Finpiemonte, parla Ambrosini: denunciai subito, ecco le prove

Pubblicato il: 13 Maggio 2018|

Corriere della Sera
Stefano Ambrosini


l’ intervento


Come forse si sarà notato, mi sono fin qui pressoché del tutto astenuto dall’intervenire in prima persona relativamente alle vicende che hanno coinvolto Finpiemonte. Tale scelta è stata dettata essenzialmente, insieme al riserbo proprio del ruolo istituzionale, dalla pendenza delle indagini penali e dal conseguente rispetto della loro segretezza. Questo rispetto, che a me pareva, ad un tempo, elementare e doveroso, non risulta essere condiviso da altri se non dal sottoscritto, dagli organi di Finpiemonte e dai suoi dipendenti, oltre naturalmente ai componenti della Giunta regionale.

Con cadenza ormai infrasettimanale, infatti, compaiono articoli che hanno a precipuo oggetto il contenuto delle indagini e dei relativi verbali, sovente con tanto di virgolettati. Altri, ben più autorevolmente di me, hanno preso posizione stigmatizzando duramente questo andazzo, salvo restare ciò, purtroppo, vox clamantis in deserto. Il Corriere Torino ha «brillato» (si consenta a me, stavolta, il virgolettato) più degli altri quotidiani in questa gara a rivelare notizie attinenti all’indagine. Non entro nel merito, se non per osservare come si tratti, in generale, di un autentico malcostume italico, endemico ed epidemico, verosimilmente non privo di rilevanza penale. Ma non è di questo che intendo parlare, pur continuando a ritenere che un’ipertrofia incontrollata del diritto di cronaca a scapito degli altri diritti protetti rischi seriamente di minare, alla lunga, le basi stesse della convivenza civile, specie quando ad andarci di mezzo sono persone perbene. Intendo piuttosto effettuare alcune ineludibili precisazioni volte a ristabilire la verità dei fatti, senza rinunciare a qualche breve considerazione personale.

Il primo aspetto riguarda la solerzia e la trasparenza adottate da me, dai consiglieri di amministrazione e dal direttore generale nell’affrontare un’emergenza imprevista e assolutamente imprevedibile. Appena ricevuta l’informazione dal direttore Perlo circa il mancato rientro dei fondi da Vontobel Bank, scrivo al presidente della banca diffidandolo formalmente. Il 30 ottobre ricevo la risposta da Vontobel, di cui metto io al corrente Esposito (che non mi aveva mai detto alcunché), commissionando a lui e all’audit l’immediata indagine interna. Fra il 31 ottobre e Ognissanti leggiamo tutte le carte e interpelliamo un penalista. Il 2 novembre riceviamo i vertici della banca austriaca, da noi convocati d’urgenza. Il giorno stesso riferisco a Chiamparino, Reschigna e De Santis e insieme concordiamo di notiziarne subito la Procura e Bankitalia, ai quali chiedo di essere ricevuto con urgenza.

Lunedì 6 andiamo, insieme all’assessore De Santis, dal Procuratore Capo e nella sede torinese di Bankitalia. Tre giorni dopo il penalista deposita la querela presso la Procura della Repubblica e la Procura presso la Corte dei Conti, redatta nottetempo dal nostro pur valente avvocato e quindi, fatalmente, con qualche possibile lacuna, avendo voluto dare la precedenza, per l’appunto, alla rapidità di reazione. Ora, se si è intellettualmente onesti è difficile non riconoscere che essere riusciti, in soli dieci giorni, a espletare tutte queste attività significa aver agito con celerità e trasparenza non comuni (altro che «prendere tempo»!).

Se poi qualcuno, con fini che non mi sono chiari (salvo quelli di una maldestra e tardiva autotutela), preferisce sostenere il contrario, se ne assume la responsabilità, anzitutto di fronte alla propria coscienza. Il secondo punto concerne i miei rapporti con Fabrizio Gatti. Non siamo mai usciti con le famiglie la sera o andati in vacanza insieme (per me questa è la vera amicizia, per sua natura anche extralavorativa), ma non ho mai fatto mistero che fra noi vi fosse profonda stima e fiducia reciproca.

Ed è proprio questa fiducia che Gatti ha tradito, non parlandomi dei problemi che aveva creato in Finpiemonte con riferimento agli investimenti in Svizzera e, col senno di poi, di parecchie altre cose: essendo del tutto evidente che in quel caso mi sarei ben guardato dall’avanzare la mia candidatura e ricevere così tra le mani una bomba pronta per esplodere. La fiducia che egli riscuoteva era anzitutto quella dei dipendenti di Finpiemonte e delle istituzioni, rimasti increduli quanto me per tutta questa storia. Dopodiché ribadisco, sul piano umano, il mio grande dispiacere, perché essermi dovuto trasformare da consulente ad accusatore è tra le cose più difficili che ho dovuto fare in vita mia. Ma resto convinto, da uomo di legge, di aver agito nell’unico modo consentito dalle norme giuridiche e da quelle etiche. E l’avere recentemente appreso che non è il mio nome quello che Gatti ha suggerito a suo tempo – per quanto ciò potesse valere – come suo successore (contrariamente a quello che mi aveva sempre fatto credere) non fa che confermare l’ambiguità del personaggio, che appare oggi ai miei occhi come un autentico enigma, da ogni punto di vista.

Il terzo profilo attiene alla questione più rilevante, di là dagli aspetti penali: il futuro di Finpiemonte. Non spetta a me bensì ai soci (e alla Regione in primis) tracciare le linee evolutive della società, che immagino non potranno prescindere da quanto è accaduto e dalle sue implicazioni sul piano dell’organizzazione interna dell’ente, nonché dal tenore del redigendo rapporto ispettivo della Banca d’Italia. Al consiglio di amministrazione che ho l’onore (e, più che mai di questi tempi, l’onere) di presiedere compete far tutto quanto è possibile per limitare i contraccolpi sulla società e per ripristinare una gestione all’insegna della legalità e dell’efficienza, a prescindere dalla (invero non indispensabile) qualifica di intermediario finanziario: per far sì che un patrimonio – ma forse sarebbe più giusto dire un «capitale umano» – di competenze ed esperienze importanti non vada in alcun modo disperso, anche e soprattutto nell’ottica di preservare il necessario sostegno al sistema produttivo piemontese. La considerazione finale, che trascende il caso Finpiemonte, è nulla più che un sentimento di preoccupata amarezza, al di là degli aspetti penali, su cui mi auguro io per primo venga fatta al più presto piena luce: perché di uno stillicidio quotidiano di invidie, veleni e sospetti in quasi ogni suo ambito una società, alla lunga, può anche morire.

presidente di Finpiemonte

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Naturalmente non entriamo nel merito delle argomentazioni del presidente di Finpiemonte, che hanno lo stesso diritto a comparire sul Corriere Torino di quelle dell’ex manager che lo ha chiamato in causa sul giornale di ieri. Su due punti di quanto scrive Ambrosini però dissentiamo. Primo, nella classifica sulla libertà di stampa di Reporters Sans Frontiéres del 2018 l’Italia è soltanto al 46° posto, dopo tutti gli altri grandi Paesi europei e gli Stati Uniti di Trump. Parlare perciò di «ipertrofia incontrollata del diritto di cronaca» fa un po’ ridere. Secondo, i verbali degli interrogatori pubblicati dal Corriere Torino fanno parte degli atti dell’inchiesta depositati dalla Procura e dunque non esiste alcun profilo di rilevanza penale. Nessun “malcostume italico” quindi, ma soltanto buon giornalismo. Che poi l’informazione libera non piaccia ai pubblici poteri è una vecchia storia.

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La vicenda

Quando prende il posto di Fabrizio Fatti, il neo presidente
di Finpiemonte Stefano Ambrosini scopre nelle casse della finanziaria regionale
un buco da 6 milioni di euro Nel novembre scorso, Ambrosini deposita
in Procura
un esposto sull’ammanco e i pm Enrica Gabetta
e Francesco Pelosi avviano un’inchiesta per peculato Il 6 aprile
di quest’anno, l’ex presidente Gatti viene arrestato con gli imprenditori Pio Piccini
e Massimo Pichetti: per i pm, questi ultimi avrebbero tentato di salvare dal fallimento una società di Gatti (la Gem) con i
6 milioni s
pariti

Chi è

Stefano Ambrosini, 49 anni, è dallo scorso mese
di agosto
il presidente
di Finpiemonte, la finanziaria della Regione
Ha preso
il posto
di Fabrizio Gatti
È un avvocato fallimentarista

Appena scopro il mancato rientro dei fondi da Vontobel scrivo al presidente della banca diffidandolo

Foto:

In aula Sergio Chiamparino durante la discussione su Finpiemonte convocata nel consiglio regionale del 17 aprile

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