L’emergenza Covid-19 sta colpendo vari ambiti specialistici, tra cui il comparto dei medici che si occupano della chirurgia di parete. Si registra nell’ultimo anno un inquietante calo degli interventi con conseguenze sicuramente negative sul breve-medio termine. Ne parla Micaela Piccoli, direttore della Scuola nazionale Acoi (Associazione chirurghi ospedalieri italiani) di Chirurgia Laparoscopica e Mininvasiva e direttrice del reparto di Chirurgia generale presso l’Ospedale civile Sant’Agostino Estense di Baggiovara, Modena.
Quali patologie vengono affrontate con la chirurgia di parete?
Tutte le ernie, da quelle inguinali a quelle primitive, ombelicali, epigastriche, oppure ernie su incisione chirurgica (laparocele) quando la sutura dei piani dopo la chirurgia mostra un cedimento. La chirurgia di parete durante l’anno pandemico è stata ritenuta procrastinabile perché non implica pericolo di vita. Ma non è una situazione sostenibile.
Il ritardo che cosa significa per il paziente?
Può non riuscire a camminare per il dolore, a lavorare, avere una buona qualità di vita. Inoltre, usiamo il termine “disastro parietale” per indicare l’addome su cui sono stati fatti molteplici interventi chirurgici in presenza di più di un’ernia o di un’ernia molto complessa. In questi casi si tratta di ricostruire la parete, compresa la componente muscolare. Si può verificare quella che chiamiamo la “perdita di domicilio” degli organi interni. In questi casi utilizziamo materiali e tecniche particolari per interventi che possono anche arrivare a sette ore. Questi interventi non si possono considerare come qualcosa che può aspettare. Un’ernia di 3-4 centimetri può diventare di 6-7: a quel punto, a volte, non si può più fare un intervento mini-invasivo in laparascopia. La chirurgia diventa più complessa con maggiore morbidità e mortalità.
Situazione italiana: si sta notando una riduzione dell’attività?
Sì, si va dal 30 al 60% in meno, dipende dalle zone del Paese. Sulla parete addominale abbiamo fatto un sondaggio in 30 centri di eccellenza italiani, compresi gli afferenti alla scuola di chirurgia mininvasiva Acoi e all’Ishaws (Italian society of hernia and abdominal wall surgery). Il calo di attività è del 50%. Immaginiamo quello che accadrà nei prossimi anni a causa di tali ritardi. Solo sulla chirurgia d’urgenza di cui mi occupo, ho misurato prendendo due mesi del 2019 e due mesi del 2020, in una ricerca promossa dall’università di Oxford. In sintesi: abbiamo dimezzato l’attività d’urgenza e raddoppiato la mortalità.
Che cosa vuol dire questo dato?
Vuol dire che i pazienti non vengono da noi anche se provano dolore. Arrivano in pronto soccorso in grave ritardo, in condizioni peggiori, anche in situazioni di ischemia intestinale, perché avevano paura di entrare prima in ospedale. A quel punto l’atto chirurgico può risultare non risolutivo. A mio parere la prossima pandemia sarà quella dei pazienti chirurgici dimenticati.
A questo punto, quali potrebbero essere le soluzioni?
Il dramma che stiamo vivendo esisteva anche prima della pandemia ma adesso è esploso. Occorre organizzare un tavolo nazionale, per prendere in mano la situazione delineando una serie di azioni. Non possiamo continuare a ridurre le operazioni chirurgiche a causa della pandemia. Dobbiamo disegnare percorsi, strutturare ospedali Covid-free, sostenere il personale, investire risorse. Questo, però, va fatto adesso. La proposta arriva dal sottosegretario alla salute Pierpaolo Sileri: su quei tavoli a livello ministeriale devono esserci anche i chirurghi. Per pensare a come e quando operare, ma anche come gestire le liste di attesa.
In collaborazione con Becton Dickinson Italia