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Comprendere i meccanismi dell’effetto placebo/nocebo per migliorare gli studi clinici

“Io risposi che era una certa pianta, ma che, oltre al farmaco, c’era una formula magica: se veniva cantata mentre si faceva uso del farmaco, il farmaco faceva guarire completamente. Senza la formula magica la pianta non era di nessuna utilità” (Parmenide, 155e. Dialoghi di Platone). In una chiave moderna le parole di Platone potrebbero essere usate per raccontare l’effetto placebo: per cui se anche il medicinale somministrato è privo di effetto terapeutico, il processo che vi è dietro la sua assunzione non lo è e fa diventare efficace anche una sostanza o un trattamento inerte.

Da tempo ormai gli scienziati stanno provando a capire come funziona l’effetto placebo e il corrispettivo effetto nocebo, che a differenza del primo porta a sviluppare gli effetti collaterali di un prodotto o un trattamento anche in presenza di un placebo. Oggi si sa che entrambi sono influenzati dalla comunicazione tra medico e paziente e dalle aspettative che quest’ultimo si crea, nel bene e nel male; dal contesto che circonda il soggetto e da altre caratteristiche del prodotto, come packaging e prezzo. Aspetti che possono inficiare i risultati di un trial clinico, per esempio, ma anche, come nel caso dell’effetto nocebo, portare i pazienti a interrompere il trattamento con conseguenze cliniche importanti. Comprenderne il funzionamento può evidentemente servire a controllare tali effetti (il placebo soprattutto) a favore dei pazienti stessi. Per esempio per contrastare l’abuso da oppioidi che da tempo affligge gli Stati Uniti.

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