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Post Ema, ora è tempo di fare l’inventario degli accordi industriali

“Ora è tempo di fare l’inventario”. Diana Bracco, presidente e amministratore delegato dell’omonimo gruppo biofarmaceutico, riassume così il senso del roadshow delle aziende healthcare e pharma italiane in giro per mezza Europa per promuovere la candidatura di Milano. Un tesoretto di contatti, accordi, strette di mano, promesse strappate che non va sprecato, ma anzi va ottimizzato.

Accordi veri

Bracco, Menarini, Zambon e Chiesi sono solo alcuni degli attori che meglio si sono mossi nelle varie missioni diplomatiche. Ma le stesse Aifa e Farmindustria ha stretto collaborazioni con i rispettivi omologhi negli Stati visitati. Ma Riccardo Palmisano, presidente di Assobiotec, frena gli entusiasmi. “Se devo parlare di risultati concreti per le aziende e per il Paese, temo però che il lavoro dell’Ema abbia prodotto piuttosto poco. Mi auguro infatti che persa l’Ema, ora tutta l’energia positiva converga verso iniziative come Human Technopole.

Le aree geografiche interessate

La mappatura, anche geografica, degli accordi sta avvenendo in questi giorni. La rete di relazioni che le società italiane hanno creato si espande dall’area del Baltico fino alla Scandinavia. Ma ottimi rapporti ci sono anche con i Paesi del bacino del Mediterraneo. Non a caso proprio da quest’area sono arrivati voti certi per l’Italia durante le operazioni di voto. Portogallo, Grecia e Cipro, per fare dei nomi.

Il rapporto pubblico-privato

Uno degli aspetti più rilevanti che contraddistingue l’eredità della candidatura per l’Agenzia europea dei medicinali è la saldatura tra impresa privata e istituzione pubblica. Carlo Bonomi, presidente di Assolombarda ne è convinto. “Non sottovaluterei questo fattore perché non è così scontato. Il fatto che tutte le istituzioni abbiano lavorato insieme alle imprese private è stato un grande patrimonio su cui insistere e lavorare per il futuro. E anche vedere che governo, regione e comune, che indipendentemente dal pensiero politico lavorano per l’Italia è il segno di una politica che piace. Si va al di là degli steccati – continua Bonomi – avendo come obiettivo lo sviluppo del Paese. Attraverso le missioni economiche, come imprese ci siamo relazionati con i nostri partner nei 27 Paesi. Ma per quanto riguarda la comunità scientifica c’è stato un rafforzamento dei legami con il mondo accademico e della ricerca di tutta l’Ue27. Si è creato un network sia nel life science sia in settori industriali”.

Human Technopole

Anche se Ema non arriverà a Milano, c’è sempre il super polo della ricerca. L’apertura dello Human Technopole procede spedita tanto che in breve potrebbe già essere stato nominato il nuovo direttore generale. La scelta, infatti, è attesa entro gennaio 2018, di poco successiva, tra l’altro, alla consegna dei primi spazi nella sede di palazzo Italia e all’arrivo dei primi ricercatori. I primi quindici saranno selezionati a metà dicembre.

E adesso si corre per il Tribunale europeo dei brevetti

Ma le sfide per Milano non sono finite. La sede della Corte europea dei brevetti è stata dall’inizio attribuita a Londra e non poteva essere altrimenti visto il ruolo preminente del Regno Unito nei contenziosi farmaceutici paneuropei. La speranza che Milano potesse sostituire Londra è sorta per la prima volta dopo il voto di Brexit del giugno scorso che aveva peraltro messo in dubbio la stessa partecipazione del Regno Unito al Sistema del Brevetto unitario europeo.
Ma quale sarebbe il giro d’affari del Tub? “L’ufficio dei brevetti inglese – riferisce Anna Maria Bardone, presidente dell’Ordine dei consulenti in proprietà industriale – lo ha stimato in 200 milioni di sterline. Ma c’è chi parla addirittura di un miliardo di euro”.

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