Italia Longeva progetta il futuro per anziani attivi

Pubblicato il: 14 Ottobre 2013|

Dal numero 112 di AboutPharma and Medical Devices di ottobre  

Tanti anziani, così tanti da richiedere una politica specifica. Tanti, ma non abbastanza influenti o potenti da costringere la vecchissima Italia (oltre 12 milioni di ultrasessanticinquenni) ad adottare azioni globali di sostegno a una vita attiva, autonoma e soddisfacente, seguendo magari le logiche di quello che nel 2012 è stato l’anno europeo dell’invecchiamento attivo. Un anno che avrebbe dovuto radicare in ogni nazione del Vecchio Continente decisioni politiche e attività concrete. Nel nostro Paese, si sa, si parla tanto e si concretizza poco. Chi sta provando a smuovere l’immobilismo tricolore è Italia Longeva, agenzia nazionale per la longevità attiva promossa da ministero della Salute, regione Marche e Inrca di Ancona, con la presidenza di Roberto Bernabei, direttore del Dipartimento di geriatria, neuroscienze e ortopedia dell’università Cattolica di Roma. Nata attorno all’idea di un network dei soggetti che potrebbero rendere migliore la terza e quarta età, coraggiosamente inclusiva verso aziende di tecnologie e studi di progettazione dell’abitare domotico, Italia Longeva nei prossimi giorni propone il suo secondo convegno nazionale (17 ottobre, Roma ministero della Salute) dopo l’evento d’esordio dello scorso anno (Ancona, 14 e 15 giugno).

A Roberto Bernabei abbiamo chiesto quali sono gli obiettivi reali di Italia Longeva. E il suo pragmatismo ci ha lasciati ottimisti sul futuro degli anziani del nostro Paese. Politica permettendo.

Professore, lei ha dato vita insieme a Ferruccio Fazio, allora ministro della Salute, a Italia Longeva, Agenzia nazionale per il sostegno a una longevità attiva. Perché ne avete così fortemente voluto la nascita?

La nascita di Italia Longeva è stato il primo gesto proattivo nei confronti di un mondo di anziani che in Italia registra numeri importanti, ma scarsissima attenzione. Siamo partiti da una considerazione: il nostro, insieme al Giappone, è il paese più vecchio del pianeta e non facciamo nulla di strategico e specifico per quel 21% di popolazione che ha oltre 65 anni. Avviare il progetto di un’agenzia basata sul concetto di rete, di network, che provasse a sovraintendere all’intero settore è già un buon avvio.

Siamo quindi indietro rispetto alle nazioni del welfare perfetto?

Sì, ma non solo a quelle. Certo che nel Nord-Europa le cose funzionano, ma proviamo a interrogarci sul fatto che addirittura nella tanto bistrattata Grecia c’è un’agenzia ministeriale per la terza età…

Quando nasce storicamente l’idea di Italia Longeva? Qual è stata la scintilla iniziale?

L’idea è stata del ministro Fazio che me l’ha affidata affinché la concretizzassi. Il primo passo l’abbiamo fatto insieme a Confindustria con cui volevamo comprendere quali fossero i prodotti progettati per il supportodi un mondo di anziani. Intendevamo prodotti fruibili per anziani, per la loro vita quotidiana, per rendere la loro esistenza più piacevole e indipendente. Realizzammo una giornata di incontro scoprendo che esisteva un folto gruppo di piccole e medie aziende leader nelle tecnologie della vita, prive di qualsiasi rapporto con il Ssn, che non erano mai state in una Asl.

Perché l’Agenzia è nata con il coinvolgimento e contributo della Regione Marche?

Perché è la terra più longeva d’Italia e ha un governatore molto attento a queste problematiche, Gian Mario Spacca. Ad Ancona è molto attivo l’Inrca, unico Irccs geriatrico del paese, senza contare che con un progetto regionale, stanno per inaugurare a Fabriano la “casa intelligente”, una casa domoticamente attrezzata. Questi elementi fanno la differenza e indicano una preminenza di settore.

Poco meno di due anni di vita: quali sono stati sin qui i filoni trainanti dell’Agenzia?

Ci siamo concentrati su pochi ambiti. Prima di tutto la tecnoassistenza, perché in questo ambito non c’è politica di rimborso. Così di fatto abbiamo scoperto che esiste un pezzo di paese tecnologicamente evoluto e produttivo, un pezzo dell’industria nazionale che sviluppa software e prodotti d’eccellenza senza avere alcun rapporto con il Servizio sanitario nazionale. Poi l’idea del Bollino d’argento, che identifica le residenze per anziani (Rsa) che rispondono positivamente a specifici indicatori di qualità. Da ultimo c’è il filone dell’educazione. E qui dobbiamo fare una considerazione: ha fatto più la Lambertucci con Più sani e più belli che tante iniziative politiche o ministeriali. Nel nostro Paese abbiamo cominciato a parlare di dieta e di attività fisica più per quella trasmissione televisiva che per mille altri progetti. Italia Longeva può e deve andare a utilizzare la comunicazione televisiva per insegnare le caratteristiche della buona vita. E deve farlo mostrando esempi concreti, realizzati e comunicabili.

Ma è opinione corrente che la televisione della mattina e del pomeriggio è pensata e realizzata soprattutto per le emozioni delle casalinghe…

E allora usciamo dalla logica del pomeriggio televisivo, fatto di emozione e pancia, e puntiamo a catturare quell’audience in modo diverso, sempre leggero, ma più utile.

La telemedicina s’iscrive in qualche modo nella vostra visione di intervento?

Sì, a patto di uscire dalla logica monopatologia che caratterizza le esperienze italiane di questo settore. Oggi la telemedicina potrebbe reinterpretarsi secondo due approcci innovativi: utilizzando l’Italia come laboratorio per modellizzare sistemi di approccio globale e poi fare business in tutto il mondo e potenziando l’assistenza domiciliare senza utilizzare infermieri, ma utilizzando le tecnologie. Immaginiamo cosa potrebbe fare un’Asl con un milione di abitanti che abbia dei call center strutturati per assistenza diretta…

Professore, ma la visione che sta illustrando ha a che fare con la realtà oppure appartiene alla sfera dei sogni?

Non sono un utopista e questa è un’ipotesi percorribile: mettiamo insieme questi due mondi, quello delle aziende tecnologicamente avanzate e quello dei sistemi di assistenza e cura. Facciamolo e vedremo che il paese e il Ssn si mettono a correre.

Lei parla di un nuovo approccio all’invecchiamento e alla longevità: qualcosa deve cambiare anche dal punto di vista della ricerca clinica?

Dobbiamo entrare in un paradigma scientifico differente e dedicarci a trial in cui il paziente ingaggiato non è “un diabetico” oppure “un iperteso”. L’anziano non è portatore di singole patologie, ma di tutte insieme ed è un paziente costretto a ingurgitare dieci o quindici pillole al giorno. Per questo parlo di cambiamento di paradigma: non ci interessano le malattie, ma le persone. Le sperimentazioni devono occuparsi di persone anziane e quindi portatrici di molteplici patologie. Questo è il nuovo modello: diamo volto a questa enorme massa grigia, promuoviamo studi secondo una nuova logica, introduciamo l’elettronica nella vita come strumento per la qualità delle nostre giornate e diamo il meglio possibile.

Lei disegna uno scenario nuovo, stimolante ma anche impegnativo. Istituzioni e Servizio sanitario nazionale sono preparati?

Stiamo avviando una rivoluzione culturale e speriamo di coinvolgere a cascata il mondo della politica, quello delle istituzioni e delle regioni. Purtroppo oggi lapreoccupazione della politica italiana èquello di arrivare, al massimo, alla giornatasuccessiva, mentre per riattrezzarsiin un paese di vecchi occorre progettarestrategie a lungo termine. Speriamo cheil ministro Lorenzin sia fattivamente sensibilenei confronti della nostra attività.

Quali altri segmenti del sapere quotidiano e sociale devono essere coinvolti nel ragionamento affinché sia utile e produttivo?

Progettisti, architetti, ingegneri, urbanisti, arredatori, designer, softwaristi. Ad esempio occorre insegnare agli architetti che è inutile progettare case a senso unico per 25enni sempre baldanzosi e in forma, con bagni dove non entrano le carrozzine: è un’assurda miopia. Il mondo non è dei personaggi che ci passa la pubblicità, ma di persone in carne e ossa con problemi differenti. Occorre quindi uno sforzo a 360 gradi visto che non esiste un metodo di massa già utilizzato per rendere la vita meno difficile a milioni di persone.

All’estero c’è un qualche metodo di riferimento? Ci sono delle linee condivise per una “casa vivibile”?

Altrove l’approccio globale al problema è un pezzo normale dell’organizzazione del paese. Se vuoi fare assistenza oggi devi entrare in una casa con una checklist delle cose che devono essere sistemate pe una vita di qualità della persona anziana. Prendiamo la Interrai checklist: da 20 anni è usata in Canada ed è stato uno stimolo importante per aziende, assistenza, riflessione accademica e progettisti. Forse nel 2014 in Lombardia verrà introdotta, ci stanno lavorando…

Professor Bernabei, lei ha disegnato un affresco italiano preoccupante. Eppure la geriatria del nostro Paese è ai massimi livelli nel mondo…

La nostra cultura geriatrica è immensa, tra le più avanzate, ma a questo non consegue un’equivalente attenzione culturale e assistenziale. In Italia c’è insegnamento di geriatria in quasi tutte le scuole di medicina; inoltre è ampiamente dimostrato che laddove si cura in geriatria i risultati in qualità della vita sono decisamente migliori. Eppure, lo ripeto, tutto questo non è percepito istituzionalmente.

Questa poca attenzione è comune anche tra le aziende del farmaco?

In Aifa ed Ema ci sono i Geriatric working group che sono stati e sono essenziali per affrontare le tematiche degli anziani e per stimolare gli altri soggetti a un ragionamento più attento. Ormai è chiaro che dal punto di vista della ricerca e delle terapie farmacologiche occorre lavorare sulle prove di evidenza ed efficacia, con trial impostati su un mondo di anziani e donne, di ultrasettantenni con tre o quattro patologie conclamate. Questo significa trial da ripensare, calcoli, costi e statistiche incognite. Ecco: le pharma iniziano a drizzare le orecchie, ma ci sentono ancora poco. Mi risulta che ad oggi ci sia solo una big pharma con una specifica divisione che si occupa solo di terapie per anziani.

Quale potrebbe essere dunque il messaggio per le aziende del farmaco?

Troviamo insieme il modo per curare secondo prove di efficacia il paziente con più patologia di età avanzata.

Quale outcome vi attendete dal convegno di Italia Longeva del 17 ottobre? Cosa deve accadere “dopo”…?

Il convegno vuole lanciare segnali forti e dire che c’è qualcosa di appealing per aziende, istituzioni e accademia. Per essere realisti, diciamo che il convegno è una tappa di un percorso lunghissimo, che ci vedrà anche protagonisti all’interno di Expo 2015 a Milano. Tanto per cominciare, ci attendiamo dopo il nostro evento che un certo numero di Asl cominci a implementare servizi tecnologici adeguati, coinvolgendo realtà aziendali e soluzioni appropriate per una miglior qualità della vita. Su questo la collaborazione con Assobiomedica è per noi fondamentale. Poi che la Conferenza Stato-Regioni si apra alle problematiche della vita degli anziani iniziando anche a valutare formule di rimborsabilità. E da ultimo crediamo che la diffusione di contenuti televisivi specifici sia il volano di un’azione potente e nazionale. E non chiamatemi sognatore: sono tutte cose a portata di mano.

 

 

 

 

 

Tag: Aifa / anziani / Asl / assistenza / assobiomedica / domotica / Expo 2015 / Home care / invecchiamento attivo / Italia Longeva / Roberto Bernabei / trial /

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