Il digitale non è tutto, il ministro dell’Innovazione pensi anche al Life science

premio Aiic
Pubblicato il: 10 Ottobre 2019|

Da poco più di un mese l’Italia ha di nuovo un ministro dell’Innovazione. Il nuovo esecutivo guidato da Giuseppe Conte (Conte bis), a trazione M5S-Pd, ha assegnato l’incarico a Paola Pisano, assessore all’Innovazione del Comune di Torino nella Giunta di Chiara Appendino (la legge non prevede incompatibilità, quindi al momento il neo ministro mantiene anche questa carica). Non succedeva dal 2001 di avere un ministro dell’Innovazione, quando l’allora governo Berlusconi (bis e ter) scelse per quel ruolo Lucio Stanca, rimasto poi in carica €fino al 2006. Da lì in avanti un vuoto di circa tredici anni. La notizia non ha lasciato indifferenti gli attori dell’innovazione italiana, che da tempo invocavano un interlocutore di riferimento in questo settore.

Entusiasmo sì, ma con moderazione

“L’entusiasmo per chi fa il nostro mestiere c’è”, racconta ad AboutPharma Pierluigi Paracchi, imprenditore e Ceo di Genenta Science. “È il riconoscimento di una sensibilità su questi temi che è viva da parte del nostro governo”. Tuttavia, smaltito l’entusiasmo iniziale, iniziano a sorgere già i primi dubbi, soprattutto nel mondo delle scienze della vita, legate all’indirizzo strategico che Paola Pisano vorrà dare al proprio ente. Il timore è più che altro quello di una linea di azione troppo sbilanciata verso il digitale, nello specifico focalizzata soprattutto sulla digitalizzazione della pubblica amministrazione, lasciando a margine, almeno apparentemente, la ricerca scientifica.

Serve un cambio di rotta

“Se si pensa di fare innovazione puntando tutto sul digitale, abbiamo un problema”, continua Paracchi. “Mi viene da sorridere quando penso che in Italia il concetto di innovazione sia sempre strettamente legato a quello di digitale. Si tratta di un limite enorme, perché in realtà le nostre competenze nel perimetro dell’innovazione e della tecnologia sono molto più sviluppate quando si tratta di operare nel campo delle scienze della vita. È qui che abbiamo avuto i più grandi casi di successo. In questo settore sono state acquistate, o si sono quotate, aziende italiane per miliardi di dollari di valore”.

Esempi illustri

“Penso a esempi come Okairos (società che ha messo a punto un promettente vaccino contro l’Ebola, n.d.r) o Intercept Pharmaceuticals (società quotata al Nasdaq dal 2012, che ha sviluppato un farmaco per le malattie del fegato, n.d.r), ma potrei citarne altre. Quando si parla di digitale, invece, viene in mente soltanto Yoox, che è senz’altro una storia meravigliosa, ma è anche un successo che risale al secolo scorso. Per capirci, molti soldi finiscono nei fondi di venture capital italiani che investono nel digitale, ma non me ne ricordo uno che abbia fatto exit da 100 milioni. Ovviamente un ministro senza portafoglio (il ministro dell’innovazione non ha un dicastero associato, n.d.r) ha i suoi limiti. Qui stiamo parlando di un settore capital intensive e servono parecchi soldi per sostenerlo. Quindi, caro ministro: sveglia!”.

La voce del governo

In un video pubblicato il 25 settembre scorso, sul proprio profilo LinkedIn, Paola Pisano ha provato a spiegare a grandi linee quali sono le attività che andrà a svolgere. “Il nostro ministero – spiega – si occuperà di servizi digitali, per rendere la pubblica amministrazione sempre più accessibile. Dall’altra parte ci occuperemo di innovazione, vale a dire che questo ministero dovrà riuscire a creare un raccordo tra le varie strategie di innovazione degli altri dicasteri, per creare una politica comune utile affinché il nostro paese diventi più attrattivo e competitivo a livello globale. Da ministero molto giovane quale siamo – continua Pisano – ci sentirete parlare di obiettivi e di azioni da mettere in campo”.

Timori confermati

Le parole di Paola Pisano sembrano insomma confermare in toto le preoccupazioni di chi opera nel campo delle scienze della vita. Tanti i riferimenti da parte del neo ministro alla digitalizzazione della pubblica amministrazione, mentre non si fa alcun cenno né alla ricerca scientifica, né alle life science. Resta da capire come mai, almeno in Italia, quando si parla di innovazione il pensiero vada subito al digitale. “C’è un errore culturale molto semplice – spiega Paracchi – la nostra conoscenza del digital è dovuta ai prodotti B2C (tutte le varie app o gli smartphone,). In altre parole, siamo erroneamente convinti che questo mondo sia semplice. E così le scienze della vita trovano molto meno spazio nella comunicazione politica. E la politica, si sa, è soprattutto comunicazione. A questo punto mi piacerebbe capire, quanto il ministro Pisano sia consapevole del fatto che abbiamo una leadership nel campo delle terapie avanzate e non abbiamo invece alcuna leadership nelle telecomunicazioni, nell’e-commerce o nel campo dei social media”.

La ricetta degli imprenditori

Eppure, una ricetta per rilanciare gli investimenti e puntare con convinzione su biotecnologie e scienze della vita ci sarebbe. “Il mio consiglio – suggerisce Paracchi – è di ascoltare e conoscere gli esponenti di questo mondo, magari andando personalmente a vedere cosa fanno le nostre migliori realtà innovative. Così facendo, la politica scoprirebbe startup dinamiche che hanno una capacità di raccolta molto superiore rispetto a quelle del digitale. Ma soprattutto, scoprirebbe che il nostro Paese è dotato di una ricerca scientifica di qualità accompagnata da risorse umane eccellenti, che però paradossalmente non hanno il sostegno finanziario che meritano, dato che l’Italia non ha un fondo di venture capital dedicato al biotech”. È proprio nel campo del capitale di rischio che, secondo Paracchi, il ministro dell’Innovazione dovrebbe intervenire prioritariamente.

Il caso ITAtech

“Ricordo il caso ITAtech (fondo di fondi creato nel 2016 da Cassa depositi e prestiti – controllata del ministero dell’Economia – e dal Fondo europeo degli investimenti, per finanziare il trasferimento tecnologico fra ricerca scientifica e settori industriali, n.d.r). Cdp, non avendo a suo dire, a disposizione competenze locali, ha pensato di avallare un’operazione che assegnava i pochi capitali disponibili a un fondo francese (Sofinnova Partners, n.d.r). Ecco perché credo che il primo punto nell’agenda di Paola Pisano dovrebbe essere quello di provare a recuperare i soldi che la gestione manageriale del governo precedente ha regalato a un fondo estero, o di far nascere, finalmente, un fondo vc biotech made in Italy. La ricerca scientifica ha dignità per avere un suo interlocutore nazionale”.

Manca una figura di regia

Al coro degli imprenditori biotech si unisce anche la voce di Luca Benatti, presidente di Iab (Italian angels for biotech) e Ceo di EryDel: “In Italia abbiamo sempre lamentato la mancanza di una figura di regia nel campo dell’innovazione. Se questa scelta è stata fatta con l’idea di avere una gestione unica, che anche senza portafoglio possa comunque essere di indirizzo strategico, a noi pare molto positiva e va nella direzione che ci aspettiamo. Fino ad oggi, infatti, le difficoltà riscontrate nel rapporto con le istituzioni sono riconducibili a una sostanziale frammentazione dei diversi interlocutori, che faticavano a parlarsi tra di loro”. Al di là dell’apprezzamento per l’iniziativa in sé, resta anche per Benatti il dubbio sull’indirizzo strategico del ministero.

“La digitalizzazione della pubblica amministrazione è senz’altro un fatto positivo, ma per innovare davvero serve altro. A questo proposito mi auguro che ci sia la volontà da parte delle istituzioni di ascoltare le varie anime dell’innovazione del Paese, che hanno necessità e peculiarità specifiche. Qualora lo si volesse noi siamo a disposizione per dare il nostro contributo a costruire progetti e strategie comuni”.

Strumenti duraturi

Riguardo alle iniziative da mettere in campo, invece, il presidente di Iab non ha dubbi: “Servono strumenti duraturi che proseguano nel tempo, e siano in grado di facilitare gli investimenti in capitale di rischio, dotando dunque il sistema delle competenze necessarie per agire efficacemente in questo campo. Penso per esempio al credito d’imposta, una delle misure, tra tutte quelle fatte fino a oggi, più efficaci e utilizzate dalle giovani realtà innovative come EryDel. È il credito di imposta che ha consentito a noi e altre aziende simili di assumere personale e ampliare il proprio business. Va sottolineato d’altra parte che il gap che abbiamo in termini di finanziamenti è soprattutto di tipo culturale, perché chi investe spesso non conosce gli strumenti che esistono per sostenere le nostre startup”.

La posizione di Assobiotec

Un monito coerente con lo spirito degli imprenditori arriva anche dalle associazioni di categoria. A esprimere il proprio giudizio sulla nuova figura della squadra di governo del Conte Bis è Riccardo Palmisano, presidente di Assobiotec e Ceo di Molmed. “Non abbiamo avuto ancora nessun contatto con le istituzioni da quando si è insediato il nuovo Geverno”, racconta Palmisano. “Inizialmente abbiamo avuto sensazioni positive, anche perché fonti vicine al ministro paventavano l’idea di posizionare la ricerca scientifica al centro delle strategie del nuovo ministro. Poi abbiamo sentito le dichiarazioni di Paola Pisano e abbiamo capito che al momento siamo molto lontani dalle nostre aspettative.

Bene un occhio di riguardo per la pubblica amministrazione, ma è con la ricerca scientica che un Paese si evolve. Cosa dovrebbe fare secondo noi il ministro dell’innovazione? Dovrebbe creare un’agenzia per la ricerca, non una struttura costosa, ma un centro che parta intanto dalla mappatura dell’esistente. Che sia in grado per esempio di darci contezza di quanti sono i centri di trasferimento tecnologico in Italia. Dovrebbe poi monitorare tutta la filiera scientica. Dal bancone della ricerca, passando per le autorizzazioni produttive, la sperimentazione, no ad arrivare alla ricerca clinica”.

Agenzia per la ricerca, a che punto siamo?

Di agenzia nazionale per la ricerca italiana si era già parlato durante il governo Conte I (lo abbiamo raccontato nel numero 161 del magazine). All’epoca, l’allora ministro dell’Istruzione Marco Bussetti aveva garantito che durante il suo mandato sarebbe nato un ente indipendente dedicato alla ricerca scientifica, ma poi gli annunci non si sono tramutati in fatti. L’iniziativa prendeva spunto da una richiesta del Gruppo 2003 – associazione che riunisce gli scienziati che lavorano in Italia e figurano negli elenchi dei ricercatori più citati al mondo nella letteratura scientifica – il quale caldeggiò fortemente la possibilità della nascita di un ente dedicato alla ricerca, che prendesse spunto dalle iniziative esistenti in quasi tutti i Paesi europei.

Le richieste del Gruppo 2003

Ciò che vuole sollevare il Gruppo 2003 – spiega il suo segretario Luca Carra – è che la ricerca scientifica è uno dei grandi motori della ripresa e della modernizzazione del Paese. Questa proposta l’abbiamo avanzata anche ai governi precedenti. In passato abbiamo sempre avuto una sponda con la presidenza della Repubblica. Il fatto che ci sia un’attenzione scarsa su questi temi causa ricadute economiche negative sullo sviluppo dell’Italia. D’altra parte, l’analisi dello stato dell’arte della ricerca scientifica mostra diversi segnali inquietanti. Il primo è lo scarso livello di finanziamento.

Bassi livelli di finanziamento

Da almeno dieci anni, infatti, questo livello è fermo tra l’1,2 e l’1,3% del Pil, un valore molto al di sotto, quasi la metà praticamente, rispetto alla media europea. Al momento però sembra che tutto sia fermo, anche perché non è ancora chiaro chi sia in questo nuovo governo il referente istituzionale. “Non abbiamo un calendario definito al momento – fa notare Carra – ma ci aspettiamo che nei prossimi mesi si sblocchi qualcosa. Entro l’anno dovremmo tenere un incontro con il Miur (Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca), nello specifico con chi avrà la delega sulla ricerca, per un confronto sulle visioni. Anche perché aleggiava l’idea che questa agenzia potesse essere un super ente che andava a coordinare gli altri enti più piccoli. Al momento è tutto in via di definizione, bisognerà aspettare.

Le agenzie della ricerca in Europa

Come AboutPharma ha più volte raccontato, l’Italia è uno dei pochi Paesi a non avere ancora un’agenzia per la ricerca dedicata alla gestione dei fondi competitivi e alla valutazione e il finanziamento dei progetti migliori. Superata anche dalla Grecia che nel febbraio del 2017 ha istituito l’Agenzia ellenica per la ricerca e l’innovazione e la Spagna che nel 2016 ha fondato l’Agencia Estatal de Investigación ispirata al modello dell’European research council (Erc), molto diffuso nel Nord Europa.

Nel Regno Unito per esempio sono attivi sette Research council, che in base alle aree tematiche di cui si occupano, distribuiscono il finanziamento dei progetti di ricerca. Allo stesso modo in Danimarca, Svezia e Norvegia vi è un modello di Research council anche se leggermente diff€erente. In Finlandia in particolare si trova l’Academy of Finland, in Germania la German research foundation (Dfg), in Francia nel 2005 è sorta l’Agenzia Nazione della Ricerca (Anr) e un buon esempio è anche l’Agenzia svizzera Swiss national science foundation (Snf).

I modelli stranieri

Ma come dovrebbe funzionare un’eventuale agenzia per la ricerca scientifica in Italia? “Dovrebbe ispirarsi alla National science foundation americana – spiega ancora Carra – o a quegli enti equivalenti in Germania, Francia, Svizzera o Inghilterra. In tal senso, l’obiettivo è creare una struttura indipendente dai ministeri, che in autonomia e con un proprio budget che gli viene conferito dal pubblico o da privato, formato da tecnici o esperti, sia in grado di realizzare bandi o call tematiche su determinati filoni. “Sia chiaro che questo budget – sottolinea Carra – non deve essere sottratto alle risorse esistenti ma va previsto un tesoretto ulteriore, garantendo al tempo stesso quelle condizioni che facilitano la vita dei ricercatori. A cominciare dalla diminuzione delle pratiche burocratiche e dei tempi di valutazione, oltre che ovviamente garantire certezze su tempi e modalità di pagamento. In sintesi occorre aumentare non solo la ricerca corrente ma anche quella competitiva, veicolata attraverso i progetti”.

Ricerca e innovazione, confusione terminologica?

Per quanto riguarda infine i punti di contatto con il ministero dell’Innovazione, Carra si dice fiducioso di un eventuale dialogo: “Noi cercheremo di aprirci anche nei confronti di questa nuova figura”, conclude. “Dato che il ministero dell’innovazione dovrebbe occuparsi dei rapporti tra ricerca e industria, siamo interessanti anche a capire quali sono i programmi e i progetti in questa direzione. Detto questo, anche l’Europa sembra essersi dimenticata della ricerca scientifica al momento di nominare i nuovi commissari (prima c’era il commissario alla ricerca, adesso si chiama commissario di giovani e innovazione, n.d.r). La sensazione è che aleggi una specie di tendenza a spostare il concetto dalla ricerca a quello di innovazione. Anche il nuovo progetto Horizon Europe è molto orientato sull’applicazione con l’intento da parte dell’Europa di sostenere lo sviluppo industriale, attraverso questo tipo di finanziamento. Ma se la ricerca non la sostengono né l’Europa, né i paesi nazionali abbiamo un problema. Ecco perché l’obiettivo del Gruppo 2003 è quello di sostenere la ricerca di base”.

Tag: Assobiotech / Genenta Science / Horizon Europe / innovazione /

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