Fine della festa: nel 2022 brusca frenata per quotazioni e proventi

Pubblicato il: 9 Settembre 2022|

Tempi grami per le quotazioni delle società sul mercato azionario. Il trimestre che si è concluso a giugno è stato il peggiore degli ultimi due decenni per questo tipo di operazioni finanziarie. Le offerte pubbliche iniziali di azioni globali (Ipo, dall’inglese Initial public offering) hanno registrato un netto calo nel primo e nel secondo trimestre dell’anno, sia come numero di operazioni sia come proventi, stando ai dati contenuti nel report di EY “Global Ipo trends Q2 2022”. Le ragioni sono diverse ma possono essere racchiuse in tre macrotemi: l’incertezza geopolitica dovuta alla guerra in Ucraina, le prospettive mutate sui tassi d’interesse con i vari rialzi delle Banche centrali, l’alta inflazione. Molte società che avevano programmato di lanciare una Ipo nel corso del 2022 hanno dovuto congelare i loro piani o semplicemente rimandarli. Anche le aziende biotecnologiche e farmaceutiche sono state costrette a riprogrammare i loro processi di quotazione e fare i conti con mercati finanziari sempre più volatili, con gli schieramenti mondiali accentuati dalla guerra Russia-Ucraina, l’aumento dei prezzi generali e la situazione di Covid–19 in Asia, nella quale sono tornati i lockdown circoscritti in città come Shanghai e Shenzhen. E dire che soltanto pochi mesi fa, nell’autunno 2021, questo quadro era inimmaginabile: in Europa lo scorso anno è stato il più intenso in termini di attività sui mercati dei capitali dal 2014, con oltre 257 miliardi di dollari raccolti grazie a 1.300 operazioni, tra le quali Ipo, vendite di azioni, emissioni di diritti e obbligazioni legate ad azioni. In particolare il settore della salute e life science ha registrato un boom di quotazioni nel 2021 (ben 196) sull’onda dell’entusiasmo per la realizzazione di vaccini e trattamenti anti-Covid, preceduto soltanto dal tech (con 308 Ipo), per un totale di 35,3 miliardi di dollari di proventi. Anche in Italia ci sono state meno operazioni di quotazione in Borsa, ma con valori superiori rispetto agli anni passati.

La frenata del 2022

Con l’inizio del 2022, però, il registro è cambiato. Fino a giugno, le Ipo sono state soltanto 630 a livello globale per una raccolta complessiva di 95,4 miliardi di dollari, in contrazione rispetto alle 1.171 operazioni del 2021 (-46%) e ai 227,6 miliardi di dollari di proventi (-58%). Nel solo secondo trimestre di quest’anno, ci sono state 305 offerte pubbliche iniziali che hanno raccolto in totale 40,6 miliardi di dollari, con un calo rispettivamente del 54% e del 65% rispetto allo stesso periodo del 2021. Nel settore biotech sono poche le quotazioni di rilievo: ad esempio, il produttore di vaccini contro il norovirus, HilleVax, a maggio ha incassato 230 milioni di dollari per poi finire nella maggioranza di Ipo biotech (62%) scambiate sotto il valore iniziale, come sottolineato dagli analisti di Evaluate Vantage. Anche Haleon, la società nata dallo spin–off della divisione consumer healthcare di Gsk, quotata lo scorso 18 luglio sulla Borsa di Londa, dopo un debutto da record a 308 sterline e già scesa sotto i 250 sterline ad azione in un mese. Performance che scoraggiano altre imprese a perseguire la strada della quotazione. “La crescente volatilità del mercato – ha spiegato Paolo Aimino, Ipo e Capital markets leader di EY in Italia – dovuta all’aumento delle tensioni geopolitiche, a fattori macroeconomici sfavorevoli, all’indebolimento del mercato azionario e delle valutazioni azionarie, e alla deludente performance post-Ipo, che hanno ulteriormente scoraggiato il sentimento degli investitori Ipo, ha vanificato qualsiasi slancio iniziale portato da un anno record del 2021. Con la riduzione della liquidità del mercato e con l’intensificarsi degli effetti dei cambiamenti climatici e dei vincoli di approvvigionamento energetico, osserviamo come gli investitori siano diventati più selettivi e si stiano rifocalizzando su società che dimostrano modelli di business resilienti e una crescita redditizia, incorporando al contempo le tematiche Esg (ambientali, sociali e di governance) come parte dei loro valori aziendali principali”.

Usa tra le regioni più penalizzate

Il mercato americano è stato quello che ha risentito maggiormente della frenata: nel secondo trimestre 2022 si sono avute soltanto 41 operazioni per un totale di 2,5 miliardi di dollari, in contrazione del 73% rispetto alle 154 dello stesso periodo del 2021 e del 95% dei proventi su base annua (48,8 miliardi di dollari). Nella prima parte dell’anno le Ipo in America (Usa, Canada, Brasile e Messico) sono state 77 (contro le 287 dell’anno precedente), la maggior parte delle quali (48) sono state collocate sull’indice tecnologico Nasdaq.

Life Sciences in attesa

Il settore della salute e delle scienze della vita, con 22 Ipo sul Nasdaq, ha primeggiato sugli altri settori registrando proventi pari a 1,8 miliardi nel primo semestre 2022. Un segnale di attesa più che di arresa da parte degli investitori che stanno aspettando tempi migliori per tornare ad acquistare azioni di società pharma. “Sulla scia della grande correzione del mercato azionario nel settore delle biotecnologie – si legge nel report EY – il mercato Ipo in questo comparto è in calo in termini di valore e volume rispetto alla sua performance del 2021. Mentre tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021, al culmine dell’attenzione generale per la salute globale, anche alcune società che non avevano prodotti in sperimentazione clinica sono stati in grado di accedere al mercato dei capitali e quotarsi in Borsa, ora l’accesso è diventato più difficile a causa delle sottoprestazioni sul mercato di alcune società farmaceutiche e alla maggiore cautela degli investori. La sfida è resa più dura dai maggiori controlli introdotti dall’ente federale statunitense preposto alla vigilanza della Borsa valori (Securities and exchange commission, Sec) sulle Spac (in inglese Special purpose acquisition companies, società veicolo che entrano nel capitale di aziende promettenti, ndr) al fine di evitare speculazioni di mercato”.

Nessuna grande Ipo in Europa

La situazione non è stata migliore nell’area Emea (Europe, Middle East e Africa), il secondo trimestre di quest’anno ha visto soltanto 83 Ipo (contro le 154 dello stesso periodo 2021) per 14,8 miliardi di dollari di proventi, con un calo su base annua rispettivamente del 62% e del 44%. “Tempi difficili e insolite incertezze hanno mantenuto la volatilità del mercato a livelli elevati e hanno portato a un’attività di Ipo contenuta. Stiamo assistendo a una maggiore selettività degli investitori e a una maggior importanza alla transizione energetica e all’Esg”, ha commentato Martin Steinbach EY Emea leader Ipo. Nessuno dei dieci principali collocamenti in base ai proventi è nel mercato Emea, ma si concentrano soprattutto in Asia. Tuttavia l’Europa ha rappresentato il 15% delle operazioni di Ipo globali e il 4% dei ricavi del primo semestre 2022. Due piazze europee sono state tra le prime 12 Borse per proventi e una per numero di operazioni.

In Italia: meno operazioni ma proventi maggiori

L’Italia segue il trend generale di ribasso ma è aumentato il valore delle singole operazioni. Nel secondo trimestre del 2022 Borsa italiana ha registrato sette Ipo (in calo del 30% rispetto al secondo trimestre 2021) ma la raccolta è stata di 0,6 miliardi di dollari, con un aumento di circa il 60% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Se guardiamo alla prima metà del 2022, le operazioni salgono a dieci, tra indice principale e quello dedicato alle società di piccole dimensioni (Euronext Growth Milano, ex Aim) e i proventi sono stati pari a 1,4 miliardi di dollari. Nel settore della salute e delle scienze della vita rientrano i collocamenti di Farmacosmo, lo scorso marzo, e di Laboratorio farmaceutico Erfo, a giugno 2022. L’ALTA VOLATILITÀ CHE SCORAGGIA Individuare il momento giusto è fondamentale per la buona riuscita dell’operazione di Ipo. La scelta del tempo migliore (in gergo il market timing) è determinata da una serie di circostanze che possono rendere più o meno favorevole il collocamento in Borsa e ripagare la società degli sforzi compiuti per lanciare l’Ipo. Il processo di quotazione, infatti, impegna molte risorse all’interno delle aziende, sia economiche sia in termini di capitale umano dedicato al progetto, per assolvere ai diversi obblighi, come predisporre il prospetto informativo, sostenere il processo di istruttoria e di due diligence dell’autorità e, contemporaneamente, gestire il normale andamento del business. Secondo EY, l’ultimo trimestre non è stato propizio per le Ipo soprattutto per l’incremento della volatilità sui mercati mondiali (ovvero l’aumento dell’intensità delle variazioni subite dal valore di un titolo in un determinato periodo di tempo). All’impennata della volatilità corrisponde una discesa vertiginosa di Ipo. Ci sono otto fattori che hanno inciso in modo determinante su questa variabile: l’impatto delle sanzioni alla Russia, l’agenda per la transizione ecologica, l’aumento dei tassi d’interesse e dell’inflazione, l’incremento dei prezzi delle materie prime, i cambi a livello regolatorio, la pandemia Covid– 19, il recupero dell’attività economica e le tensioni geopolitiche.

Healthcare meno attrattivo

Il settore tech ha continuato a primeggiare per numero di operazioni, ma la dimensione media delle Ipo è scesa da 293 milioni a 137 milioni di dollari, mentre il settore energetico è passato in prima linea per quanto riguarda i proventi, con una dimensione media delle operazioni aumentata da 191 milioni a 680 milioni di dollari su base annua. Le percentuali di capitale raccolto per il settore energetico (29,2%) e tecnologico (17,2%) confermano che il tema Esg continuerà a essere prioritario per gli investitori e i candidati alle Ipo. L’healthcare è al quarto posto per numero di operazioni, sceso da 196 del 2021 a 80 del 2022 (pari al 12,7% del totale di Ipo) e al sesto per i proventi che negli ultimi mesi si sono fermati a 7,9 miliardi di dollari, a fronte di 35,5 miliardi di dollari dello scorso anno (l’8,3% di quelli totali).

Più fiducia per la seconda parte dell’anno

Gli investitori e gli analisti economici non perdono la fiducia. Il grande numero e il valore delle Ipo che sono state rinviate nella prima metà dell’anno in corso rappresentano un’importante pipeline di operazioni che probabilmente arriveranno sul mercato quando le attuali incertezze e volatilità si attenueranno. È probabile che persistano forti turbolenze legate alla situazione geopolitica ed economica globale, ma la crescente attenzione al settore della salute, del benessere a 360 gradi e della tutela ambientale fanno sperare in una ripresa dell’attività di collocamento in questi settori. Nel frattempo le aziende non sono rimaste ferme e hanno cercato capitali sotto altre forme. Il grande fermento nelle operazioni di m&a, prima fra tutte l’acquisizione di Biohaven Pharmaceutical da parte di Pfizer per 11,6 miliardi di dollari, è la dimostrazione che molte società stanno testando il terreno attraverso altri canali prima del debutto sui mercati finanziari. Anche gli investimenti di private equity non sono mancati: Kriya Therapeutics ha portato a casa un finanziamento di series C da 270 milioni di dollari, Upstream Bio da 200 milioni di dollari e Frontera Therapeutics che ha incassato 160 milioni di dollari in fondi di series B. Se la festa per le Ipo sia davvero finita è ancora presto per dirlo ma per il momento la musica si è fermata.

Meno Ipo nel 2022, ma l’anno non è ancora finito

Operazioni di quotazione in calo nella prima parte del 2022 e m&a in aumento. Alberto Banfi, professore ordinario di Economia degli intermediari finanziari nella facoltà di Scienze bancarie finanziarie e assicurative dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano spiega come si interpretano questi dati alla luce dei recenti accadimenti geopolitici ed economici globali.

Come possiamo interpretare il calo di operazioni di Ipo in questa prima metà dell’anno?

Storicamente quando le cose non vanno bene in Borsa calano anche gli aumenti di capitale e le operazioni di collocamento tramite Ipo. Quindi non è solo un fenomeno ascrivibile a questo periodo storico. Il motivo è semplice: se lancio una Ipo sto offrendo delle azioni al pubblico e quindi devo trovare il momento in cui il mercato mi premia le quotazioni. Stessa cosa è accaduta con la crisi delle dot.com, nel 2000–2002, durante la quale il clima di incertezza aveva portato a mettere da parte molte operazioni di collocamento.

Però il 2022 nasceva con le migliori intenzioni, c’erano i vaccini a ridare fiducia e un accenno di ripresa economica…

Ma poi la guerra ha complicato tutto. Venivamo da un anno, come il 2021, in cui oltre a esserci stata la speranza della ripresa c’era anche la ricerca di rendimento da parte degli investitori. Con tassi di interesse così bassi non conveniva investire sul mercato del debito, perciò il mercato azionario è stato favorito. Adesso, con il rialzo dei tassi da parte delle Banche centrali la situazione è cambiata di nuovo.

Quali sono gli altri fattori di rischio percepiti nel 2022?

C’è il fattore inflazione che praticamente è stato assente negli ultimi decenni. L’aumento dei prezzi che credevamo temporaneo, legato alla pandemia, si è protratto e ha messo in allarme le Banche centrali che hanno dovuto frenarlo attraverso l’incremento dei tassi. Questa situazione ha impattato anche sul mercato del private equity che fino a poco prima di Covid era andato abbastanza bene, scoraggiando l’ingresso di investitori privati nei capitali delle aziende.

Allora a chi si rivolgono adesso le aziende per recuperare liquidità?

Non è semplice. Da una parte le aziende hanno utilizzato le proprie risorse, dall’altro, soprattutto per quelle italiane, sono stati importanti i sostegni pubblici (come il Next Generation EU) destinati alle imprese ed erogati attraverso il canale bancario. Probabilmente ci sarà un ritorno del finanziamento delle banche o attraverso titoli di debito da parte di chi è disposto a rischiare. Restringendosi le opportunità del mercato, gli investitori saranno sempre più selettivi e punteranno sulle aziende che dimostrano di poter produrre valore nel lungo termine. Qui si inserisce il tema Esg che sarà fondamentale anche in futuro, come chiave di selezione per gli investitori e per i candidati alle Ipo. Le aziende che sono compliant ai criteri di sostenibilità sono più appetibili sul mercato e ottengono anche un buon rating per ottenere i finanziamenti da parte delle banche. Molte imprese si sono preparate per tempo, adeguandosi già prima del Covid, e hanno ottenuto un vantaggio competitivo rispetto alle altre.

Abbiamo visto molte operazioni di m&a anche nel settore healthcare. C’è una correlazione tra questo aumento e la diminuzione delle Ipo?

Non c’è una correlazione diretta ma vediamo la questione da entrambi i punti di vista. Da una parte abbiamo le grandi aziende che hanno capitalizzato bene sul mercato e quindi hanno a disposizione la liquidità. Per loro può essere conveniente utilizzare quei capitali per acquisire imprese più piccole e snelle, inglobando nelle linee di business nuovi prodotti e servizi. Dal lato delle piccole e medie imprese, non potendo accedere al mercato con le Ipo, può essere interessante un’acquisizione da parte di aziende più grandi per poter crescere, svilupparsi ulteriormente e rimanere competitive.

La situazione si protrarrà fino alla fine del 2022?

La sfera di cristallo non ce l’ha nessuno. L’unica cosa certa è che prima devono riprendersi i mercati e poi potranno ripartire le operazioni di Ipo. Non può avvenire il contrario perché il collocamento ha costi molto alti e se non c’è certezza di maggiore stabilità non conviene lanciarsi in questa impresa. L’incertezza geopolitica è enorme, in Italia abbiamo anche le elezioni politiche. A oggi il quadro non è roseo, i mercati stanno aspettando segnali di distensione.

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