Ferro iniettabile, l’Ema riapre il dossier sicurezza: rischio ipofosfatemia e osteomalacia

Il comitato di farmacovigilanza dell’Agenzia europea dei medicinali (Ema) ha avviato una revisione dei farmaci contenenti ferro somministrati per via iniettiva. Al centro dell’analisi ci sono il rischio di ipofosfatemia e le possibili conseguenze a carico delle ossa (tra cui l’osteomalacia).
La revisione riguarda cinque principi attivi (carbossimaltosio ferrico, derisomaltosio ferrico, gluconato ferrico, ferro saccarosio e ferro destrano). La procedura è stata avviata su richiesta dell’Austria nell’ambito di un referral ai sensi dell’articolo 31 della direttiva 2001/83/CE.
Cosa sta valutando il Prac?
Il fosfato svolge un ruolo essenziale nel mantenimento della struttura e della mineralizzazione delle ossa. Una riduzione significativa e prolungata dei suoi livelli può provocare osteomalacia, con sintomi come dolore osseo e (nei casi più gravi) fratture.
L’ipofosfatemia è già riportata nelle informazioni di prodotto dei medicinali contenenti carbossimaltosio ferrico come reazione avversa comune, con una frequenza fino a un paziente su dieci. Per l’osteomalacia ipofosfatemica, invece, la frequenza non è nota.
Ecco perché le informazioni attualmente disponibili prevedono già misure per ridurre il rischio: tra cui il monitoraggio dei livelli di fosfato nei pazienti sottoposti a dosi elevate o a trattamenti prolungati e nei soggetti con fattori di rischio.
Quali farmaci sono coinvolti?
Il nuovo esame del Prac nasce però da segnalazioni che hanno sollevato dubbi sull’efficacia di queste misure. L’Ema riferisce di casi gravi di ipofosfatemia, alcuni evoluti in osteomalacia, verificatisi anche dopo una o due dosi di carbossimaltosio ferrico e in persone senza fattori di rischio precedentemente riconosciuti. In alcuni casi, inoltre, la diagnosi dell’ipofosfatemia sarebbe stata ritardata.
La procedura riguarda cinque formulazioni di ferro per via iniettiva:
- carbossimaltosio ferrico;
- derisomaltosio ferrico;
- gluconato ferrico;
- ferro saccarosio;
- ferro destrano.
Si tratta di medicinali utilizzati per correggere la carenza di ferro e l’anemia sideropenica quando il ferro assunto per via orale non è sufficientemente efficace, non può essere utilizzato oppure quando è necessario ripristinare rapidamente le riserve di ferro.
Il comitato dovrà valutare i dati disponibili e stabilire se sia necessario modificare le misure di minimizzazione del rischio. L’iter servirà a riesaminare il rapporto beneficio-rischio alla luce delle nuove informazioni. Al termine della valutazione il comitato potrà proporre eventuali modifiche alle informazioni di prodotto o alle misure di minimizzazione del rischio.
Punto di partenza il carbossimaltosio ferrico
L’attenzione si concentra in particolare sul carbossimaltosio ferrico, principio attivo di diversi medicinali a base di ferro per via endovenosa.
Il meccanismo alla base dell’ipofosfatemia è legato all’aumento della produzione di Fgf23, un ormone coinvolto nella regolazione del metabolismo del fosfato. Il suo incremento può favorire la perdita di fosfato attraverso i reni e ridurne i livelli circolanti.
Non tutti i preparati di ferro per via endovenosa hanno però lo stesso profilo rispetto a questo fenomeno. È proprio uno degli aspetti che il referral dovrà approfondire, mettendo a confronto i dati disponibili per i cinque principi attivi coinvolti.


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