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La ricerca farmacologica scommette su “vecchie droghe” che possono diventare cure

“Vecchie droghe” come Ketamina, mdma e psilocibina, famose negli anni ’70-’80 per i loro effetti stupefacenti, oggi sembrano rivivere una seconda giovinezza con un’ampia varietà di studi che ne stanno dimostrando l’efficacia per curare varie forme di depressione, il disturbo post traumatico da stress (Ptsd) e il dolore cronico associato a malattie terminali. Da circa un decennio a questa parte la ketamina, in particolare, ha attirato l’attenzione dei neuroscienziati di tutto il mondo: proprio a partire dalla sua rapida attività antidepressiva è stata rimessa in discussione la vecchia teoria delle monoamine con cui si spiega la depressione. Per oltre mezzo secolo infatti si è pensato che alla base del disturbo ci fosse un disequilibrio di neurotrasmettitori come noradrenalina, serotonina e dopamina. E così è, ma una parte importante sembra averla anche il sistema glutammatergico, fino a poco tempo fa non considerato. Tra tutte le vecchie molecole d’abuso oggi studiate per trovarne nuove applicazioni, la ketamina è senza dubbio quella che ha fatto maggiori passi avanti. Sono diverse le aziende farmaceutiche che hanno deciso di investire nel settore e studiare a fondo gli effetti e i possibili utilizzi della ketamina e alcuni prodotti hanno ottenutola designazione di breakthrough therapy per alcune forme di depressione. Così come sono diversi i laboratori attivi che stanno provando a sviluppare composti alternativi in grado di agire sul sistema glutammatergico limitando gli effetti collaterali. Lo scorso agosto inoltre la Fda ha conferito la designazione di breakthrough therapy alla mdma (3,4-metilenediossimetanfetamina anche conosciuta come ecstasy), in associazione con la psicoterapia per il disturbo post-traumatico da stress. Da tempo inoltre si parla dell’utilizzo della psilocibina (un composto allucinogeno derivato dai funghi del genere Psilocybe che presenta una struttura simile all’Lsd), per il trattamento dell’ansia e della depressione nei malati terminali.

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