Sperimentazione animale, lavori in corso sui metodi alternativi

Al momento non è possibile considerarli come sostitutivi, ma l’Unione europea ha indicato la direzione. In Italia si rendono disponibili fondi dedicati e si lavora sulla formazione. Ne parla Cristina Limatola, presidente del Comitato nazionale per la protezione degli animali usati a fini scientifici. Dal numero 10 di Animal Health

L’Europa muove con decisione per favorire lo sviluppo dei metodi alternativi alla sperimentazione animale al fine di mettere a punto nuove terapie destinate all’impiego sull’uomo e in veterinaria. La volontà europea si evince nelle ultime prese di posizione da parte del Parlamento con un’apposita risoluzione sul tema e dell’Ema (European medicines agency), che, lo scorso settembre, ha varato la piattaforma Innovation task force (Itf), un luogo dedicato al confronto tra gli enti regolatori e gli sviluppatori di farmaci. Al centro dei lavori, e obiettivo dell’Itf, si trova il principio 3R (Replace, Reduce, Refine), ovvero sostituire, ridurre e perfezionare le metodologie sperimentali avvalendosi di nuove tecnologie, non basate sull’impiego di animali. Si parla, in questo caso di New approach metodologies (Nam), cioè di nuovi metodi e approcci finalizzati alla valutazione dell’innovazione farmacologica. La piattaforma, che sarà totalmente gratuita per i partecipanti, intende definire le priorità e accelerare l’integrazione dei metodi alternativi ai modelli animali, in linea con la strategia “Regulatory science to 2025” dell’Ema.

Integrativi, in parte alternativi ma non sostitutivi

In Italia il tema è al centro dei lavori del Comitato nazionale per la protezione degli animali usati a fini scientifici, presieduto da Cristina Limatola, ordinario di Fisiologia dell’Università La Sapienza di Roma. A fronte delle prese di posizione delle istituzioni europee, la presidente tiene a precisare un punto: “Il fatto di utilizzare metodi alternativi alla sperimentazione animale è un approccio normale nella ricerca medica. Di fatto la attuale normativa richiede che prima di testare un animale ci si debba accertare e dimostrare che la sperimentazione in vitro non è sufficiente per rispondere al quesito sperimentale proposto. In quasi tutti i lavori scientifici al modello animale si accostano altri metodi, e non da oggi. Noi preferiamo parlare di metodi alternativi, non sostitutivi rispetto alla pratica sull’animale. In questo senso, non abbiamo metodi che possono sostitutire completamente il modello animale, non è realistico pensarlo in questo momento. Sicuramente – continua – alcuni studi tossicologici si avvalgono ora di animali come il Limulus polyphemus (granchio reale), che possono sostituire la soppressione di altri animali”.  Nel caso del Limulus, infatti, si preleva solo la sua emolinfa e non è necessario provocare la morte dell’animale. Il sistema Limulus è ora utilizzato per certificare farmaci, impianti e protesi. “Va detto che per la loro innovatività, gli studi che utilizzano organoidi, organs on chips o tecniche di microfluidica – segnalate da Ema – sono molto apprezzati dalla comunità scientifica. Tuttavia, ad oggi, studi che si basino esclusivamente su queste tecniche non sostituiscono la ricerca che utilizza animali”.

Limiti oggettivi, resta molto lavoro da fare

Siamo indubbiamente di fronte a un progresso rispetto alla pratica in vitro classica “che ancora utilizziamo ma che resta un sistema a due dimensioni”, precisa Limatola. “I nostri organi invece sono tridimensionali e interagiscono con altri organi e sistemi: il fatto di sviluppare strutture in vitro tridimensionali rappresenta un avanzamento importante dal punto di vista culturale e scientifico. Non si ricreano veri organi, ma sicuramente otteniamo un insieme di cellule in  una struttura più complessa rispetto alla piastra. In più, la microfluidica consente di mimare, pur saltando alcuni step di complessità, il microambiente in cui le cellule si trovano a contatto con molecole endogene o farmaci. Sicuramente i modelli in vitro e ex vivo non ci permettono di fare osservazioni longitudinali, cioè prolungate nel tempo. Devo dire anche che, in realtà, siamo ancora lontani dal ricostruire la complessità delle risposte di un organismo che non si nutre solo dalla comunicazione tra organi ma anche dai segnali che arrivano dalla nostra interazione con l’ambiente, tra cui gli stimoli di carattere sociale e i così detti stili di vita. La ricerca ci dice che siamo molto più complessi di quanto pensavamo e che abbiamo bisogno di più sistemi sperimentali per fare osservazioni valide dal punto di vista scientifico”.

Un esempio: la ricerca sui tumori cerebrali

Nello studio di farmaci ideati contro i tumori cerebrali si possono usare le cellule del paziente oppure colture cellulari di glioma o gliobastoma in vitro per capire qual è la responsività a un farmaco. “Un ottimo sistema – fa notare la cattedratica – purtroppo però il cervello è circondato dalla barriera ematoencefalica che non lascia passare facilmente tutti i  farmaci: non è detto quindi che i risultati ottenuti in vitro sugli effetti di una molecola sulla crescita tumorale, seppur eclatanti, siano replicabili in vivo. Inoltre, si è visto che il tumore cerebrale si nutre anche della comunicazione con le altre cellule del cervello, quelle immunitarie o con i segnali che arrivano dal microbiota intestinale. Stili di vita, alimentazione e attività fisica sono parte in causa. Tutto questo può determinare anche la nostra risposta a terapie convenzionali o all’immunoterapia. In sostanza, per aumentare la nostra conoscenza di questa patologia e sviluppare terapie efficaci, abbiamo bisogno di utilizzare diversi approcci sperimentali che comprendano anche modelli animali, poiché ognuno, singolarmente, ci fa luce solo su parte del problema. Continuare nello studio dei metodi alternativi che integrino quelli convenzionali è comunque un passaggio importante, anche perché tiene conto di importanti e condivise motivazioni etiche. Dobbiamo però essere consapevoli del fatto che le nostre attuali conoscenze non ci permettono di fare a meno degli animali nella ricerca biomedica”.

Il Parlamento europeo prende posizione

In questo panorama si inserisce la recente risoluzione del Parlamento Ue finalizzata ad accelerare i piani e le azioni per la transizione verso un’innovazione non basata sull’utilizzo di animali nella ricerca (2021/2784 RSP, 16 settembre 2021). Per i rappresentanti di Strasburgo occorre prevedere meccanismi di finanziamento preferenziale degli studi relativi alle ricerche sui metodi animal-free, che, in questo momento, sono gravati da costi aggiuntivi e conseguenti necessità di investimento. Ne deriva un invito esplicito alla Commissione, al Consiglio e agli stati membri dell’Unione a rendere disponibili finanziamenti sufficienti a garantire lo sviluppo, la convalida e l’introduzione dei metodi alternativi all’uso di animali. Il Parlamento, inoltre, richiama la Commissione a un maggior impegno nell’attuazione dei regolamenti sulla sicurezza delle sostanze chimiche e di altri prodotti. E ricorda che l’articolo 13 del regolamento Reach (Registration, evaluation, authorisation and restriction of chemicals, Regolamento (CE) n.1907/2006) già prevede che i requisiti relativi ai metodi di prova siano aggiornati non appena si rendano disponibili metodi non basati sugli animali. Un passaggio importante della risoluzione sottolinea l’importanza del settore privato e delle start-up che si spendono su questo fronte di ricerca e sviluppo: si ritiene che il privato debba essere pienamente coinvolto nel processo di cambiamento riservando agli enti governativi il compito di coordinare e promuovere un dialogo costruttivo.

Benessere animale, la comunità scientifica denuncia troppe restrizioni

Permangono alcuni scogli da superare, anche relativi alle modalità di recepimento della direttiva europea 63/2010 convertita in legge nazionale nel 2014 sull’impiego di animali per fini scientifici. Il tutto si lega strettamente con lo sviluppo dei metodi alternativi che però, come detto, non sostituiscono del tutto l’animale. L’Italia ha adottato un’interpretazione più restrittiva rispetto agli altri Paesi europei. “La sensazione della nostra comunità di ricerca è che, nel prendere le decisioni, non si seguano abbastanza i criteri scientifici, ma spesso quelli di carattere più politico. Noi vorremmo che si applicasse lo stesso rigore che riserviamo al lavoro di ricerca alle decisioni politiche che riguardano la ricerca scientifica. Il disagio si vede, ad esempio, nel settore dedicato agli studi sulle sostanze d’abuso e gli xenotrapianti: per questi studi l’Italia ha recepito la Direttiva europea in modo diverso dagli altri paesi, vietandoli. Questo ha fatto sì che l’Europa aprisse una procedura di infrazione nei nostri confronti e, ogni anno, il Parlamento italiano affronta questo tema e valuta la possibilità di concedere deroghe al divieto. Questo clima di incertezza inoltre determina un problema di competitività per i nostri ricercatori che tentano di accedere a finanziamenti europei per studi in questi campi, non potendo garantire continuità nell’attività di ricerca. Va anche detto, però, che complessivamente la direttiva europea ha aiutato a mettere ordine nel sistema della sperimentazione animale a fini scientifici, promuovendo forme di regolamentazione di cui per molti aspetti si sentiva l’esigenza”.

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L’Italia stanzia fondi ad hoc: non manca qualche perplessità

Il ministero della Salute ha decretato lo stanziamento di 1,6 milioni di euro all’anno per il 2021 e2022 a favore di Istituti profilattici, enti pubblici di ricerca e università impegnati sul fronte dei metodi sostitutivi alla sperimentazione animale (GU n.233, 29 settembre 2021). Il nuovo atto si pone sulla scia del Decreto Milleproroghe 2020 che già aveva previsto un finanziamento pari a6 milioni di euro in tre anni. I primi due milioni di euro relativi al 2020, però, sono andati persi. Non quelli relativi a quest’anno e al prossimo, come fa notare la Lav (Lega anti vivisezione), che chiede contestualmente più risorse economiche considerati gli ingenti finanziamenti assegnati alla ricerca che fa uso di animali e una norma definitiva, senza il vincolo di rinnovo triennale. In più la Lav ha richiesto e ottenuto che i fondi non siano più destinati esclusivamente agli Istituti zooprofilattici ma anche agli enti pubblici e alle università, per promuovere una maggiore diffusione delle alternative alla ricerca sull’animale. “Il problema principale – spiega al proposito Cristina Limatola – è che i soldi riservati alla ricerca, cono senza l’uso di animali sono troppo pochi. L’ultimo decreto in Gazzetta, centrato sui metodi alternativi, ha portato all’identificazione a monte dei soggetti beneficiari, un approccio che a mio parere andrà un po’ corretto. Il finanziamento alla ricerca con fondi pubblici deve essere accessibile a tutti gli enti di ricerca e alle università cheabbiano gli strumenti per portarla avanti e questo deve essere valutato attraverso bandi pubblici. In questo caso specifico si darebbe l’opportunità di avere finanziamenti per la ricerca di metodi sostitutivi agli animali anche a quei laboratori che non hanno mai lavorato su questo argomento specifico, ma che hanno idee innovative da proporre. Non dovrebbero esserci vie preferenziali e selezioni a monte”.

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Decreto formazione, ora bisogna passare alle vie di fatto

Sul versante della sperimentazione sugli animali, la Direzione generale della Sanità animale del ministero della Salute, riprendendo il Decreto legislativo n.26/2014, ha appena rilasciato le attese linee guida che dettagliano le caratteristiche dei titoli e della formazione, quest’ultima erogabile da qualsiasi provider accreditato nel sistema ECM (Educazione Continua in Medicina) e dalle Università. Tra l’altro, si definisce in dettaglio la formazione di figure importanti come quella “responsabile del benessere animale” e del “membro scientifico”. Prescrizioni dettate anche agli allevatori, fornitori e utilizzatori tenuti a disporre di “personale abilitato” e di un “medico veterinario designato” per garantire il benessere degli animali (Linee Guida relative del decreto ministeriale recante la disciplina sulla formazione degli addetti ai compiti e alle funzioni di cui all’art. 23, comma 2, del decreto legislativo n. 26/2014, in materia di protezione degli animali utilizzati a fini scientifici, 12 ottobre 2021). Le linee guida conseguono al decreto ministeriale rilasciato lo scorso agosto, poi recepito in Gazzetta Ufficiale (G.U. del 23/09/2021 n. 228).

“Il comitato che presiedo è un organo di consulenza del ministero della Salute”, riferisce Cristina Limatola. “Per noi il tema formazione è una priorità. Attualmente stiamo proprio analizzando le ricadute che il decreto formazione avrà sul sistema della ricerca italiano. Il nuovo decreto, annunciato nel 2014, inserisce i livelli minimi di formazione che il personale che lavora con gli animali dovrebbe avere. I diversi organismi preposti al benessere animale (OPBA), punto di partenza dei vari progetti sperimentali, dovranno rendere operativa tale attività di formazione. Andranno disegnati specifici corsi di formazione per il personale addetto ma anche tirocini pratici per verificare le competenze acquisite. In queste attività il comitato sta dando il proprio contributo, soprattutto per armonizzare le attività dei ricercatori e degli OPBA”.

Il capitolo formazione degli operatori è stato richiamato anche dalla risoluzione Ue di poche settimane fa (16 settembre 2021). È chiaro che i fondi per i metodi sostitutivi dovranno essere indirizzati ai ricercatori dotati di un adeguato know-how. Per il Parlamento occorre diffondere le conoscenze e le nuove pratiche a una più vasta platea, a livello laboratoristico e delle autorità competenti, “lavorando nel quadro di strutture internazionali per accelerare la convalida e l’accettazione di metodi alternativi”. L’istituzione europea sollecita la Commissione a lavorare con gli Stati membri anche per sensibilizzare, formare e riqualificare gli esperti delle valutazioni di sicurezza e i responsabili della valutazione dei progetti e delle decisioni in merito all’assegnazione dei finanziamenti sul fronte dei metodi sostitutivi alla ricerca sull’animale.