Distribuzione diretta dei farmaci: la Camera avvia un’indagine conoscitiva

Sotto la lente della Commissione Affari Sociali i medicinali del Prontuario ospedale-territorio (Pht) dispensati dalle Asl direttamente o tramite accordi con le farmacie: “Presunti risparmi si traducono in nuovi costi”

distribuzione diretta dei farmaci

I farmaci distribuiti ai pazienti tramite le Asl fanno davvero risparmiare? Muove da questo dubbio un’indagine conoscitiva avviata dalla Commissione Affari Sociali della Camera. L’iter dovrebbe concludersi entro il 30 giugno 2022, al termine di un ciclo di audizioni.

Distribuzione diretta e per conto

Nel dettaglio, l’iniziativa parlamentare s’intitola “Indagine conoscitiva in materia di distribuzione diretta dei farmaci per il tramite delle strutture sanitarie pubbliche e di distribuzione per conto per il tramite delle farmacie convenzionate con il Servizio sanitario nazionale e attuazione dell’articolo 8 del decreto-legge n. 347 del 2001 (legge n. 405 del 2001)”.

La distribuzione diretta prevede la dispensazione di medicinali agli assistiti per il tramite delle strutture sanitarie. Questo sistema consente alle aziende sanitarie di acquistare i medicinali del Pht (Prontuario ospedale-territorio) dalle aziende farmaceutiche a condizione di favore, con scontistiche superiori a quelle praticate alle farmacie private convenzionate con il Ssn, e di distribuirli tramite i presìdi sanitari pubblici. Questo tipo di distribuzione può avvenire anche attraverso specifici accordi con le farmacie territoriali, pubbliche e private, e diventa “distribuzione per conto”.

Pro e contro

“L’istituzione del meccanismo della distribuzione diretta del farmaco per il tramite di ospedali e aziende sanitarie locali – si legge nel programma dell’indagine conoscitiva – sembrerebbe legittimato dalle migliori condizioni di acquisto dei medicinali di cui godono, per legge, le strutture sanitarie pubbliche nei confronti delle aziende farmaceutiche. L’elemento di presunto vantaggio di questo meccanismo è il minor costo a carico del bilancio dello Stato per l’approvvigionamento e per la distribuzione del farmaco agli assistiti”.

Non mancano però i dubbi: “A fronte del risparmio derivante dalla minore spesa per l’acquisto, le strutture pubbliche sostengono notevoli costi sommersi (gestione delle gare, del magazzino, farmaci scaduti, furti, sprechi, personale dedicato, costi fissi di varia natura ecc.) che, sostanzialmente, annullano il presunto risparmio”.  E ci sarebbe anche un risvolto sociale ed economico a carico del paziente:  “La distribuzione diretta comporta – continua il documento – pesanti disagi per i malati e i loro familiari, costretti ad affrontare lunghe file e gravosi e onerosi spostamenti per ottenere medicinali che potrebbero più facilmente ritirare in una farmacia poco distante dalla propria abitazione anziché recarsi nell’unica e lontana struttura sanitaria pubblica, peraltro sottoposta ad orari di servizio limitati e penalizzanti per i cittadini. Sembrerebbe, dunque, che il presunto risparmio per le aziende sanitarie locali si traduca, troppo spesso, in un costo improprio posto a carico dei cittadini”.

Gli sprechi

Anche quando la sanità pubblica prova a limitare i disagi si generano nuovi costi: “Al fine di agevolare gli assistiti e limitarne gli spostamenti e quindi il disagio sociale ed economico, le strutture pubbliche distribuiscono considerevoli quantitativi di medicinali, sufficienti a coprire diversi mesi di terapia. Questo sistema, però, molto spesso determina problemi sia sotto il profilo della sostenibilità economica della distribuzione diretta sia sotto il profilo sanitario”.

Lo spreco è in agguato: “Appare evidente lo spreco di medicinali, e il conseguente spreco di denaro pubblico – sottolinea la Commissione – nel momento in cui il paziente è costretto a interrompere la cura per motivi diversi quali decesso, assenza di risultati terapeutici, cambio di terapia o effetti collaterali insostenibili. In tali casi, le confezioni consegnate e detenute dal paziente stesso al proprio domicilio non possono essere riconsegnate né alla struttura che le ha distribuite né in farmacia ma solo essere smaltite come rifiuti”.

L’aderenza alle cure

Sotto il profilo sanitario i deputati richiamano l’attenzione sull’aderenza terapeutica. “Il medico della struttura pubblica, infatti, dopo aver somministrato il farmaco, può visitare il paziente anche dopo sei mesi e non ha quindi la possibilità di verificare nel corso del tempo gli effetti della cura, il rispetto delle indicazioni terapeutiche ed eventuali difficoltà nell’utilizzo dei farmaci o effetti collaterali indesiderati. Al riguardo, andrebbe evidenziato, inoltre, che i malati cronici rispettano le indicazioni del medico per quanto riguarda la terapia farmacologica – la cosiddetta aderenza alla terapia – mediamente tra il 40 e il 50%. Ciò significa – sottolinea ancora la Commissione – che il paziente utilizza la metà, o meno della metà, dei farmaci che dovrebbe assumere per curare la malattia. Questo fenomeno, evidentemente causato dalla mancanza di costante monitoraggio del paziente, provoca un impatto negativo in termini di salute nonché economici. La mancata aderenza alle prescrizioni del medico, infatti, determina l’aggravamento della patologia, la necessità di ricoveri e cure più invasive e costose rispetto all’assunzione di farmaci”.

Le audizioni

Sull’argomento, la Commissione Affari Sociali prevede di sentire in audizione una pluralità di soggetti: ministro della Salute, Istituto superiore di sanità, Consiglio superiore di sanità, Aifa, Conferenza delle Regioni,  Agenas, Fnomceo, Fimmg, Federfarma, Pgeu, Fofi, Assofarm, Farmindustria, Egualia, Uefs, Sunifar, Adf, rappresentanti di Asl, Cittadinanzattiva, consumatori e Fondazione Cerm.