Gli italiani si fidano dei farmaci, ma sul generico ancora poca informazione

Nove su dieci sanno che “costa meno”, ma solo il 34% è sicuro dell'equivalenza con il medicinale di riferimento e l'incertezza influenza le scelte di acquisto. I risultati di un sondaggio Swg per Egualia

Gli italiani si fidano dei farmaci

Gli italiani credono nei farmaci, ma sono ancora poco informati su quelli generici. È quanto emerge da un’indagine, su un campione di oltre 4.500 cittadini, condotta da Swg per Egualia, l’associazione delle imprese di medicinali equivalenti e biosimilari. I risultati della ricerca – che ha esplorato più in generale il rapporto degli italiani con la salute al tempo della pandemia – sono stati presentati nel corso di un convegno a Roma, assieme al report “Cittadini e cura delle cronicità” di Cittadinanzattiva.

Il rapporto con i farmaci

“Il farmaco è percepito soprattutto come uno strumento che ci consente di vivere meglio, frutto di studi e tecnologia, ma che va sempre usato con grande attenzione. In questo quadro i rejector dei farmaci rispetto al 2018 sono scesi dal 12% al 9%”, spiega Riccardo Grassi, direttore di ricerca di Swg. I “rejector” sono una minoranza scettica verso l’uso dei medicinali, paragonabili ai no-vax, che ritengono i farmaci “qualcosa di cui si potrebbe fare a meno” (4%) o “un mezzo per fare soldi da parte delle multinazionali” (5%).

Luci e ombre sui generici

L’indagine Swg esplora poi il rapporto degli italiani con i farmaci generici. Non mancano le contraddizioni: il 75% dichiara di aver ben presente cosa si intende quando si parla di farmaci generici o equivalenti, il 90% riconosce che questi costano meno, ma solo il 34% è certo che l’equivalente sia uguale al farmaco di marca di riferimento. Il 23% afferma di conoscere “solo vagamente” i generici e un residuale 2% di non conoscerli affatto. Non si registrano, invece, forti differenze nella fiducia verso le aziende farmaceutiche produttrici di farmaci “griffati” o generici: il tasso di fiducia si attesta al 61% per le prime e al 60% per le seconde.

Al momento dell’acquisto

“I dati – commenta Grassi – evidenziano complessivamente un livello di informazione non sufficientemente accurato che si traduce in una chiara discriminante all’acquisto”. Il 29% del campione acquista “spesso” farmaci generici. Il 40% “occasionalmente” e il 31% non li acquisto a lo fa solo raramente. Tuttavia, alla domanda “se disponibile, quale farmaco preferirebbe acquistare?” il 44% risponde “generico/equivalente”, il 34% “il farmaco consigliato dal medico o dal farmacista” e il 22% un farmaco di marca. Quest’ultimo gruppo motiva la risposta soprattutto con l’abitudine e la diffidenza verso il generico per quanto riguarda qualità ed efficacia. Nel processo di scelta il ruolo dei medici e dei farmacisti appare centrale: il 66%, prima di acquistare un farmaco, “si fida di quello che ha indacato il medico” (21% nel caso del farmacista) e solo dopo legge le indicazioni del foglietto illustrativo. Sia nell’acquisto di farmaci da banco che per i farmaci prescritti dal medico, solo una percentuale compresa tra il 20% e il 25% del campione afferma di chiedere sempre di poter avere il farmaco generico. Il 44% non sa in quali casi, secondo la legge, il farmacista debba informare il paziente sull’eventuale disponibilità in commercio di farmaci equivalenti a un prezzo inferiore. Il 10% ritiene che questa regola valga solo per i farmaci di classe A, l’11% che si limiti a quelli di fascia C.

La tendenza a scegliere un farmaco equivalente o un farmaco di marca cambia anche in funzione del tipo di medicinale che si deve acquistare: il 61% degli intervistati acquisterebbe sicuramente un antidolorifico o un antinfiammatorio equivalente. Solo il 35% un anticoncezionale. Eppure sono tanti gli anticoncezionali generici dotati di nomi di fantasia.

La salute del comparto

Nel nostro Paese i generici sono arrivati molti anni dopo rispetto ad altri Paesi. Ma nel tempo il gap si è comunque ridotto.“Abbiamo una quota di mercato – spiega il presidente di Egualia, Enrique Häusermann – di poco più del 30% per quanto riguarda i farmaci collegati al Servizio sanitario nazionale, per cui non siamo troppo lontani da altri Paesi. È chiaro che se facciamo il confronto con la Germania, dove sono partiti nel 1975, la quota di mercato è del 60% e le condizioni sono diverse. Non sempre le istituzioni ci hanno aiutato. Sono state fatte alcune iniziative nei primi anni 2000, ma non hanno avuto il risvolto meritato. Il comparto degli equivalenti malgrado tutto – sottolinea Enrique Häusermann – continua a crescere in termini di quote di mercato. Viceversa nel 2020 c’è stato un calo dei farmaci a marchio, per cui siamo fiduciosi. I tabù che si manifestavano negli anni passati sono praticamente scomparsi. Ci sono delle sacche di resistenza – conclude Häusermann – dovute al fatto che all’italiano piace il marchio”.

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