La promessa del Governo, più investimenti pubblici e addio ai tetti di spesa

Payback, patto di sostenibilità, riforma delle agenzie regolatorie e aiuti di Stato. La politica e gli imprenditori hanno parlato la stessa lingua durante l'Assemblea pubblica di Farmindustria allineandosi su una visione comune dell'ecosistema salute italiano

L’industria del farmaco italiana non crede alle proprie orecchie. All’Assemblea di Farmindustria dell’8 luglio 2021 va in scena quello che a tutti gli effetti è un sodalizio da tanto tempo sognato dagli imprenditori nostrani ma che, nei fatti, ha sempre stentato a decollare. Niente di ufficiale, nessuna cerimonia, nessuna stretta di mano. Il tutto si è concretizzato o quantomeno manifestato, nelle parole dei relatori che si sono avvicendati sul palco dell’evento (in parte fisico e in parte digitale). E non parliamo di relatori qualsiasi, ma di ministri della repubblica ed esponenti di spicco della farmaceutica del Bel Paese. Il “sì lo voglio” da entrambe le parti si è nascosto nelle relazioni che il ministro della Salute Roberto Speranza, il presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi e il presidente di Confindustria Carlo Bonomi hanno declamato dal palco contraddistinte da una terminologia praticamente identica. Facendo riferimento, per esempio, all’annosa questione del payback e dei tetti di spesa, tutti e tre gli interlocutori hanno parlato di un “mondo che non c’è più” e di una governance che deve cambiare per lasciar correre l’innovazione del Paese.

Di payback e investimenti pubblici

Hanno detto le stesse parole. Sia Speranza che Scaccabarozzi, con l’eco finale di Bonomi, hanno fatto preciso riferimento alla necessità che i silos di spesa vengano superati, così come sia superato anche il meccanismo del ripiano della spesa tanto ostico alle industrie del farmaco. “Sono stati i 18 mesi più terribili e difficili per il nostro Paese – chiosa Speranza – ma l’industria c’è sempre stata. Oggi abbiamo l’obbligo di riforme che il paese aspetta da troppo tempo, a partire dal rivedere un modello di programmazione della spesa sanitaria ancora organizzato in silos chiusi. Un modello di un tempo che non c’è più e che dobbiamo metterci definitivamente alle spalle. Tetti e payback devono esser superati siamo in un’altra fase”. Il discorso del ministro rientra, però, all’interno di un quadro complessivo molto più ampio. La farmaceutica per capacità produttiva e di ricerca è destinata a diventare una delle attività economiche primarie del Paese. Più di quanto non lo sia ora. Durante l’evento è stato ribadito più volte il concetto che il pharma potrebbe benissimo rientrare all’interno delle strategie governative per tutelare la sicurezza nazionale. Un tema che era già emerso nel 2020 con l’arrivo di Covid, ma che ora potrebbe prendere davvero consistenza. La salute è vista come propulsore economico su cui però c’è ancora da fare qualche ritocco. La volontà di eliminare il payback o di mettere mano alla struttura delle gare pubbliche (delle quali l’industria lamenta il dogma del prezzo al ribasso a scapito di quello dell’innovatività) rientrerebbero all’interno di una visione in cui l’ecosistema healthcare è trainante per tutta l’economia italiana. Lo ha fatto capire molto bene anche Giancarlo Giorgetti ministro dello Sviluppo economico, primo a intervenire durante l’assemblea: “Dobbiamo, da un lato, prevedere fondi per affiancare le imprese del farmaco che affronteranno la sfida della produzione, ma dall’altro intervenire dal punto di vista regolatorio, perché in Italia paghiamo la scarsa attrattività, anche dal punto di vista regolamentare. Va trovata la misura tra intervento pubblico e ruolo del privato. Se guardiamo l’ammontare degli investimentin R&d rispetto ad altri Paesi del mondo il confronto è impietoso. È necessario il sostegno pubblico”.

Oltre il patto di stabilità

Nell’ottica di salvaguardare proprio la sicurezza dei cittadini, gli imprenditori chiedono che la politica ai faccia carico di gettare il cuore oltre l’ostacolo e di svincolare le spese dal patto di stabilità imposto dall’Ue. “Proprio dal Pnrr possono ora arrivare i finanziamenti necessari per la reingegnerizzazione del Ssn – spiega Scaccabarozzi – e per gli investimenti nella filiera della salute. Sarebbe questo il momento opportuno per sostenere che tutte le spese dedicate a questa filiera siano escluse dal Patto di stabilità e più in generale dai vincoli europei. Sono investimenti per il futuro alla stregua delle spese in R&S”. Giorgetti alza il tiro. A suo avviso bisognerebbe sfruttare meglio lo strumento del Temporary framework approvato dall’Ue il 19 marzo 2020 (e in scadenza a dicembre 2021) per concedere flessibilità agli Stati di investire per far ripartire l’economia. Nel 2020 e in buona parte nel 2021, l’Italia ha sfruttato questa libertà per sostenere le difficoltà dei trasporti aerei (Alitalia su tutte), ma secondo il ministro anche la farmaceutica dovrebbe beneficiare di interventi così corposi.

Dalle parole ai fatti

Il Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) è lo strumento per imboccare la strada giusta. L’industria si sfrega le mani ripensando all’apertura che Speranza e Giorgetti hanno dimostrato durante l’assemblea, ma a raffreddare gli animi, però, ci pensa la cautela di Bonomi. Il presidente di Confindustria mette in guardia e lancia qualche stoccata: “Speriamo di vedere i fatti. Bisogna dire basta ad anni di promesse non mantenute. Non è possibile – continua il numero uno degli imprenditori – che la compartecipazione alla spesa pubblica sia tutta sulle spalle dell’industria farmaceutica. È inaccettabile”. E si toglie anche qualche sassolino dalle scarpe: “La vostra industria (parlando alla platea, ndr) è stata vittima di attacchi feroci e incomprensibili, dipinta come un settore che pensa solo al profitto. Eppure – ricorda Bonomi – il costo per produrre un farmaco è aumentato vertiginosamente. Vent’anni fa costava 1,2 miliardi di euro. Oggi due miliardi. Il brevetto poi copre per 20 anni dalla scoperta. Considerando 10 anni per sviluppare una molecola e due per immetterla sul mercato rimangono solo otto anni per ammortizzare gli investimenti. Bisogna quindi rafforzare il confronto con le autorità regolatorie perché la pandemia ha messo sotto gli occhi di tutti quanto sia necessario accelerare certi processi. Non possiamo permettere – conclude Bonomi – che le autorizzazioni che arrivano da altri Paesi rendano gli altri più attrattivi e competitivi di noi”.

L’ostacolo delle regole?

In tutto questo bollire di propositi per supportare con soldi pubblici l’industria del farmaco emerge anche il tema del regolatorio. Oltre a Bonomi, anche Giorgetti ha toccato il punto. “C’è la disponibilità del Governo ad affiancare con fondi ad hoc le industrie, ma non possiamo negare che paghiamo una scarsa attrattività anche a casua dell’ambiente regolatorio. Ci vuole un ambiente che renda più attraente la nostra economia”. Gli ha fatto eco ovviamente Scaccabarozzi che nei suoi quattro punti delle azioni da intraprendere subito inserisce, manco a dirlo, lo snellimento della burocrazia, in testa l’accelerazione dei processi approvativi (gli altri tre sono azioni legate al finanziamento rapido della ricerca, adeguamento della governance e del superamento delle vecchie logiche di spesa, riconoscimento della tutela brevettuale). “Le Autorità regolatorie hanno attivato dinamiche di lavoro nuove e senza precedenti. A cominciare dalla rolling review attuata dall’Ema che ha permesso di seguire passo dopo passo lo sviluppo della ricerca verificando sicurezza ed efficacia dei vaccini. Dovrebbe essere la regola. Ciò – ha detto Scaccabarozzi – ha contribuito allo sviluppo di 290 progetti di vaccino, 105 dei quali in fase clinica e finora a 4 autorizzazioni all’immissione in commercio in Europa. Alle quali potrebbero seguire a breve altre. Ma la ricerca, rivoluzionaria, radicale, incrementale e di processo, è andata comunque avanti in ogni area terapeutica. Con 55 farmaci autorizzati nell’Ue dall’Ema nel 2020 rispetto ai 33 del 2019. E tra questi non possiamo non citare quanto fatto in ambito di ricerca covid per avere a disposizione anticorpi monoclonali, antivirali, derivati del plasma. Questa stagione ha indotto i regolatori a ripensare il loro tradizionale modo di operare. Seguiamo quindi con attenzione il processo di autoriforma avviatosi nell’Ema confidando costituisca un modello positivo anche per le autorità o agenzie nazionali”.

Investimenti futuri di 4,7 miliardi

Mentre Bonomi auspica che la politica faccia la sua parte e Speranza e Giorgetti si preoccupano di dare seguito a quanto detto, il Life science italiano è pronto a investire quasi cinque miliardi nei prossimi tre anni. “Inoltre, solo in Italia, nella logica di un Pnrr solido e attrattivo, abbiamo pronti 4,7 miliardi di investimenti aggiuntivi in tre anni, in produzione e ricerca, con progetti facilmente cantierabili che potrebbero portare ottomila nuovi posti di lavoro solo nelle nostre imprese. In questa stessa logica di attrazione degli investimenti si colloca anche l’obiettivo di potenziare e riorganizzare l’Agenzia del Farmaco. Pesano su di essa certamente il sottodimensionamento dell’organico rispetto agli altri Paesi, la complessità di alcune procedure, l’impostazione tradizionale nella valutazione dei prezzi. Ogni ritardo si riverbera nella condizione dei pazienti”, ha detto il numero uno di Farmindustria.