Deblistering in farmacia, l’automazione fa crescere il servizio

Alzi la mano chi non ha mai visto un parente o un conoscente anziano o con comorbidità, organizzare in una “scatolina” le pillole da assumere ogni giorno, mattina, pomeriggio e sera. Una forma di “deblistering fai-da-te” messa in pratica anche dai caregiver per semplificare l’organizzazione e l’assunzione delle terapie e favorirne l’aderenza. Una pratica che può svolgere anche il farmacista come vero e proprio servizio e che grazie al supporto delle macchine sembra diffondersi sempre di più.
A confermarlo ad AboutPharma è Paola Minghetti, professoressa ordinaria di Tecnologia e Legislazione dei medicinali e dei prodotti per la salute e direttrice del Dipartimento di Scienze Farmaceutiche dell’Università degli Studi di Milano, nonché presidente della Società italiana farmacisti preparatori (Sifap). “Oggi, fortunatamente, abbiamo macchine che permettono di automatizzare questa procedura, con costi e ingombri più accessibili” spiega.
“L’automazione consente di rendere il processo più sicuro, riducendo al minimo il rischio di errore e garantendo anche maggiori condizioni di igiene e pulizia, con una diminuzione del rischio di contaminazione crociata”. Una diffusione delle tecnologie a cui però non ha fatto seguito un quadro nazionale altrettanto definito: “In Italia non esiste una normativa nazionale esplicita che disciplini questa attività, né tantomeno che la vieti” precisa Minghetti.
Non chiamatelo “deblistering”
Nell’ancora variegato mondo del deblistering una cosa è chiara: il nome convince poco. È la prima puntualizzazione che fa Minghetti, che preferisce parlare di “confezionamento personalizzato”, piuttosto che usare il termine inglese, molto utilizzato, ma che descrive il processo in negativo. Sulla stessa linea anche Nicola Stabile, titolare di una farmacia a Napoli e presidente di Promofarma che chiama il servizio “personalizzazione della terapia”, inteso come una presa in carico del paziente, soprattutto politrattato. “È un passaggio che, da un certo punto di vista, ci responsabilizza, ma che rappresenta anche la naturale evoluzione della professione”.
Diverse modalità di personalizzazione
Oggi esistono diverse tipologie di macchine per eseguire il deblistering (o come lo si voglia chiamare) che può essere svolto essenzialmente con due modalità tecniche differenti e con i relativi pro e contro. Si può intervenire direttamente sul confezionamento primario (il blister), con strumenti che estraggono il farmaco per poi inserirlo, insieme ad altre compresse o capsule, in un unico alveolo o in una bustina. “Un’attività galenica implicita, perché il prodotto viene privato del suo confezionamento primario” commenta Stabile.
Oppure si può eseguire un riconfezionamento mantenendo l’unità farmaceutica nel suo confezionamento primario. Le macchine, quindi, tagliano il blister e inseriscono i “ritagli” dentro sacchettini. In entrambi i casi il confezionamento deve garantire la tracciabilità della terapia e riportare le informazioni necessarie alla corretta assunzione, secondo la procedura adottata.
“Nel caso delle macchine che mantengono il confezionamento primario, il farmaco rimane nel blister originale” commenta Minghetti. “Questo è importante perché garantisce la stabilità del prodotto e non si pongono problemi legati alla stabilità del farmaco o all’interazione con altri medicinali. D’altra parte, mantenere il blister significa comunque svolgere un’ulteriore attività: il paziente o chi lo assiste deve aprire il confezionamento al momento dell’assunzione. E questo può rappresentare una difficoltà, soprattutto per alcune categorie di pazienti”.
Studi di stabilità
Va da sé che per poter utilizzare macchine che prevedono la rimozione del farmaco dal blister sia necessario disporre di studi che valutino innanzitutto la stabilità del prodotto al di fuori del suo confezionamento primario e poi l’eventuale compatibilità tra i diversi prodotti inseriti nello stesso alveolo o bustina.
“Trattandosi di forme farmaceutiche solide orali quali compresse e capsule non c’è rischio di commistione: rimangono separate all’interno del contenitore” sottolinea l’esperta. “Il problema principale, quindi, non è tanto un’interazione fisica diretta tra le forme farmaceutiche, quanto la stabilità del singolo prodotto e la compatibilità dei diversi medicinali nel sistema di confezionamento. Ci sono studi che valutano questi aspetti, anche in funzione del tipo di contenitore utilizzato. Ognuno può avere caratteristiche diverse in termini di protezione dall’ossigeno e dal vapore acqueo e, più in generale, una diversa capacità di limitare l’interazione del farmaco con l’ambiente”.
Un vantaggio per le Rsa
Sebbene le evidenze disponibili siano ancora limitate, la percezione è che la pratica sia sicura e affidabile e la disponibilità di macchine più semplici da utilizzare e con costi più accessibili ne stia favorendo l’utilizzo. “Il fenomeno è in crescita e mi aspetto che aumenti ulteriormente” afferma Minghetti. “C’è anche un’altra ragione: abbiamo una sempre maggiore carenza di operatori sanitari, per esempio nelle Rsa. Avere i farmaci già organizzati e pronti per la somministrazione riduce molto il tempo che devono dedicare alla preparazione e alla somministrazione delle terapie ai diversi pazienti”.
Proprio in questa direzione è andata una collaborazione che Stabile ha portato avanti per sei mesi con una Rsa campana per capire se questo tipo di attività potesse migliorare la qualità di vita dei pazienti. “Abbiamo coinvolto pazienti che assumono più farmaci, cinque o sei al giorno, e la personalizzazione della terapia sembra rispondere alle loro esigenze in maniera estremamente efficace ed efficiente”.
Le farmacie che in Italia offrono questo servizio ai cittadini sono ancora poche al momento. Tra le criticità, probabilmente anche la sostenibilità economica. Nonostante, infatti, secondo il farmacista la personalizzazione della terapia sia “assolutamente implementabile in ogni farmacia senza particolari problemi” va considerato che “l’investimento, sia in termini di tempo sia in termini economici, è stato importante”.
Serve una normativa
Resta poi il nodo dell’assenza di una normativa nazionale. Il servizio trova un primo riferimento nella legge 160/2019, che ha previsto la possibilità di usufruire in farmacia, in collaborazione con i medici e nel rispetto delle prescrizioni, di un servizio di accesso personalizzato ai farmaci. Oggi, tra i documenti più completi e usati come riferimento, Minghetti cita la delibera adottata nel 2022 dalla Regione che aveva stabilito alcuni paletti e indicato come procedere. “Per esempio, erano previste alcune limitazioni, tra cui quella di preparare una quantità di terapia non superiore a 30 giorni” sottolinea l’esperta.
“Successivamente è stata coinvolta anche la magistratura, a seguito di una causa avviata da un farmacista di una farmacia aperta al pubblico in Piemonte che si era rivolto al Consiglio di Stato perché la sua Regione non aveva previsto indicazioni specifiche. Gli ispettori gli contestavano il fatto che, in assenza di queste indicazioni, non fosse possibile effettuare il confezionamento personalizzato. Il parere del Consiglio di Stato n. 992 del 2 settembre 2025 ha però riconosciuto che in assenza di indicazioni specifiche il farmacista deve comunque adottare proprie procedure e assumersi la responsabilità professionale delle attività che svolge”.


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