Ivermectina contro Covid, nuovi studi da Oxford. Riabilitazione dell’antiparassitario?

Se ne parlava già ad aprile 2020 quando dall'Australia arrivavano primi dati da studi embrionali. Ora anche Oxford si è messa all'opera per valutare l'efficacia del farmaco

Da Oxford arrivano nuovi studi che potrebbero in qualche modo riabilitare “l’onore” dell’ivermectina, il noto antiparassitario veterinario, che nel corso del 2020 è stato associato ad altri farmaci (umani, pero) potenzialmente utili contro Covid. L’Oms non si era espresso favorevolmente, mentre in America latina ci si era mossi verso una promozione del farmaco contro Sars-Cov2.

Dati prematuri?

Di studi in questo senso ve ne erano stati anche se su piccola scala. Alcuni dati erano anche promettenti, ma troppo prematuri. Ora l’Università di Oxford sta lavorando per capire se l’antiparassitario può effettivamente avere una valenza antivirale contro questa tipologia di coronavirus. Parallelamente si sta studiando anche favipiravir, antivirale stavolta, e la budesonide steroidea per via inalatoria. Al momento qualche timido dato di efficacia arriva proprio da quest’ultima. Dallo studio saranno escluse persone affetta da gravi condizioni del fegato e che stanno assumendo farmaci anticoagulanti o che possano interagire con l’ivermectina stessa.

Speranze dall’Australia

Ad aprile 2020, Giorgio Racagni e Annalisa Capuano, rispettivamente Presidente Società italiana di farmacologia Università di Milano e membro della Società italiana di farmacologia Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli” su questo giornale hanno passato in rassegna una serie di studi poco conosciuti attivati all’epoca per trovare soluzioni alla cura di Covid. “Buone speranze arrivano anche dall’Australia: l’antiparassitario ivermectina potrebbe essere l’arma vincente che sconfiggerà il nuovo coronavirus in 48 ore? Dalle notizie che abbiamo in effetti il farmaco potrebbe riuscire a ridurre gli effetti di Sars-Cov2 già nelle prime 24 ore. Era stato utilizzato in precedenza in altre epidemie e malattie come Zika e Dengue e la Febbre emorragica che colpisce soprattutto in Sudamerica.  Per ora cautela”, scrivevano i due esperti. Lo studio di Oxford, dunque non è peregrino e si innesta all’interno di un filone di ricerca che promuove più canali di indagine. Dopo i vaccini che sia ora anche dei farmaci?