Condividere i dati e umanizzare i processi: il medtech prepara la svolta

Mirandola
Pubblicato il: 18 Luglio 2022|

Il MedTech ha anima e corpo digitali. Per esprimere efficacia all’altezza del suo potenziale e restare fedele alla sua missione (il benessere, la salute umana) ha bisogno di “correzioni” lungo tutto il processo: dalla ricerca allo sviluppo, dalla formazione degli addetti alle procedure di acquisto. Il contesto attuale aiuta (il Pnrr) ma la crisi degli approvvigionamenti, costi delle materie prime, inflazione in risalita rischiano di vanificare le notevoli opportunità offerte dal Piano che porta con sé investimenti destinati alla digitalizzazione e alla ristrutturazione del Ssn anche attraverso l’ammodernamento del parco tecnologico.

I temi dell’evento

Nulla si può fare senza collaborazioni strategiche (privato-privato, pubblico-privato) e soprattutto senza una gestione e organizzazione intelligente dei dati, centrata sull’umanizzazione delle tecnologie e i bisogni reali dei pazienti. Questo in sintesi il leitmotiv del recente convegno “Il futuro digitale per le aziende del biomedicale” organizzato da Accenture, in collaborazione con Ammagamma (società ingegneristica emiliana che sviluppa soluzioni di intelligenza artificiale), Fondazione Marverx e Tecnopolo “Mario Veronesi” di Mirandola. Particolari non secondari: la Fondazione sostiene progetti di ricerca nel MedTech, nel solco tracciato da Mario Veronesi che del distretto industriale di Mirandola prima (era il 1962) e di Tecnopolo poi è stato inventore, anima e ispiratore. Media partner dell’evento è stato Aboutpharma. Proprio Francesca Veronesi, presidente della Fondazione Maverx, ha aperto i lavori dopo i saluti istituzionali di Marina Marchi, assessore all’Innovazione del Comune di Mirandola e Barbara Bulgarelli, direttore della Fondazione Democenter che gestisce il Tecnopolo.

Si parte dai sensori

Si diceva dei dati. Vengono rilevati in molti modi, soprattutto dall’enormità di sensori senza i quali la quasi totalità dei dispositivi che maneggiamo (dallo smartphone agli infusori di insulina) sarebbero poco più che involucri metallici o polimerici. Dai sensori bisogna partire, dunque, come ha spiegato il professor Luigi Rovati, del Dipartimento di Ingegneria “Enzo Ferrari”, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia e a capo del Laboratorio MS2 del Tecnopolo. Le prospettive? “Unire elemento di sensing e intelligenza in un unico dispositivo – dice Rovati – offre nuove opportunità di percezione e interazione tra mondo reale e dispositivi elettronici. La grande quantità di informazioni da acquisire richiede un approccio di sensors fusion e disporre di molte informazioni affidabili e acquisite direttamente sul campo permetterà di sviluppare modelli virtuali di ogni processo coinvolto nella cura e assistenza dei pazienti. Questo consentirà di simulare le conseguenze di tutte le possibili modifiche apportate allo specifico sistema come pure le conseguenze delle possibili terapie/misure preventive/ stili di vita in un’ottica di miglioramento ed efficienza”. Il processo innescato dai sensori è elaborato da algoritmi studiati ad hoc (questo il campo di Ammagamma, come spiegato da Andrea Mordenti, Analytics translator della società) il cui “esito” in genere è un device capace di leggere e correggere funzioni organiche/metaboliche, somministrando stimoli elettrici, farmaci e/o inviare immagini a distanza.

Dati che non dialogano

I dati sono tanti. Ne siamo circondati, vi siamo immersi ma davvero non basta. È questo il grido di allarme lanciato da Fabio Fantauzzi, Industry X Engineering & Manufacturing Lead di Accenture Italia, Europa centrale e Grecia (ICEG). “La tecnologia è dappertutto, i dispositivi producono dati che vengono solo collezionati ma che si parlano molto poco e per questo meno del 5% genera contenuti utili. Molti sistemi sono arcaici”. Rafforza il concetto Andrea Pagliai Life Sciences Industry Lead e Digital Health Lead di Accenture (ICEG). “I dati sono tanti ma sono a silos. Li possiede il mondo del tech, le aziende, il Ssn e le strutture governative, pensiamo alla pandemia. Noi tutti ne abbiamo una serie nei nostri personal devices. Se messi insieme, ci consentirebbero di avere un’accelerazione enorme nella gestione della cura dei pazienti. Ora, ogni attore, noi compresi, che è presente all’interno della filiera, deve ragionare non più in termini di soggetto unico ma di un ecosistema che deve collaborare. E collaborare vuol dire condividere i dati. E questo è un elemento molto disruptive nel concetto classico di costruzione del proprio vantaggio competitivo del proprio valore sul mercato. Perché vuol dire comprendere come, da domani, costruire, condividere dati e competenze con un partner che prima era un mio competitor o un buyer del mio servizio”.

Lo scouting di competenze

Il discorso delle partnership si porta dietro quello delle competenze. Prosegue Pagliai: “Non è necessariamente vero che occorre reperirle e formarle tutte all’interno della stessa azienda. Non credo che esisteranno miliardi di data scientist all’interno di un territorio geografico e non è concepibile che, in un momento inflattivo, così come quello che ci apprestiamo a vivere, pensiamo di fare una guerra sulle skill. Aumenterebbe un costo che se oggi dà un vantaggio competitivo domani potrebbe rischiare di non offrirlo più se non ragioniamo in un’ottica collaborativa e non condividiamo le competenze, che sono un numero finito”.

Nel nome dell’open science

La condivisione è e deve essere anche di conoscenze. Proprio il Tecnopolo di Mirandola è un esempio fulgido di integrazione dei saperi nel nome dell’open science e dei vantaggi che ne possono derivare. Lo spiega bene Laura Aldrovandi, R&D Innovation Health, B. Braun Avitum: “L’innovazione non si fa solo nei laboratori o nei reparti ricerca e sviluppo delle imprese. Anche un’impresa grande non può pretendere di avere al proprio interno tutto quello che serve per sviluppare e comprendere l’innovazione. Si parla di intelligenza artificiale, di sensoristica. È assolutamente inopportuno credere che un’azienda riesca ad avere tutte le competenze e il know how di ricercatori che passano la propria vita magari su uno specifico argomento. Quindi il Tecnopolo può avere questa funzione di facilitatore nel ricercare le innovazioni. Il mio ruolo è cercare di capire cosa succede all’esterno e capire dove potremo andare. Aggiungo anche un altro aspetto molto importante: tutto quello che è medical devices passa da una stretta collaborazione degli ingegneri e degli sviluppatori software con il mondo medico-biologico. Quindi una struttura come il Tecnopolo, che al suo interno racchiude non solo ingegneri ma anche chimici, biotecnologi etc. riesce assieme a sviluppare insieme alle aziende le nuove soluzioni del futuro. Qui ci sono interlocutori anche per attività day-by-day e funziona anche come attrattore di talenti”.

Questione di partnership

Sulla collaborazione tra imprese Aldrovandi ha le idee chiare: “Il fatto che imprese anche competitor, sullo stesso mercato e con gli stessi prodotti, in questo distretto e anche grazie al Tecnopolo, si siano messe in rete per sviluppare progetti di innovazione la dice lunga. Quindi bisogna essere consapevoli del fatto che per sviluppare insieme tecnologie ad alto valore aggiunto e che richiedono investimenti e tempi molto lunghi, molto spesso può ridurre questi tempi e consentire comunque un vantaggio. Le imprese vogliono, devono fare business per sopravvivere, ma collaborare per farlo a volte può essere un mutuo vantaggio”.

L’umanizzazione del tutto

C’è un altro trend che si sta imponendo e che ha a che fare con il ripensamento di prodotti e processi. Fantauzzi lo chiama “umanizzazione del tutto”. “Servono nuove skills nelle organizzazioni anche per preparare prodotti nuovi, più alla portata delle persone. Per questo servono nuove generazioni di studenti da preparare in modo diverso rispetto al passato. Anche uno stile diverso, ingegneri completamente diversi e molto più umanizzati. Il prodotto va ripensato. I pazienti di oggi sono diversi e anche i medici se lo aspettano. Le attese dei clienti sono in aumento. Riteniamo che i leader del MedTech si spingeranno oltre la customer experience. L’umanizzazione di tutto cambierà radicalmente il modo in cui il settore progetta prodotti e fornisce servizi. I pionieri hanno l’opportunità di ridefinire il business e portare alla luce bisogni insoddisfatti per responsabilizzare pazienti e fornitori”.

L’evoluzione dei modelli

Il panorama sanitario evolve velocemente. Il solo progressivo e ineluttabile spostamento delle cure dall’ospedale al territorio, ad esempio, con le persone parte attiva del processo, individua una mole di tecnologia diagnostica e terapeutica che fa funzionare la connected care e che sta già rimodellando i sistemi sanitari. Dice Davide Marietta, Corporate CIO di DiaSorin: “Noi osserviamo due fenomeni contemporanei e che poi tirano in direzioni diverse i nostri clienti tradizionali. Si stanno conglomerando gli ospedali, i grandi laboratori tendono a concentrarsi e richiedono analizzatori che siano in grado di dare grandi prestazioni in poco tempo. Dall’altra parte, invece, c’è tutto un ambito nuovo per noi e un po’ fuori della nostra comfort zone, con il quale abbiamo fatto un’esperienza forte negli ultimi due anni. Si tratta del cosiddetto point of care, cioè l’analizzatore vicino al paziente o comunque in luoghi a lui vicino. Per quello che riguarda la diagnostica e i test per noi si tratta di un cambiamento di paradigma. E qui abbiamo bisogno di una mano da qualcuno che ha più esperienza di noi. Non abbiamo più a che fare con un responsabile di laboratorio, che quindi ha una certa verticalizzazione nelle sue competenze, ma magari con un farmacista che fa tante altre cose e la sua preoccupazione principale non è certo far funzionare la nostra tecnologia. C’è anche un tema di service, supporto o connettività stessa degli apparati. Si tratta di nuovo campo di gioco in cui stiamo cercando di esprimere il nostro potenziale”.

Prudenza e saggezza nel Pnrr

L’uso virtuoso di dati a vantaggio del paziente rappresenta un valore indiscusso per le persone e per i servizi sanitari. Non a caso l’ammodernamento tecnologico è un pilastro del Pnrr. “In questo momento – dice Andrea Celli, amministratore delegato di Philips per Italia, Grecia e Israele – abbiamo una grandissima opportunità offerta dal Piano che aggiunge circa 20 miliardi nei prossimi cinque-sei anni, al finanziamento standard del sistema sanitario nazionale. Il Piano si muove su due piste. La prima è il rinnovamento del parco tecnologico installato che diventerà digitale. Quindi questo parco nasce digitale, raccoglie dati e li mette a disposizione del sistema, spero in modo integrato. La seconda riguarda tutto il ridisegno del sistema sanitario, gli ospedali e le Case di comunità e quello che chiamiamo hospital room o telemedicina, accesso alla cura presa in carico del paziente. Ma ci sono anche i rischi. Il primo è legato all’incremento dei costi energetici, circa il 100% in più rispetto ad un anno fa, che impatta su costi di produzione, trasporto e logistica in generale. L’incremento dell’energia sta generando un’inflazione intorno al 7%, attesa in Italia a fine anno. Quindi dobbiamo dirci chiaramente che se il Pnrr valeva 200 miliardi domani scenderà a 185 miliardi: abbiamo perso una quindicina di miliardi in un anno solo dovuti all’inflazione. E questa è una sfida superiore perché non aumenterà il valore del Pnrr ma dovrà migliorare la capacità del sistema di non disperdere le risorse”.

Rivedere le procedure di gara

Si associa Francesco Guindani, direttore Commerciale e Operazioni di Althea Italia, grande player dei servizi sanitari, che si sofferma sul tema del procurement al tempo del Pnrr. “È un momento che va colto con sapienza. Si dovrebbero attuare procedure di gara che tengano conto di un contesto sistemico che sta cambiando e riducendo già intrinsecamente le risorse solo sei mesi fa disponibili. Abbiamo visto Consip e diversi soggetti aggregatori regionali, pubblicare bandi che consentano la possibilità di costituire accordi quadro e non assegnazioni a singolo operatore economico. Così si offre maggiore disponibilità per la domanda e maggiore accessibilità all’offerta. Occorre stare molto attenti all’allungamento dei tempi, penso anche ad aspetti giudiziari (ricorsi etc.) che possono rallentare le procedure di assegnazione, comportando la perdita della disponibilità dei fondi: se entro il 2025 non rendicontiamo quanto spendiamo perdiamo le risorse”.

Comunque vada sarà un successo

Vittorio Martinelli, Ceo di Olympus Italia chiama “applicativi” tutti i devices che mettono a frutto l’intelligenza artificiale e gli algoritmi che la sottendono. Tiene a lanciare un messaggio ottimista. “Comunque vada questa storia (i fondi del Pnrr e il loro uso, n.d.r.) siamo in una fase di grande rivoluzione e la tecnologia è un investimento sul futuro dei nostri giovani. Le aziende assumeranno sicuramente tante persone e altrettanto faranno gli ospedali. Oggi non si può gestire una TAC o una risonanza magnetica se non hai un team di quattro persone ed è inutile comprare quattro TAC se non hai chi se ne occupa, come pure aprire una sala endoscopica con intelligenza artificiale”.

Tag: Andrea Mordenti / Andrea Pagliai / Barbara Bulgarelli / Fabio Fantauzzi / Fondazione Democenter / Fondazione Marverx / Francesca Veronesi / Luigi Rovati / Marina Marchi / Tecnopolo “Mario Veronesi” /

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