Sanità, ecco le tante velocità dell’Europa digitale

Europa digitale
Pubblicato il: 13 Giugno 2022|

In una recente analisi di benchmark tra i maggiori paesi europei condotta da Iqvia Europe (“Switching on the Lights-Benchmarking digital health systems across EMEA”) l’Italia si posiziona penultima insieme alla Spagna in termini di maturità digitale in sanità, facendo meglio solo dell’Irlanda. Allargando l’orizzonte, veniamo ampiamente superati in questa graduatoria da paesi con economie assai più deboli in termini di PIL come l’Estonia o la Lituania. I fondi per la digitalizzazione della sanità resi disponibili dal Pnnr e la pubblicazione dell’avviso per la realizzazione della Piattaforma Nazionale di Telemedicina aprono forse uno spiraglio di cambiamento e una opportunità di recupero.

Il panorama internazionale

Lo studio Iqvia elabora uno score sintetico basato su dodici diversi parametri che descrivono tre dimensioni:

  • Policies e regolamentazioni. È considerata la maturità e la completezza delle regolamentazioni in essere, la disponibilità dei fondi allocati, la presenza di norme sulla protezione dei dati sanitari e regole di accesso e l’esistenza di istituzioni preposte alla governance di questo campo.
  • Infrastrutture. Viene valutata la diffusione e completezza dei dati elettronici digitali, la definizione di standard che garantiscano interoperabilità e la presenza di iniziative di genomica Implementazioni.
  • È analizzata la diffusione della telemedicina in tutte le fasi del percorso paziente, l’utilizzo dei dati in modo sistematico per sviluppo di algoritmi di AI che migliorino i programmi sanitari, la diffusione di studi clinici virtuali.

L’analisi restituisce un punteggio a cinque livelli (Digital Health Index Maturity Score) in cui il nostro paese non arriva a tre. L’Italia viene segnalata per posizione outstanding solo per quanto riguarda l’impianto di norme atto a proteggere dati sensibili e un sistema di funding nazionale per la digitalizzazione adeguato (anche se non brilla in capacità di intercettare investimenti europei).

L’esempio dell’Estonia

Il quadro generale evidenzia la correlazione positiva fra PIL e punteggi alti grazie alla maggiore disponibilità di risorse economiche per le implementazioni infrastrutturali necessarie. D’altra parte, è evidente anche che in generale nazioni più piccole e con popolazione meno numerosa (con sistemi sanitari più snelli, meno operatori e sistemi più centralizzati) riescano a implementare meglio programmi di digitalizzazione. L’esempio più eclatante è l’Estonia. Ogni paziente che riceve una visita medica ritrova le informazioni sulla prestazione nella cartella clinica elettronica online che può essere monitorata in tempo reale e identificata attraverso la carta d’identità elettronica. Tutte le informazioni sanitarie sono mantenute completamente sicure e, allo stesso tempo, accessibili grazie alla tecnologia KSI Blockchain che viene utilizzata per garantire l’integrità dei dati.  Il 95% dei dati sanitari è digitalizzato e il 99% delle prescrizioni è digitale. Questi risultati spiegano la posizione di outlier nella mappa. Altri paesi raggiungono risultati simili per motivi diversi, ad esempio la forte centralizzazione del sistema sanitario come il Regno Unito o la predisposizione culturale a condividere informazioni sanitarie e genetiche come in Danimarca.

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Irlanda e Svizzera in ritardo nella tracciatura elettronica

La posizione negativa di paesi decisamente in buona situazione economica come l’Irlanda e la Svizzera si spiega con il ritardo nello sviluppare sistemi di tracciatura elettronica delle prestazioni sanitarie e, probabilmente per la Svizzera con caratteri culturali e politici fortemente ‘locali’. In generale le nazioni più ricche mostrano punteggi elevati uniformi su tutte metriche a dimostrazione che le risorse giocano un ruolo chiave nel processo. Hanno le risorse finanziarie, le strutture legali e la volontà sociale di investire in una maggiore integrazione digitale.

La ricchezza non basta

Tuttavia, l’analisi statistica dei vari elementi considerati in dettaglio evidenzia una maggiore variabilità nel campo delle infrastrutture suggerendo come la maggior parte ha politiche e quadri normativi in essere ma varia più ampiamente nella capacità di tradurli in sistemi capaci di realizzare. La ricchezza di un paese, quindi, non è l’unico fattore determinante per la maturità digitale. Altri elementi spesso sottovalutati includono:

  • Centralizzazione verso regionalizzazione
  • Accettazione sociale e fiducia nelle istituzioni centrali
  • Esperienza / tempo di maturazione

Italiani architetti in buona compagnia

Il report definisce tre tipologie di sanità digitale (“architetti”, “ingegneri”, “operativi”) rispetto alle quali collocare le nazioni studiate, sulla base dei punteggi maturati rispettivamente negli ambiti policy, infrastrutture e implementazione e suddividendoli a seconda dello score maggiore o minore di tre. Gli “architetti” sono i paesi con punteggi alti per quanto riguarda le iniziative regolatorie e di policy ma in cui l’attività di pianificazione e definizione è ampiamente sovradimensionata rispetto alle infrastrutture realizzate e ai progetti portati a termine. Hanno lanciato ambiziose leggi sulla salute digitale che spesso sono ben finanziate ma devono ancora costruire un’infrastruttura adeguata. In particolare, la Spagna e l’Italia hanno piani e regolamentazioni che sono messe in discussione da un’attuazione disomogenea a livello regionale. È il gruppo più numeroso.

Nel gruppo degli “ingegneri” rientrano Francia e Germania le quali oltre a una normativa solida hanno costruito infrastrutture adeguate e idonee a raccogliere, organizzare e gestire il flusso dei dati sanitari (tuttavia non ci sono iniziative strutturate a livello nazionale per utilizzarli in modo estensivo per migliorare la sanità pubblica e gestire le scelte di cura in modalità data driven). Gli “operativi” sono le (poche) nazioni con un sistema sanitario fortemente centralizzato (UK) o caratterizzate da una cultura favorevole a condividere informazioni per il bene comune (paesi nordici). Oltre a disporre di leggi adeguate e solide ed efficienti infrastrutture hanno in essere iniziative in cui i dati individuali raccolti e analizzati vengono sistematicamente utilizzati per orientare politiche sanitarie e alimentare sistemi di intelligenza artificiale su scala nazionale.

Solite “Macchie di Leopardo”

Partendo da questo quadro non entusiasmante per l’Italia è giusto segnalare che l’esperienza degli ultimi due anni ha portato a molte, positive ‘fughe in avanti’ in ambito digitale specialmente nell’area delle implementazioni di tipo locale. Questi progetti hanno potuto basarsi su impianti normativi tutto sommato solidi (o rivisti in risposta all’emergenza: si veda quanto accaduto per i piani terapeutici o la ricetta elettronica) ma non hanno potuto superare l’ambito locale per l’inadeguatezza infrastrutturale evidenziata anche dal benchmark di Iqvia e per la mancanza di una regia sovraregionale. Una parte consistente degli investimenti messi recentemente a disposizione attraverso il Pnrr per la sanità viene orientata per superare questo limite e implementare i due aspetti fondanti di una sanità digitale matura: digitalizzazione delle informazioni sanitarie al servizio del cittadino e dei piani di sanità pubblica e di ricerca ed un sistema di telemedicina robusto in grado di reggere l’impatto di cronicità ed invecchiamento della popolazione.

Pnrr: investimenti e obiettivi di una sanità digitale matura

In Missione 6 sono previsti 2,5 miliardi per lo sviluppo della sanità digitale, in particolare 1,3 miliardi per creare infrastruttura dati (FSE) omogenea sul territorio nazionale e che raccolga tutta la storia clinica degli assistiti e 1,0 miliardi per attivare la telemedicina, ovvero erogare servizi sanitari digitali sulla base di questa nuova infrastruttura. Si prevede inoltre di creare una Agenzia per la Sanità Digitale in seno ad Agenas per garantire omogeneità a livello nazionale ed efficienza nell’attuazione delle politiche di prevenzione e nell’erogazione dei servizi sanitari. Lo stato dell’arte di partenza per questi due obiettivi non è incoraggiante anche se l’emergenza sanitaria ha fornito un nuovo stimolo per una rivoluzione positiva risvegliando il bisogno di una sanità più moderna e digitale e la necessità di creare nei fatti una esperienza di cura più vicina e umana. Il rapporto presentato alla conferenza Stato- Regioni di inizio marzo, basato su mappature effettuate fra il 2021 e il primo trimestre 2022, restituisce un quadro che corrisponde perfettamente allo studio Iqvia.

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Fse in grave ritardo

Il FSE-EHR è l’elemento fondante del sistema di infrastruttura digitale analizzato nel report Iqvia. In Italia vede l’80% delle Regioni con meno del 50% dei documenti indicizzati. Non esiste standardizzazione e quindi interoperabilità. Il rapporto sottolinea la scarsa conoscenza del FSE da parte dei cittadini che lo utilizzano solo nel 12% dei casi poiché al momento si presenta come un mero archivio di documenti sanitari. Solo quattro Regioni hanno attivato il servizio prenotazioni prestazioni attraverso FSE. Anche i medici di medicina generale sono utenti poco entusiasti: solo una Regione supera il 50% di utilizzi. Per il nuovo FSE 2.0 si prevede un investimento di 1,3 miliardi per obiettivi ambiziosi entro il 2026.

Eccoli:
– Alimentazione vicina al 100%
– Standardizzazione Interoperabilità/portabilità dei dati fra regioni
– Accesso unico alla sanità online

Breve storia del fascicolo sanitario elettronico

La storia del FSE comincia da lontano ma gli ultimi anni dell’emergenza sanitaria sono stati decisivi per il rilancio. Grazie al decreto del maggio 2020, in piena pandemia, è stata sancita una scelta chiave per cui tutti gli italiani: devono avere in rete, in tutte le Regioni, il proprio fascicolo, indipendentemente dalla scelta di utilizzarlo o meno. Così, oggi, circa 58 milioni di italiani hanno attivo, anche se ‘dormiente’ il proprio fascicolo sanitario elettronico e centinaia di milioni di referti (attualmente circa 400 milioni) sono indicizzati nelle reti regionali e interregionali.

Il fascicolo sanitario di domani si pone come un ecosistema di dati e di servizi. Nell’ottica di un passaggio da architetto/ingegnere a operativo, secondo lo schema proposti dall’analisi di confronto internazionale, il fascicolo dovrebbe sviluppare una struttura duplice: piattaforma che conserva la memoria sanitaria dei cittadini (finalmente basata su una anagrafe nazionale degli assistiti), eroga loro assistenza con processi tradizionali e di telemedicina e serve gli operatori sanitari ma anche repository di informazioni strutturate utilizzabili ai fini di ricerca, elaborazione di algoritmi in grado di migliorare gli outcome e orientare le decisioni di salute pubblica.

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La prospettiva

Il traguardo del 2026 necessita una orchestrazione tra attività centrali e regionali attraverso la concertazione della conferenza Stato-Regioni che, secondo il piano originale, entro l’estate dovrebbero adottare i piani di adeguamento FSE supportato da un fondo di 600 milioni. Il primo passo concreto è stato sancito lo scorso 26 aprile con parere favorevole sul disegno del nuovo FSE e la ripartizione delle risorse economiche e con il via libera anche al decreto per integrare i dati essenziali che compongono FSE 2.0. Il secondo elemento fondante in fase implementativa di sanità digitale, oltre alla pervasività degli EHR ed al loro utilizzo in pianificazione sanitaria e ricerca, è un sistema di telemedicina al servizio dei pazienti e a supporto delle cronicità.

La piattaforma nazionale di telemedicina

L’ultima mappatura nazionale delle iniziative di telemedicina portata a termine fra il 2019 ed il 2020 restituiva una situazione molto eterogenea. I dati raccolti censivano più di 280 progetti presenti in tutte le regioni italiane (quadro 2018) concentrati in ambito di tele-consulto (29%), tele-refertazione 23% e tele-monitoraggio 21%, dunque in attività (tele-consulto e tele-refertazioni) con un coinvolgimento indiretto del soggetto paziente. Nel 33,3% dei casi si tratta di prestazioni sanitarie erogate parzialmente in telemedicina e nel 28,4% erogate totalmente in telemedicina. Le restanti esperienze sono progetti pilota o sperimentali. Il 2020 ha visto anche l’approvazione da parte della Conferenza Stato-Regioni delle “Indicazioni nazionali per l’erogazione delle prestazioni in telemedicina” che pone finalmente basi normative di riferimento.

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I termini scaduti

Il piano sulla telemedicina incluso nella Missione 6 con la disponibilità di investimenti importanti prevede l’attuazione di una roadmap, ancora una volta basata su un percorso nazionale e attuazioni a livello regionale. Il disegno presentato parte dalla realizzazione di una piattaforma nazionale per cui è stato pubblicato in marzo l’avviso per acquisire proposte. La chiusura dei termini è stata recentemente prorogata ai primi di giugno.

L’ecosistema disegnato prevede un livello nazionale, la piattaforma, che contiene i servizi abilitanti (modello dati, codifiche, integrazione con altri sistemi digitali nazionali come Spid e PagoPA) e un livello regionale di soluzioni verticali definite da Pnrr per garantire presa in carico del paziente e sua collaborazione attiva e per erogare:

– Televisita
– Teleassistenza
– Teleconsulto
– Tele-monitoraggio

Le piattaforme realizzate con le Regioni pilota (Lombardia e Puglia) e che abilitano i servizi base di telemedicina si fonderanno sui requisiti di integrazione nazionale. Con gli investimenti previsti le regioni potranno sviluppare anche altre soluzioni specifiche in autonomia purché sia possibile l’integrazione ed il riutilizzo da parte di altre realtà.

Verso l’interoperabilità

Secondo quanto espresso da Agenas l’obiettivo principale della Piattaforma nazionale è creare un livello fondamentale di interoperabilità che garantisca standard comuni ai servizi e “nasce dall’esigenza di colmare il divario tra le disparità territoriali e offrire maggiore integrazione tra i servizi sanitari regionali e le piattaforme nazionali”. Se malgrado i primi tentennamenti (la chiusura dell’avviso per la piattaforma di telemedicina ha già avuto due proroghe), verrà rispettata la roadmap presentata e approvata dalla Conferenza Stato-Regioni, l’Italia potrebbe unirsi certamente al cluster dei paesi ‘ingegneri’ in digitalizzazione con infrastrutture adeguate a supportare una medicina fondata sull’evidenza dei dati. Al momento lo sforzo in implementazione di molte realtà locali su progetti di pianificazione sanitaria data driven o di servizi di telemedicina è purtroppo condannato da un respiro limitato, in mancanza di una base tecnologica adeguatamente strutturata che ne consenta la diffusione a una base pazienti allargata.

L’urgenza di questo passaggio è enfatizzata dalla recente proposta della Commissione Europea per uno Spazio Europeo dei Dati Sanitari (o European Health Data Space – EHDS) al cui interno consentire, mediante un quadro regolamentare chiaro e condiviso, lo scambio di dati sanitari elettronici. La Commissione ha ricordato a tutti che “il settore sanitario dell’Ue di oggi è ricco di dati, ma scarso nel farlo funzionare per le persone e la scienza. L’Ue deve sfruttare questo enorme potenziale per trasformare la ricchezza di dati sanitari in tutta Europa in conoscenza al servizio dei cittadini e per prevenire, diagnosticare e curare meglio le malattie”.

Tag: digital health index maturity score / european health data space / fascicolo sanitario elettronico / Iqvia /

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