Oceani in salute, il futuro del pianeta passa da un’economia blu

L'Europa punta i riflettori su un ecosistema che impiega 4,5 milioni di persone e genera un fatturato di oltre 650 miliardi di euro. Nonostante l'impatto di Covid-19, il settore è in crescita. Ma la vera partita si gioca nella lotta al cambiamento climatico. Dal numero 190 di AboutPharma Animal Health

Servono oceani in salute per garantire un futuro al nostro pianeta. Lo ha detto senza peli sulla lingua Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione europea e commissario per il clima e il Green deal, lo scorso maggio, in occasione della presentazione di un documento della Commissione volto a indirizzare la comunità verso un nuovo approccio nei confronti dell’economia blu. “Inquinamento, pesca eccessiva e distruzione degli habitat, associati agli effetti della crisi climatica, sono tutti fattori che minacciano la ricca biodiversità marina da cui dipende l’economia blu”, ha avvisato il politico olandese. Parole che suonano profetiche, in particolar modo alla luce di quanto successo qualche settimana dopo in Canada. A inizio luglio, a Vancouver, un’ondata di caldo record (che pare abbia sfiorato i 50 gradi) ha ucciso oltre un miliardo di animali marini lungo la costa del Pacifico. L’economia blu, peraltro, sussurra all’orecchio della finanza mondiale, stimolando l’appetito degli investitori. A confermarlo sono le parole di My-Lihn Ngo, head of Esg investment del fondo londinese BlueBay asset management, che di recente ha messo in guardia la comunità finanziaria in merito al fatto che “i pozzi di assorbimento del carbonio sono diventati cruciali nella lotta contro il cambiamento climatico. Si tratta di aree che assorbono una quantità di carbonio superiore a quella che emettono. A questo proposito non dobbiamo sottostimare il potere degli oceani”. La blue economy, quindi, è al centro delle agende istituzionali globali e, nonostante l’impatto di Covid-19 abbia rallentato la crescita del settore, nei prossimi anni è ipotizzabile una ripresa significativa.

Il contesto

Focalizzando l’analisi sul perimetro europeo, i dati raccolti in un recente rapporto della Commissione Europea (“The Eu blue economy report 2021”), ci dicono che l’economia blu comprende tutte le industrie e i settori economici connessi agli oceani, ai mari e alle coste, sia che si svolgano direttamente nell’ambiente marino (trasporti marittimi, prodotti ittici, generazione di energia) che sulla terraferma (porti, cantieri navali, infrastrutture costiere). Secondo il documento comunitario, i settori dell’economia blu occupano direttamente 4,5 milioni di persone e generano un fatturato di oltre 650 miliardi di euro. Una porzione di economia continentale che non può essere sottovalutata e che negli ultimi anni ha garantito performance rilevanti, in particolar modo in alcuni comparti. Tra quelli che il report definisce “settori consolidati”, infatti, va menzionato il trend emerso nell’ambito delle risorse biologiche: con un utile lordo valutato in 7,3 miliardi di euro nel 2018 ha registrato un aumento del 43% rispetto al 2009 (5,1 miliardi di euro). Il fatturato raggiunto, 117,4 miliardi di euro, vale il 26% in più rispetto al 2009. Mentre nel campo delle energie rinnovabili marine (eolico offshore), la tendenza in crescita riguarda l’occupazione, che ha fatto registrare un incremento del 15% nel 2018 (rispetto al 2017).

L’impatto della pandemia sul settore

Così come in altri comparti industriali, anche nel settore della blue economy Covid-19 ha impattato in maniera significativa. A testimoniarlo sono ancora una volta i numeri: le previsioni economiche della Commissione Europea stimano che l’economia dell’Ue si contrarrà del 6,3% nel 2020 prima di recuperare con una crescita del 3,7% nel 2021 e del 3,9% in 2022. Tuttavia, l’impatto economico della pandemia è molto diverso in tutta Europa e lo stesso vale per le prospettive di ripresa. Un effetto legato alla diffusione del virus, alle misure di salute pubblica adottate da Paese a Paese, e, in generale, alla risposta delle singole politiche nazionali. La perdita di posti di lavoro e l’aumento della disoccupazione hanno messo a dura prova i meccanismi di sussistenza di molti cittadini europei. Nel terzo trimestre del 2020, il tasso di disoccupazione ha recuperato dopo un calo significativo nel primo semestre dell’anno dello 0,9%, contribuendo a un calo su base annua del 2,1% rispetto all’ultimo trimestre del 2019. Dopo un picco a luglio, corrispondente a una disoccupazione tasso del 7,8%, il numero dei disoccupati si è stabilizzato in dicembre al 7,5%. Quest’ultimo dato corrisponde a una percentuale dell’1,2 di differenza di punti con il dato di febbraio 2020.

Le iniziative europee

Per incentivare la ripresa nel campo dell’economia blu, l’Unione europea ha attivato una serie di strumenti finanziari a sostegno del settore. L’obiettivo comunitario si sta muovendo affinché tutti i comparti della blue economy, tra cui pesca, acquacoltura (si veda articolo di approfondimento nelle pagine successive), turismo costiero, trasporto marittimo, attività portuali e costruzioni navali, riducano il loro impatto ambientale e climatico. In altre parole, la mission dell’Unione si base sulla convinzione che per affrontare la crisi climatica e la crisi relativa alla biodiversità siano necessari mari in salute e un uso sostenibile delle loro risorse, al fine di creare alternative ai combustibili fossili e alla produzione alimentare tradizionale.

Fondo per la pesca sostenibile

Una delle iniziative europee più recenti riguarda il settore della pesca. Lo scorso 6 luglio, il Parlamento europeo ha adottato in via definitiva il fondo per la pesca sostenibile 2021-2027. Si tratta di uno strumento da 6,1 miliardi di euro per sostenere l’economia blu, proteggere la biodiversità e promuovere la governance internazionale degli oceani. Il nuovo fondo europeo per gli affari marittimi, la pesca e l’acquacoltura (Feampa) incoraggia i Paesi Ue a investire per rendere i settori della pesca e dell’acquacoltura più competitivi e per sviluppare un’economia sostenibile, nuovi mercati e tecnologie oltre a proteggere e ripristinare la biodiversità. La policy del fondo prevede che almeno il 15% degli stanziamenti nazionali dovrà essere speso in azioni per favorire il controllo della pesca e la raccolta di dati per contrastare la pesca illegale e non regolamentata. Su richiesta del Parlamento europeo, gli Stati membri dovranno prendere in considerazione le esigenze della piccola pesca costiera e precisare le misure che intendono adottare per aiutarla a svilupparsi. Inoltre, il Fondo compenserà i costi aggiuntivi che queste regioni affrontano a causa della loro posizione remota. Per portare i più giovani nelle comunità di pescatori, dove l’età media supera i 50 anni, il nuovo Feampa può finanziare la prima imbarcazione o la proprietà parziale (di almeno il 33%) per i pescatori che, alla data di presentazione della domanda di sostegno, non superino i 40 anni e che abbiano lavorato per almeno cinque anni come pescatori (o acquisito un’adeguata formazione).

Altre iniziative

Già a partire dal 2020, l’Unione europea ha incentivato attività di finanziamento dell’economia blu. Per citarne qualcuno, il Fondo europeo per gli affari marittimi, la pesca e l’acquacoltura – in particolare la sua piattaforma “BlueInvest” e il fondo BlueInvest – punta a sostenere la transizione verso catene del valore più sostenibili basate sulle attività relative a oceani, mari e zone costiere. Peraltro, al fine di finanziare ulteriormente la trasformazione la Commissione ha esortato gli Stati membri a includere investimenti per un’economia blu sostenibile nei loro piani nazionali per la ripresa e la resilienza e anche nei loro programmi operativi nazionali per vari fondi Ue da qui al 2027. A questo obiettivo contribuiranno, inoltre, anche altri programmi dell’Ue, come quello di ricerca Horizon Europe, e la creazione di una missione specifica su oceani e acque.

Lo scenario italiano

Spostando i riflettori sul contesto italiano (si veda la tabella di riferimento), la blue economy nazionale impiega oltre 528 mila persone e genera oltre 23,7 miliardi di euro di Valore aggiunto lordo (Val). Nel 2018, ha contribuito per il 2,3% ai posti di lavoro nazionali e per l’1,5% al Val nazionale. Guardando al mercato del lavoro, i cosiddetti “Blue jobs” sembrano essere in ripresa, anche se a un ritmo più lento: in termini assoluti, infatti, sono diminuiti del 13,5% rispetto al 2009, mentre il Val è aumentato dell’11,1%, esattamente quanto quello nazionale. A parte Il trasporto marittimo e, in misura minore, le risorse biologiche marine, tutti gli altri settori hanno registrato un calo significativo dell’occupazione rispetto al 2009. Su questo fronte, solo le risorse marine non viventi hanno visto una diminuzione sostanziale del Val (-60,5%) rispetto al 2009. La blue economy in Italia è in gran parte dominata dal turismo costiero, che ha contribuito per il 58,1% all’incremento delle “professioni blu” e per il 44,2% al Valore aggiunto lordo nel 2018. Anche le risorse biologiche marine e il trasporto marittimo contribuiscono in modo importante all’economia di settore generando il 14,1% e il 13,1% di posti di lavoro e rispettivamente 11,2 e 20,1% del Val. In effetti, tutti i settori blu consolidati contribuiscono in modo importante all’economia italiana, fatta eccezione le risorse marine non viventi e dalle energie rinnovabili marine. A livello Ue e in termini di generazione di Val, l’Italia è al secondo posto nel campo del trasporto marittimo, che produce il 16% del totale Ue, terzo nel turismo costiero (13%), risorse marine non viventi (19%) e cantieristica e riparazione (19%), quarto nelle risorse biologiche marine (14%) e nelle attività portuali (9%). Secondo l’analisi europea è ipotizzabile un ulteriore deterioramento delle risorse marine non viventi, causata dal fatto che il Parlamento italiano ha approvato una moratoria (fino al 30 settembre 2021) sulla concessione delle trivelle. La moratoria, che potrebbe essere prorogata, dà al governo il tempo di concordare un nuovo “piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee”, volto a definire le aree geografiche in cui devono essere svolte le attività di esplorazione e produzione consentite in futuro.