non è più una moda. Si potrebbe definire una nuova filosofia gestionale. O, meglio ancora, un nuovo modo di fare business. Perché nel contesto attuale sostenibilità fa rima con competitività. È la ragione per cui le aziende dell’industria farmaceutica e dei dispositivi medici (ma è un fenomeno comune a tutti i settori industriali) hanno inserito a pieno titolo tre fattori “green” tra le priorità strategiche che concorrono alla crescita dei loro affari e della loro reputazione. Si tratta dei criteri Esg, acronimo che fa riferimento alle parole inglesi Environmental (impatto su ambiente e territorio), social (iniziative di rilevanza sociale), governance (che riguarda aspetti legati all’azienda e alla sua amministrazione). Di fatto, siamo di fronte alla consapevolezza che le aziende non si valutano più solo in base alla loro capacità di produrre denaro, ma anche per le risposte che sono in grado di produrre nell’ambito dei temi etici. Risulta chiaro, quindi, il perché da tempo tali realtà misurino alcuni parametri come emissioni, gestione dei rifiuti, iniziative a supporto delle comunità in cui operano, coinvolgimento dei dipendenti, pari opportunità uomo-donna, uso di energia da fonti rinnovabili, benessere sul posto di lavoro e altro ancora. Si tratta dunque di un cambio culturale senza precedenti. Magari alimentato dall’esplosione della pandemia da Covid-19 che ha colpito il nostro pianeta? La risposta è sicuramente sì, ma c’è anche altro. La svolta green dell’universo industriale ha un’origine ben precisa. E prende vita da una spinta generata su due fronti principali: istituzionale e finanziario.

Agenda Onu e New Green Deal

Sul fronte istituzionale, il punto di riferimento più significativo è l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, realizzata dalle Nazioni Unite. Si tratta di un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità sottoscritto nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’Onu. Tale agenda, contiene 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile (tra i quali, per citarne alcuni: sconfiggere la povertà, raggiungere la parità di genere, ridurre le disuguaglianze, realizzare città e comunità sostenibili, lottare per il cambiamento climatico, garantire un’istruzione di qualità), all’interno di un più ampio programma d’azione che propone il raggiungimento di 169 “traguardi”. I Paesi partecipanti si sono impegnati a raggiungere tali traguardi entra il 2030. A questa iniziativa si aggiunge poi la volontà dell’Unione europea di combattere i cambiamenti climatici attuando politiche ambiziose a livello nazionale e internazionale. Nello specifico, con la messa in atto del “New green deal”, l’Europa punta a diventare il primo continente a impatto zero sul clima entro il 2050.

La finanza traccia la rotta

Tuttavia un contributo determinante per la svolta green delle aziende lo ha dato la comunità finanziaria mondiale degli investitori. Un esempio? Lo scorso gennaio Larry Fink, Ceo di BlackRock (colosso mondiale del risparmio gestito) ha scritto nella tradizionale lettera di inizio anno destinata alle aziende in cui investe: “Visto il ruolo centrale che rivestirà la transizione energetica per le prospettive di crescita di tutte le società chiediamo alle aziende di divulgare un piano relativo alla compatibilità del proprio modello di business con un’economia a zero emissioni nette e di illustrare le modalità tramite cui questo piano verrà integrato nella strategia aziendale a lungo termine”. Nella sua missiva, inoltre, Fink definisce la sostenibilità una sfida storica, raccomandando alle società di allinearsi, nelle proprie informative, alle raccomandazioni della Task force sulla rendicontazione finanziaria dei fattori climatici (Tcfd) e del Sustainability accounting standards board (Sasb). A tutto ciò, si aggiunge peraltro il proliferare di agenzie di rating Esg, che al pari di quelle tradizionali (che misurano ed effettuano una valutazione sulla solidità finanziaria di una società), rilasciano una valutazione di merito legata al livello di sostenibilità di un’azienda.

La classifica di Sole24ore/Statista

In questo contesto, come si stanno muovendo le aziende di farmaci e dispositivi medici italiane? AboutPharma and Medical Devices ha intervistato i Ceo o i responsabili Esg delle aziende rientrate nella lista dei 150 “leader della sostenibilità”, stilata dal Sole24Ore insieme a Statista (società di analisi dei dati). Si tratta di AlfaSigma, Amplifon, Bracco, Chiesi, Recordati, Gruppo Sol. La maggior parte di queste realtà ha pubblicato per la prima volta (o è in procinto di farlo) un piano di sostenibilità. Cosa manca? Al momento uno standard comune a livello europeo per definire la misurazione di tali criteri. Per capirne di più, AboutPharma and Medical Devices proporrà nel corso dei prossimi giorni una serie di approfondimenti sulle sei società citate nel report.